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Studio sulla rievocazione storica ed il costume (ed. 2014)

Alcune info prima di cominciare…

In corso di realizzazione di uno studio dedicato alla rievocazione storica ed ai cortei storici. Si rivolge questo questionario a tutti gli utenti del web per capire quali sono i punti chiave che il pubblico e gli organizzatori delle rievocazioni (soprattutto quelle ambientate durante il Medioevo) guardano con interesse. Il questionario che viene proposto serve a rilevare dati statistici al fine di evidenziare lo status quo della rievocazione storica in Italia (e in Europa), le idee che la gente ha in proposito e soprattutto studiare la parte delle rievocazioni dedicata ai cortei storici e al costume storico. In questo studio i dati acquisiti permetteranno di vedere le rievocazioni sia dalla parte del pubblico sia dalla parte di chi ci lavora, in questo secondo caso, si vuole capire come sono organizzate le rievocazioni e specialmente i cortei, come viene gestita la realizzazione dei costumi.

A compilare il questionario sono invitati soprattutto tutti coloro che lavorano ai costumi storici (del Medioevo soprattutto) per passione e non per professione, per poi capire e mettere in luce quelle che sono le conoscenze e i metodi utilizzati, le capacità acquisite negli ambienti famigliari, per individuare nuovi metodi anche diversi da quelli tradizionali. In tal senso si vuole dare la possibilità a chi desidera partecipare da tempo ad una rievocazione e non ha gli strumenti per farlo, di riuscirci senza rinunciare alla qualità e con le proprie risorse.

Fin da ora siete avvisati che non si tratta di un esame di cui riceverete una valutazione individuale, è una statistica e basta e a maggior ragione potete essere sinceri e sentirvi liberi di rispondere. A differenza di altri sondaggi liberi sulla moda e il costume, in questo questionario non sarà possibile per nessuno visualizzare la statistica delle risposte in tempo reale. I dati sono protetti e li possiamo vedere solo noi. Il sondaggio finirà in data 31 maggio 2013 e dopo tale data, i risultati saranno elaborati per essere successivamente pubblicati.

Il questionario non è obbligatorio, ma chi partecipa lo faccia seriamente. Non è a tempo e potete rispondere con tutta la calma e inoltre LEGGETE BENE PRIMA DI COMINCIARE.
 
Fate click sull’immagine per cominciare e buona navigazione!
 
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La storia di Hellelil e Hildebrand

L’omonimo quadro del pittore inglese Frederick William Burton, noto come The Meeting on the Turret Stairs e tradotto come Incontro sulle scale della torre, è ispirato ad una ballata medievale: Earl Brand. Il pittore, artista, editore e poeta Morris alla fine del XIX secolo ne parlava in una delle sue raccolte di poesie “Poems by the Way”; poesie che hanno in molti casi per oggetto storie ispirate a ballate del periodo medievale.

Burton, Morris e le Child Ballads

Il testo di Morris, cui si ispira molto probabilmente il dipinto di Burton, fa riferimento ad una ballata [1] che a sua volta fa parte di una serie di ballate tradizionali anglosassoni con alcune varianti irlandesi. Alcune di queste ballate sono state rielaborate nei secoli, specie nel XVII e XVIII per cui abbiamo varie versioni della stessa storia. Le ballate furono unite solo nel XIX secolo in un’unica opera da Francis James Child, nota come Child Ballads. La raccolta vanta oltre trecento ballate, numerate progressivamente e le cui varianti vengono indicate con le lettere dell’alfabeto (a, b, ecc.) e non si tratta affatto di racconti per l’infanzia (child in inglese significa anche bambino, figlio) avendo per oggetto tematiche piuttosto forti e adatte ad un pubblico adulto, con una minima preparazione scolastica o accademica. L’ambientazione, il tempo e l’aspetto dei personaggi sono affidati soltanto a dei flash o a pochi accenni casuali; i personaggi, compresi a volte i protagonisti, saltano letteralmente fuori dal nulla quando sono necessari, e scompaiono in modo altrettanto brusco quando hanno esaurito la loro funzione narrativa. I mutamenti di scena e di luogo avvengono all’improvviso, senza alcuna connessione o spiegazione; talvolta una scena si apre nel bel mezzo di un’altra. Il passaggio tra la narrazione ed il dialogo avviene invariabilmente ad un punto cruciale e "strategico" della storia e, per mantenersi in linea con l’andamento vivido della narrazione, il dialogo è chiaro e preciso; non c’è nessun commento, nessuna parola viene sprecata ed anche gli intercalari ("dice", "disse" ecc.) sono ridotti al minimo e quasi sempre appaiono solo per mantenere il ritmo del verso. Spesso, anzi, si è costretti a ricorrere alla logica (e quindi è necessario aver seguito bene lo svolgimento dell’azione) per capire chi è che sta parlando. Altre caratteristiche salienti delle ballate sono il linguaggio estremamente stereotipato [2], la tecnica della ripetizione progressiva e del parallelismo, l’uso frequente dell’iperbole [3] e dell’eufemismo [4]. Quanto agli argomenti, la stragrande maggioranza delle ballate anglo-scozzesi catalogate dal Child è incentrata su fatti di cronaca che si potrebbero definire da giornalismo popolare: storie di tradimenti, vendette e crimini domestici. L’incesto [5], accidentale o consapevole, è all’ordine del giorno. L’opposizione della famiglia ad una relazione amorosa è il casus belli [6] in decine di ballate, tragiche o d’altro genere. In tali contesti, il teorema freudiano si applica alla perfezione: i padri si oppongono al matrimonio delle figlie, le madri cercano di mettere i bastoni fra le ruote ai figli oppure, se non ce la fanno, tormentano invariabilmente le nuore indesiderate, spesso, se sono "esperte" del settore, servendosi di artifici magici (come ad esempio in Willie’s Lady).
La storia di Hellelil e Hildebrand parla di un re che ha otto figli: sette maschi ed una femmina, Hellelil. Il protagonista è in vero la guardia del corpo della fanciulla e i due si innamorano, ma vengono scoperti. Il padre di lei ordina ai figli di uccidere l’inglese (anche se il nome Hildebrand ha origini più germaniche) che non si fa certo intimorire e ne sconfigge ben sei. L’amata però chiede di risparmiare il fratello più giovane e per non morire di disonore lui si uccide e lei morirà a seguito dal dolore della perdita dell’amato. Come tutte le ballate di questo genere, grosso modo risalenti tutte al periodo medievale, la storia riprende un fatto di cronaca, trasformato poi in fiaba o leggenda. I personaggi delle ballate, come vedremo a seguito, specie il protagonista maschile, ha nome Douglas, ma spessissimo è noto come William o con un suo diminutivo. I personaggi storici sarebbero due amanti inseguiti e poi braccati, tali un nobile noto come William e una certa Lady Margaret, nota nelle ballate sia con questo nome ma anche con altri come Anna, Annie o Elinor (dall’inglese Eleanor, da cui potrebbe essere stato creato il nome Hellelil).

I personaggi storici: il prode William e la sua bella prigioniera…

Ci siamo presi la briga di voler andare a vedere chi fossero e quando fossero vissuti. Douglas è un cognome tipico scozzese, ma è anche una regione della Scozia meridionale che tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo divenne una contea importante. Più che al nome di persona dovremmo quindi pensare che il nome della città si stato usato quasi come un soprannome del personaggio e ci siamo concentrati sul nome William e la nostra indagine ci ha portati ad inquadrare (con piccoli margini d’errore) i reali personaggi storici della vicenda. Si tratta di un nobile scozzese della Casata dei Douglas e di una nobile inglese…

Orbene, i conti di Douglas non solo sono tanti con il nome William, ma contano persino origini mitologiche che dall’ottavo secolo avanti cristo arrivano fino a Carlomagno e quando la storia di un casato comincia così, è inevitabile, nella maggior parte dei casi, che i personaggi storici finiscano in un racconto o in una ballata e trasformati in eroi leggendari. Inizialmente i Douglas non erano conti (in inglese earl, titolo anche della ballata earl Brand) ma solo signori (lords) della regione omonima, situata nel sud della Scozia.

Il primo della casata dei Douglas fu William I (fine del XII secolo) che avrebbe sposato una delle sorelle di un tale Freskin of Kerdal ed ebbe con lei ben sei figli maschi ed una femmina, Margaret che però sposò uno scozzese e quindi non può essere stata lei la nostra eroina. L’erede di William I fu Archibald che sposò una Margaret ma egli non è rientrato in alcuna vicenda di cronaca drammatica da meritare di finire in una ballata. Proseguendo nella genealogia dei signori di Douglas fino ad oltre il XIII secolo si trova un solo personaggio di nome William con vicende simili al fatto di cronaca che divenne leggenda. William 'The Hardy', cioè, l’Ardito, Signore di Douglas è del XIII secolo. Nato probabilmente dopo il 1243, era figlio di William Longleg (cioè gambalunga) e della sua seconda moglie Costanza. Della sua infanzia e gioventù sappiamo poco e le fonti non sono chiare sulla sua presunta partecipazione all’ottava crociata del 1270, molti sostengono che sia stato suo padre e non lui a parteciparvi (Chronica Gentis Scotorum). I primi movimenti di William Hardy sono di difficile ricostruzione, ma un documento lo vede attivo già nel 1256 (a soli 13 anni) in una questione riguardante una disputa delle terre dei Douglas, con i loro vicini di Angus. Nel 1274 muoiono il padre, William Longleg, il fratello maggiore, Hugh, e così il nostro William si ritrovò ad avere tutti i beni e i titoli di famiglia in una volta sola. I documenti che lo riguardano fanno un notevole salto temporale e lo ritroviamo nel 1288 già cavaliere (aveva ventisette anni); in quell'anno egli fu chiamato alle armi da Andrew de Moray perché imprigionasse il proprio zio Sir Hugh de Abernethy presso il castello di Douglas. Abernethy era colpevole dell'omocidio di Donnchadh III, Conte di Fife, uno dei sei Guardiani di Scozia[7]. Abernethy morì durante la prigionia nonostante i tentativi di Edoardo I d'Inghilterra di ottenere il suo rilascio. William, dal 1289, viene sempre nominato come Signore di Douglas, quindi un Lord. Quanto alla vita matrimoniale e amorosa di quest’uomo ardito, possiamo dire, che fu piuttosto movimentata. Nel 1288 la sua prima moglie morì di parto dopo aver dato alla luce un maschio, James; il quale diverrà un condottiero noto anche come Black Douglas e sarà uno dei sostenitori di William Wallace per l’indipendenza della Scozia dall’Inghilterra. Lo stesso anno della morte della moglie, William non si ritirò certo in casa a cullare il suo erede, piuttosto, si dedicò alla conquista. Insieme ad un altro cavaliere assediò il castello di Fa'side, presso Tranent. Il maniero era in mano ad Alan la Zouche, I barone la Zouche di Ashby ed alla di lui moglie Eleanor, insieme a loro viveva una giovane vedova Eleanor de Lovaine, discendente di Goffredo III di Lovaine e alla quale re Edoardo I d'Inghilterra aveva dato una discreta dote vedovile. Il marito defunto della giovane non aveva avuto terre solo in Inghilterra, ma anche in Scozia ed Eleonora era salita al nord per riscuotere le proprie rendite, valutata la situazione William rinunciò a razziare il castello preferendo rapire la bella vedova. Pare che Eleonora non fu così scossa o disgustata dal suo rapimento e successivamente pare che lo sposò, ma re Edoardo non fu dello stesso avviso. Il sovrano ordinò allora allo Sceriffo del Northumberland di porre d'assedio tutte le proprietà dei Douglas e di arrestarlo qualora se ne fosse presentata l'occasione. Per essere sicuro di averli fra le mani, Edoardo I mise in oltre in movimento i Guardiani di Scozia ordinando loro di arrestare William e la moglie, ma i Guardiani però non si mossero affatto, William infatti aveva degli agganci entro le loro fila, James Stewart era suo cognato, mentre Alexander Comyn, Conte di Buchan era il cognato di Eleonora, d'altro canto un ordine tanto perentorio dal re d'Inghilterra non poteva averli di certo ben disposti. William non scappò, però, dalla prigionia. Nei primi mesi del 1290 venne incarcerato presso il castello di Knaresborough. La cattività durò davvero poco, in maggio fu liberato dopo che la moglie ebbe spedito una cauzione attraverso quattro emissari, tutti cugini della donna. Edoardo I d'Inghilterra non sembrò serbare ulteriore rancore per William tanto che gli vennero restituite tutte le terre che erano state confiscate precedentemente. La leggenda di Hellelil e Hildebrand basata sulla ballata Earl Brand deve per forza di cose essere stata tratta dal rapimento fortunato di William nei confronti di Eleanor e le coincidenze con altre ballate conferma questa tesi.
Francis James Child, a cui si deve la paternità della messa in opera della raccolta di tutte le ballate in un’unica opera, parla anche di una versione della ballata nota anche come Fair Margaret and Sweet William, molto simile come trama, ma basata su una ballata originale diversa, la numero 74 che ha il titolo omonimo. Anche le ballate 77 “Sweet William's Ghost” e 8 “Erlinton” potrebbero essere basate sulla vicenda di cronaca detta sopra. In vero molte ballate hanno tutte come protagonista un William, talvolta noto anche come Willi (ballata 6, Willi’s Lady) o Billy (diminutivo di William, Ballata n.5, Gil Brenton e ballata n. 110 The Knight and the Shepherd's Daughter) e la vicenda è sempre circa la stessa con le tematiche dell’amore, visto però dal punto di vista non emotivo ma fisico.
Il protagonista maschile in una ballata viene anche nominato Thomas che a sua volta era, guarda caso, chiamato Willie (Lord Thomas and Fair Annet, ballata n. 73) e deve trattarsi sempre della stessa identica persona. La protagonista femminile, invece, sembra cambiare di tanto in tanto e prende a volte il nome di Margaret, altre volte come nell’ultima ballata citata è chiamata anche Anne, Annie o Elinor (versione scozzese del nome Eleonora). Nelle ballate il matrimonio tra il protagonista e la protagonista è sempre un problema non piccolo, un amore contrastato che va a finire nel sangue perché il protagonista maschile storico fu infine catturato, dopo una fatale ribellione a favore della Scozia, e pare che morì nelle prigioni della Torre di Londra alla fine del XIII secolo (1298 ca). Da Eleanor ebbe due figli maschi. Nelle ballate citate qui sopra è possibile intravedere il fatto di cronaca, specie il rapimento e la relazione non approvata dei due, da nessun partito, ad eccezione dei Guardiani di Scozia con i quali erano in buoni rapporti poiché anche nei racconti stessi vi è spesso il rapimento quale casus belli, addirittura in alcune ballate il protagonista maschile non usa mezzi termini nel chiedere alla fanciulla di giacere con lui o vi giace e concepisce con lei un figlio, illegittimo. La versione più vicina alla fiaba è quella che si ritiene l’unica passibile ad un pubblico generale anche non preparato, essendo anche più soft, raccontata come leggenda in cui la guardia del corpo si innamora della bella principessa, ma il loro amore è contrastato e i due finiscono per morirne. Forse Eleanor non si disperò così nella realtà storica quando il suo sposo morì nelle prigioni di Londra a soli 55 anni. Purtroppo nelle ballate il lieto fine non esiste quasi mai, erano racconti per adulti per tempi freddi come la loro morale.

Fonti bibliografiche

Earl of Douglas, Wikipedia, ENG
http://www.sacred-texts.com/neu/eng/child/ch007.htm – altro sito per il testo della ballata
http://www.springthyme.co.uk/ballads/balladtexts/07_EarlBrand.html – testo della ballata, in due versioni possibile ricavate probabilmente da frammenti di manoscritti medievali
William Morris, Wikipedia, ITA

Note

    [1] Componimento letterario in versi di origine popolare (detto anche canzone a ballo), , costituito da più stanze cui si alterna un ritornello. Può essere anche inteso come un racconto in versi di carattere fantastico, originario dell'Inghilterra (sec. XVIII), dove il termine ballad prese a designare gli antichi canti popolari narrativi scozzesi. In musica, componimento che prende il nome dal testo poetico su cui si svolge il canto.
    [2] Impersonale, inespressivo. In linguistica, lo stesso che luogo comune o frase fatta.
    [3] Riferimento metaforico volutamente alterato sul piano della quantità sia per eccesso sia per difetto. Sin. Esagerazione
    [4] La sostituzione di un'espressione propria e abituale con una attenuata o alterata, suggerita da scrupolosità. Contrario dell’Iperbole.
    [5] Secondo Jean Markale, l’incesto non era un argomento tabù più di quanto lo si creda oggi, in riferimento al periodo medievale. Anzi, secondo Markale, esso era l’argomento spesso mascherato tra le righe, volutamente, dai poeti dell’età cortese, in riferimento alle mitologie arturiane ed alla letteratura altomedievale e con più era trasgressivo e con più i lettori lo ricercavano.
    [6] È una locuzione latina il cui significato letterale è occasione della guerra. L'espressione viene spesso usata per indicare un evento addotto a motivazione ufficiale per la dichiarazione di guerra, solitamente diverso o secondario, rispetto alle motivazioni economiche, politiche e sociali che gli storici indicano essere alla base di un determinato conflitto.
    [7] I Guardiani di Scozia erano de facto i capi di stato scozzesi.

    Erec ed Enide, l’incoronazione

    L’incoronazione di Erec ed Enide: Premessa

    Quella dedicata all’incoronazione è anche l’ultima parte del romanzo, in cui viene celebrata l’incoronazione dei due sposi a re e regina della terra di Erec, figlio di Lac. Alla corte di Artù giungono anche i genitori di Enide e lei finalmente può rivederli e riabbracciarli, c’è una ricongiunzione, ma quella che torna tra le braccia dei genitori non è la fanciulla che è partita coperta di poveri cenci, ma una donna di regale portamento, moglie di un re. Dunque Enide si è riscattata col suo mondo e con il suo tempo, agli occhi di tutti, ella è una donna di nobile origine, di nobile lignaggio e di onore tale che nessuna potrebbe eguagliarla. In questa ultima parte si vedrà anche come Chretien inserisca il simbolismo del suo tempo nelle descrizioni della cerimonia, in particolare vedremo il simbolismo del Medioevo quando esso era legato alle scienze all’epoca conosciute, vedremo tutte le associazioni che l’autore del romanzo fa, ricorrendo spesso non alle proprie conoscenze ma a fonti antiche, spesso classiche grazie alle quali costruisce o arricchisce la trama delle proprie storie.

    Una scena da mercato? Mantelli e denaro gettati alla mercé di chiunque per simboleggiare la liberalità.

    La prima parte dell’incoronazione non ha niente di dissimile da un bancone del mercato in cui uno butta lì la roba e chi passa se vuole la prende, la scena descritta a seguito non discosta tanto da una cosa del genere e per quei tempi ci si dovrebbe scandalizzare, sol pensare che gente di nobile portamento e costume si butta come un branco di villani su mantelli tanto belli e preziosi.

    I mantelli, estratti dai cofani, furono distesi qua e là per tutte le sale; li prese chi li desiderava, senza che alcuno glielo impedisse. Su un tappeto, nel mezzo del cortile, furono posti trenta moggi [1] di sterline bianche [2] che avevano corso in tutta la Bretagna fin dai tempi di Merlino; ciascuno ne prese a volontà, e quella notte ne portò a casa quante ne volle.

    Certamente non è un caso questo fatto descritto da Chretien, egli vuole in vero esaltare una delle prime qualità del cavaliere del Medioevo, quello ideale almeno, la liberalità, ovvero il non badare al valore del denaro nello spendere, nel donare, intesa anche come sinonimo di esagerata generosità. Secondo Dante Alighieri, la liberalità era la terza virtude, la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali. Oggi ci vorrebbe un pazzo per fare una cosa del genere perché i soldi più che finire nelle tasche di coloro che vanno per prenderli a volontà, finirebbero nel loro sangue poiché non ce ne sarebbe abbastanza da soddisfare il desiderio e l’avidità di quanti accorrono.

    Nessuna lista di invitati per tanto sfarzo e lusso?

    Gli invitati in verità ci sono ma Chretien non ce li nomina facendoci intendere che sono troppi per poterli elencare, quindi basta che usiamo, come fecero i lettori dell’epoca, la nostra fantasia, per immaginare migliaia di gente, proveniente da tutti gli angoli della terra allora conosciuta, per rendere omaggio ai due futuri regnanti, Erec ed Enide. Sebbene lo stesso autore ci dica che la magnificenza dell’incoronazione è tale che è impossibile descriverla, più che descrivere una cerimonia si perde in una descrizione, quasi dettata da un delirio dei sensi, dell’ambientazione. Segue una prima descrizione dell’ambientazione della Cerimonia dell’Incoronazione, in cui si parla di troni d’avorio e d’oro fino, fatti con precisione tale che sembrano essere stati fatti non per due regnanti umani ma per due creature divine, che non sono Erec ed Enide, bensì Artù e Ginevra. Chretien probabilmente ha usato questo punto in modo strategico, le due coppie regali sono messe alla pari in un certo senso, esse sono in una dimensione diversa da quella terrena, essi sono altrove, in un mondo in cui non esiste nulla che non sia perfetto, il mondo del divino.

    Nessuna lingua o bocca d’uomo potrebbe narrare, per quanto bene ne conoscesse l’arte, né un terzo né un quarto e nemmeno un quinto della magnificenza di quell'incoronazione. Pure io voglio accingermi a così grande follia, e sforzarmi di descrivere la cerimonia. E poiché devo, e reputo di poterlo fare, non trascurerò di dirne almeno una parte, nella misura in cui me lo concederà il mio ingegno. Nella sala erano stati posti due bianchi troni d’avorio, di squisita fattura e di colori sfumati, uguali per lavorazione e dimensioni. Colui che ne era stato l’artefice era invero ingegnoso e sagace, poiché li aveva fabbricati della stessa altezza e lunghezza, e forniti dei medesimi ornamenti sì che, anche a riguardarli da ogni parte, non si sarebbe potuto discernere in uno un particolare che non si trovasse anche nell’altro nemmeno un dettaglio era fatto di legno: tutto era d'avorio e di oro fino, e quei troni erano intagliati con tale arte che le due zampe davanti avevano sembianza di leopardi e le al tre due di coccodrilli. Ne aveva fatto omaggio e dono a re Artù e alla regina un cavaliere di nome Bruianz delle Isole.

    I Quattro Pilastri della Conoscenza e il simbolismo del Medioevo.

    Artù sedette su un trono, e fece sedere sull’altro Erec, abbigliato di una veste di seta marezzata. Leggendo nella storia, troviamo la descrizione di quell’abito, e ne prendo a garante Macrobio [3], che mise ogni cura a scrivere tale racconto e, a dire il vero, lo conosceva bene. Macrobio mi insegnò a descrivere la lavorazione e i disegni di quella veste, così come l’ho trovata nel suo libro. Quattro fate l’avevano foggiata con grande abilità e arte. L’una vi aveva ritratta Geometria: com’essa osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l’alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. Questa era stata l’opera della prima fata. La seconda si era adoprata a ritrarre Aritmetica, e si era data la pena di mostrare appieno con quale saggezza essa conti i giorni e le ore del tempo e, a goccia a goccia, l’acqua del mare, e poi ogni granello di sabbia, tutte le stelle a una a una, e quante foglie vi sono in un bosco, sì che sa ben dirne tutto il vero: mai un numero la trasse in inganno né mai essa mentirà, poiché vuole bene comprendere ogni cosa. Tale era l’opera di Aritmetica. La terza figura rappresentava Musica, in cui si accorda ogni diletto: canto e discanto e, senza discordanze, melodie di arpa, di rotta e di viella. Era una creazione di suprema bellezza, e davanti a Musica erano raffigurati tutti gli strumenti e ogni piacere. La quarta fata, che vi aveva posto mano per ultima, aveva foggiata un’opera mirabile: vi aveva rappresentata la migliore delle arti, Astronomia, che tanti prodigi compie ispirandosi alle stelle, alla luna e al sole; non ricorre a null’altro in ogni contingenza; il cielo le è sì buon consigliere, qualunque cosa gli richieda, che essa può sapere con certezza, senza menzogna né inganno, ciò che fu e ciò che sarà. Quanto ho descritto era tessuto e ricamato a fili d’oro nella stoffa dell’abito di Erec. La pelliccia che ne formava la fodera era di bestie singolari dalla testa tutta bionda e dal corpo nero come le more, dal dorso vermiglio, dal ventre scuro e dalla coda turchina. Sono animali che nascono in India e han nome berbiolete [4]; si nutrono solo di pesce, cannella e chiodi di garofano freschi. E ora, cosa vi posso dire del mantello? Era molto ricco, e di grande bellezza; ai puntali dei lacci aveva quattro pietre: da una parte due crisoliti, dall'altra due ametiste, incastonate in oro.

    Chretien ci tiene a darci questa descrizione del mantello che sembra celare nella propria trama lavorata addirittura da delle fate, il mistero della conoscenza umana, il mistero della sapienza. Quattro sono gli elementi che sono rappresentati e insieme rappresentanti delle quattro grandi scienze nel Medioevo:

    Figura 1 – Schema a scala delle quattro scienze.

     

    La Geometria è la prima scienza viene creata nel mantello ed è quella che osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l’alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. La Geometria è fondamentale, insieme alla Matematica per le costruzioni, siamo infatti non solo in un periodo di grandi cambiamenti politici, ma anche di cambiamenti culturali e architettonici. Quello del XII secolo è anche il periodo delle grandi cattedrali, che potremmo definire anche come Pilastri della Terra, immortali vie che collegano il Cielo e la Terra, Dio e l’uomo, il divino eterno e l’umano effimero, la perfezione e la ricerca della perfezione che però non si incontrano mai. La Geometria e la Matematica erano in epoca medievale due importanti scienze, fondamentali per la costruzione di templi per Dio, templi per la salvezza delle anime e spesso grazie a queste due scienze, ai numeri ed alle forme geometriche ci si ricollegava a simbolismi ancestrali, simbolismi che per noi oggi non significano nulla ma che per gli uomini del Medioevo avevano un valore enorme. Il cerchio è ad esempio il simbolo dell’equità, dell’uguaglianza tanto è vero che viene definito come il luogo dei punti equidistanti da un unico punto detto centro. Il centro del cerchio era il centro dell’universo, il centro era Dio e i punti a Lui equidistanti erano gli uomini, per principio del Cristianesimo, tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, anche se nel Medioevo il raggio probabilmente era molto più corto di quanto non lo sia oggigiorno, un tempo in cui regnano la praticità e la tecnologia, la scienza e l’ateismo e probabilmente è anche per questo motivo che tutto il simbolismo medievale oggi ha perso per l’uomo il senso e l’utilità e le grandi cattedrali vengono sempre più spesso considerate come semplici chiese, quando in vero di semplice c’è ben poco. Mentre la Geometria descrive la forma delle cose e del mondo, nonché dell’universo, la Matematica, con i numeri e le sue leggi regola l’equilibrio dinamico delle cose stesse, non cambia un valore senza cambino anche tutti gli altri, ad una cosa sono inscindibilmente legate tutte le altre.

    La Matematica (la seconda delle scienze nominate) è non meno della Geometria legata al simbolismo, nel Medioevo, per fare un esempio il triangolo, ha tre lati, tre angoli e il 3 è un numero fondamentale nella religione cristiana perché è il numero della Santa Trinità. Non è solo questo, il 3 è un numero importante per la Matematica poiché fa parte di una serie che fu inventata proprio nel Medioevo, la Successione di Fibonacci. Circa trent’anni dopo la morte di Chretien il matematico Fibonacci creò questa successione di numeri dove ogni numero è la somma dei due precedenti e in questa serie vi è anche il 3, come somma di 1 + 2.

     

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    Equazione 1 – primi numeri della Successione di Fibonacci.

     

    La Successione di Fibonacci possiede moltissime proprietà di grande interesse. Certamente la proprietà principale, e maggiormente utile nelle varie scienze, è quella per cui il rapporto tra un termine e il suo precedente, al tendere di n all'infinito tende al numero algebrico irrazionale chiamato Sezione Aurea o Numero d’Oro = 1,618.

     

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    Equazione 2 – L’equazione della Successione di Fibonacci. Il simbolo greco si legge phi (pron. fi)

     

    Il Numero d’Oro è stato usato per la costruzione di uno dei più particolari edifici mai costruiti da mani umane: Castel del Monte, dove il numero 1,618 è sempre e comunque presente, risultante in ogni calcolo. Castel del Monte è un libro di pietra dove la Successione di Fibonacci ricorre spessissimo e non è solo un armonia di leggi di matematica e Geometria perché in vero, proprio grazie al numero d’oro, questo edificio costruito in epoca medievale funge anche da sito astronomico in quanto tutti i suoi elementi architettonici, combinati e regolati dalle leggi della Matematica e della Geometria altro non fanno che riprendere i movimenti della Terra rispetto al sole e all’universo ed ecco che si arriva all’ultimo gradino della scala che abbiamo precedentemente rappresentato, l’ultimo elemento aggiunto anche da Chretien nella sua descrizione: l’Astronomia.

     

    Figura 2 – Castel del Monte, Andria (Bari, Italia), la sua forma ottagonale con 8 torri ottagonali anch’esse permette di vedere, girandoci intorno, sempre e solo 4 torri.

     

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    Figura 3 - Sezione di Castel del Monte.

    Ogni volta che il Sole entra in un segno zodiacale, la parete su d del cortile (gnomone) proietta a mezzodì delle ombre, reali o teoriche, che determinano la misura di vari elementi architettonici del castello. Castel del Monte, Stefania Mola. Mario Edda Editore, Bari, 1991

     

    In realtà i riferimenti non sono di Chretien, ma come lui stesso dice sono attinti da un’altra fonte precedente, del V secolo: Macrobio, in particolare dal suo testo noto come Commentarii in Somnium Scipionis [5]. Macrobio per scrivere questo testo utilizzò quello scritto oltre quattrocento anni prima da Cicerone sul sogno di Scipione l’Emiliano e lo arricchì dei suoi studi astronomici e di elementi anche religiosi (elementi non distanti da quelli della religione cristiana e per questo probabilmente l’opera fu apprezzata). Grazie alla conoscenza del latino, Chretien (che era un chierico) lo lesse e trovò probabilmente ancora una volta una fonte inesauribile di idee e da qui lui creò il mantello di Erec, un mantello che aveva nella propria trama i segreti della Conoscenza e delle principali scienze: Geometria, Matematica, Musica e Astronomia. Nell’esempio che abbiamo visto prima sull’uso della Matematica e della Geometria per arrivare all’Astronomia, abbiamo saltato la Musica. La Musica è la terza scienza che viene citata da Chretien e anche se a molti sembra strano, essa è fortemente legata alla matematica, la Successione di Fibonacci può, secondo alcuni, essere sfruttata, specie la sequenza aurea, per la composizione musicale. Sul piano compositivo la sezione aurea attraverso la serie di Fibonacci può, ovviamente, essere rapportata a qualsiasi unità di misura concernente la musica, cioè durata temporale di un brano, numero di note o di battute, etc non sono comunque rari anche in questo caso facili entusiasmi dovuti a fraintendimenti numerici. Paul Larson nel 1978 riscontrò nei Kyrie contenuti nel Liber Usualis il rapporto aureo a livello delle proporzioni melodiche, ma in mancanza di una documentazione che ne attesta la volontà di inserimento, la non casualità della cosa rimane tutta a livello puramente congetturale; medesime illazioni sono sempre state fatte che per le opere di Mozart, anche se recentemente John Putz, matematico all'Alma College, subitamente convinto anche lui di tale teoria, specialmente per quanto riguarda le sue sonate per pianoforte, dovette ricredersi riscontrando un risultato decente soltanto per la Sonata n. 1 in Do maggiore. La musica scritta in note come la intendiamo noi oggi fu inventata proprio nel Medioevo e potete trovare qui il testo di riferimento: Storia della musica medievale, oltretutto la notazione musicale medievale (da cui si evolse quella moderna) risale al IX secolo d.C., almeno tre secoli prima di Fibonacci e quindi sarebbe difficile pensare che le note musicali siano state create dopo la creazione dell’omonima serie, anche se le coincidenze numeriche delle note non mancano, tanto è vero che si parla di ottave e l’8 è un numero della Serie di Fibonacci. Oggi tanta gente non pensa e si rifiuta di credere che in un’epoca come il Medioevo la gente potesse avere della testa, dell’intelletto, anche se purtroppo solo pochi potevano usarlo davvero; non ci si dovrebbe meravigliare se una cosa come la musica fosse legata alla matematica dalla Serie di Fibonacci e il legame fosse stato inventato proprio in epoca medievale, lo scalino della Musica sarebbe così inserito nella scala illustrata precedentemente e nella costruzione di edifici con lo scopo di creare particolari effetti sonori e risonanze o riverberi speciali. Se consideriamo quanto appena detto, nel contesto di una costruzione, i primi tre scalini permetterebbero di arrivare all’ultimo con un solo scopo, lo stesso inseguito nella costruzione delle cattedrali: portare il cielo e quindi l’universo, il mondo di Dio sulla Terra. Questo collegamento è puramente teorico e la teoria avrebbe maggior validità se si considera che gli uomini del Medioevo, specialmente i costruttori delle Cattedrali e dei castelli come Castel del Monte, potrebbero aver usato testi classici, mescolandoli con elementi del proprio tempo per giungere alla creazione di una sorta di ponte tra cielo e terra; un ponte tra Dio e l’uomo, tra il divino e l’umano.

    Detto questo, non dobbiamo giungere alla conclusione che Chretien creando questo mantello fatato, che indossa Erec nell’Incoronazione, abbia voluto celare un qualche mistero o una qualche misteriosa mappa, piuttosto ispirandosi ad altre opere ha voluto fare sia sfoggio di intelletto degli uomini del suo tempo, sia descrivere le scienze più importanti del suo tempo e infine ha voluto usare qualcosa che permettesse ai suoi lettori di lasciarsi andare all’immaginazione, grazie anche alle descrizioni che dà delle quattro grandi scienze.

    La conclusione del racconto con l’incoronazione vera e propria

    Il racconto conclude in due paginette con la vera e propria incoronazione alla presenza di tutta la corte di Artù e dei suoi vescovi. L’incoronazione vera e propria viene descritta come il posare la corona sulla testa e mettere in mano lo scettro, si tratta senz’altro di una descrizione veloce e fuggevole, poiché la descrizione del mantello ha la stessa funzione di incoronazione, con maggior valore inoltre, perché la corona rappresentata dal mantello di Erec è anche la Conoscenza che secondo la mentalità dell’epoca apparteneva ai grandi uomini. Purtroppo dell’abito dell’incoronazione di Enide Chretien non dice niente, e non per uno slancio di maschilismo, piuttosto perché era Erec il legittimo re, erede al trono di suo padre e quindi a lui spettava la scena più importante, Enide ha avuto la sua in precedenza e in questo caso sale al trono come regina consorte.

    Fonti bibliografiche

    Fonti online

          Testi cartacei

          • Erec ed Enide. Chretien de Troyes. A cura di G. Agrati, M. Magini, - Milano: Mondadori. 1983
          • Castel del Monte, Stefania Mola. Mario Edda Editore, Bari, 1991

          Note

          [1] Moggio, dal lat. mŏdius, prob. der. di modus «misura»; cfr. modio, si tratta di un’antica unità di misura di capacità per aridi, soprattutto per le granaglie, usata in Italia prima della adozione del sistema metrico decimale, con valori diversi nelle varie città. Era però anche un’antica unità di misura agraria usata, con valori diversi, in varie province italiane. Probabilmente in questo contesto ha significato di recipiente molto grande da usare per contenere molto denaro.

          [2] Probabilmente da intendersi come le sterline normali, certo è difficile da credere che ai tempi di Chretien qualcuno fosse tanto ricco da potersi permettere di elargire gratuitamente tanto denaro; senza considerare che l’Inghilterra nel periodo di Chretien non navigava certo nell’oro, considerato che era sconvolta dalla tremenda guerra civile tra Stefano e Maud. Si potrebbe trattare di una aggiunta di fantasia dell’autore.

          [3] Scrittore latino del V secolo, autore di un commento al Somnium Scipionis di Cicerone da cui potrebbero essere derivate le idee sulle scienze esposte nella descrizione del mantello di Erec. È stato un filosofo, scrittore e funzionario romano. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. Della vita di Macrobio non si sa molto e quel poco che è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile e di lui le sole cose certe che si sanno è che non era cristiano (tuttavia le sue idee erano affini con la mentalità cristiana dei primi secoli d.C.) e che nacque nell’Africa romana. Macrobio iniziò ad interessarsi di Astronomia probabilmente all'epoca della stesura del Commentariorum in Somnium Scipionis, nel quale descrisse la Terra come una sfera (globus terrae) di dimensioni insignificanti rispetto al resto dell'universo. Da allora iniziò ad elaborare alcune teorie come dilettante, sostenendo che la terra non fosse piatta. Ne è prova che in alcuni manoscritti, risalenti al Medioevo, contenenti opere di Macrobio, sono tracciati diversi globi: in uno di questi compare anche una possibile suddivisione delle zone climatiche terrestri. Durante il Medioevo Macrobio fu identificato come un autore cristiano e per questo poté godere di una buona reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai più illustri filosofi come Pietro Abelardo. Le sue opere furono copiate dagli amanuensi nei monasteri e così non venne dimenticato, ma, terminato il Medioevo, in un primo tempo non venne considerato dagli umanisti, che poi invece lo ripresero. L'appartenere ad un periodo così tardo della storia antica non gli ha mai giovato e solo oggi si sta riprendendo lo studio delle sue opere in modo più approfondito, pur con meno intensità rispetto al Medioevo. In effetti gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera di Macrobio per conoscerne e apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di dargli una datazione e un'identità.

          [4] Forse diminutivo di brebis, pecora; designa un animale esotico non identificato.

          [5] Somnium Scipionis (in lingua italiana Sogno di Scipione) è il nome con cui viene identificato un celebre brano del trattato De re publica di Marco Tullio Cicerone (composto nel 54 a.C.) corrispondente all'ultima parte del sesto libro. In esso sono trattati temi di contenuto filosofico-mistico come l'immortalità dell'anima, il premio ultraterreno destinato ai grandi uomini politici benefattori della patria, l'esistenza di un aldilà. Il poeta pagano tardo-imperiale Ambrogio Teodosio Macrobio scrisse il Commentarii in Somnium Scipionis, un commentario in due volumi sul Somnium. Il libro ebbe inoltre fortuna nella tarda antichità e nel Medioevo a motivo della sua affinità con la dottrina cristiana sulla vita eterna.

           

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