<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106</id><updated>2012-01-03T16:44:35.694+01:00</updated><category term='Racconti e annedoti...'/><category term='La fonte storica'/><category term='Santi del Medioevo'/><category term='Avvisi agli utenti'/><category term='Personaggi del Medioevo'/><category term='Maria di Francia'/><category term='Condottieri medievali'/><category term='Chrétien de Troyes'/><category term='Donne della storia'/><category term='Santa Chiara e San Francesco'/><category term='Bernardo da Chiaravalle'/><category term='San Francesco'/><title type='text'>Personaggi ed opere del Medioevo</title><subtitle type='html'>...Non solo mille anni di storia...</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>31</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-7422915579805122494</id><published>2011-12-29T19:35:00.000+01:00</published><updated>2012-01-03T16:38:18.583+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chrétien de Troyes'/><title type='text'>Erec ed Enide - I Parte</title><content type='html'>&lt;h2&gt;Introduzione &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Chrétien De Troyes ha avuto la fortuna peculiare di diventare il più conosciuto dei poeti francesi medievali, specie per gli studiosi di storia e letteratura medievale, e se non avesse scritto opere come quella del Graal, probabilmente sarebbe rimasto sconosciuto sia ai suoi contemporanei sia a noi, oggi. La conoscenza delle opere di Chrétien è stata resa possibile nei circoli accademici, dalle edizioni critiche nei confronti dei suoi romanzi intraprese, nel corso degli ultimi trent’anni, dal professor Wendelin Foerster di Bonn. Allo stesso tempo, la mancanza di familiarità con il lavoro di Chrétien è dovuto alla quasi totale assenza di traduzioni dei suoi romanzi nelle lingue moderne, motivo per il quale alcune sue opere sono del tutto andate perdute. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L'uomo che, per quanto ne sappiamo, in primo luogo racconta le avventure dei cavalieri di Artù, Galvano. Ivano, Erec, Lancillotto e Percival, è stato dimenticato e le sue opere le conosciamo fondamentalmente non tanto perché sappiamo che le ha scritte Chretien, ma per mezzo delle trasformazioni che hanno subito le sue opere nei secoli successivi la sua morte. In un certo senso, gli scrittori che gli succedettero furono i suoi eredi e la nostra sola speranza di tramandare ai posteri le sue storie, specie quella del Santo Graal, la dobbiamo a personaggi come Wolfram von Eschenbach, Thomas Malory, Lord Tennyson, e Richard Wagner, i quali, oltre che suoi eredi sono anche suoi debitori. Il presente testo è nato dal desiderio di mettere questi romanzi di avventura in una versione in prosa, basata direttamente sulla più antica forma in cui tali racconti esistono. […]&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Chrétien de Troyes, scrisse in Champagne durante l’ultimo terzo del XII secolo. Della sua vita non conosciamo né l'inizio né la fine, ma sappiamo che tra il 1160 e il 1172 visse, forse come araldo d'armi a Troyes, dove viveva presso la corte della sua patrona, la contessa Marie de Champagne, figlia di Eleonora d’Aquitania. […] &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Professore Foerster, basando la sua osservazione sulle migliori fonti in nostro possesso per quanto riguarda la letteratura medievale, ha definito “ &lt;i&gt;Erec e Enide&lt;/i&gt;” , il più antico romanzo arturiano esistente. […] &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sono completamente assenti documenti della tradizione popolare risalenti a prima della conquista normanna (1066), e probabilmente, prima, Artù ed i suoi cavalieri erano una leggenda celtica tramandata a partire da Nennio; nel modo in cui li vediamo nei primi romanzi francesi, hanno poco in comune con i loro prototipi celtici […]. Certamente le leggende celtiche su Artù furono, insieme ad altre fonti come quelle di Nennio e Geoffrey di Monmouth, una buona base di partenza per Chretien per creare i suoi ideali di cavalleria. Alla base dell’ideale cavalleresco creato da Chretien vi erano la religione ed una nuova mentalità e la letteratura fu un veicolo per diffondere alle classi sociali media e nobile tali ideali. Anche per questo motivo, è difficile determinare spesso se è la letteratura la base di un comportamento sociale o il contrario, ovvero se un determinato comportamento può stare alla base di un’opera letteraria, in particolare, per quanto riguarda il Medioevo, di un ideale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;A causa di evidenti incongruenze tra la realtà storica e l'ideale presente in letteratura, derivanti dallo studio delle cronache o &lt;i&gt;annales&lt;/i&gt; medievali, è difficile non solo stabilire se è nato prima l’ideale o il comportamento, ma perfino capire se tra essi ci sia un possibile legame o se sia tutto costruito irrazionalmente dagli scrittori dell’epoca al fine di raccontare favole e non fatti storici. Ci sono inoltre delle eccezioni che contraddicono quanto detto ed ipotizzato sino ad ora, ovvero, da alcune cronache emergerebbe che per la cavalleria alcuni peccati come l’adulterio erano considerati alla pari di un’onta di disonore e così Lancillotto in molte cronache è da un lato il cavaliere migliore e da un altro il peggiore poiché il suo peccato e il suo disonore consistono nell’amore segreto ed adultero nei confronti di Ginevra, la moglie del suo re. A causa dei suoi peccati di lussuria, Lancillotto, nelle opere di continuazione di &lt;i&gt;Le count du Graal&lt;/i&gt; di Chretien, pur essendo il miglior cavaliere per le gesta cavalleresche non è poi così puro da aver diritto ad accedere al segreto mistico del Santo Graal.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sia in &lt;i&gt;Erec ed Enide&lt;/i&gt; sia nelle altre opere, Chretien non fa diretto riferimento né cita le possibili opere a cui si è ispirato o su cui si è basato, e così gli studiosi di storia si ritrovano a dover fare ipotesi e speculazioni circa il materiale di partenza usato dal poeta medievale. Se Chretien, come molti sostengono, si basò su opere precedentemente scritte, ciò significa che il materiale da lui usato era evidentemente a portata di mano e se ne appropriò, senza capire molto del suo spirito primitivo, ma apprezzandolo comunque ed usandolo come fonte di ispirazione per creare dal nulla, inventare una società ideale; società tanto sognata ma irrealizzabile nel suo tempo. […]&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Le basi di Chretièn &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Un poeta medievale francese del XII secolo aveva tre categorie di racconti tra cui scegliere e ai quali ispirarsi: &lt;/p&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;leggende legati alla storia della Francia (“ matière de France” ), &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;le leggende connesse con Artù e gli altri eroi celtici (“ matière de Bretagne” ), &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;materiale quale cronache e mitologia classica (greca e romana) &lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;p&gt;Ovviamente le opere a disposizione erano o in latino o in greco, difficilmente erano reperibili in lingua volgare e questo è uno dei principali motivi per cui molte opere oggi sono andate perdute. Tra gli autori classici a cui Chretien si ispirò vi fu Ovidio con opere quali la “ &lt;i&gt;Metamorfosi&lt;/i&gt;” , la “ &lt;i&gt;Ars&lt;/i&gt; &lt;i&gt;Amatoria&lt;/i&gt;” , e forse il “ &lt;i&gt;Remedia&lt;/i&gt; &lt;i&gt;Amoris&lt;/i&gt;” . Chretien non fu il solo, anche altri come Maria di Francia si sarebbero ispirati ad Ovidio, tuttavia le opere e le leggende di impronta e tradizione celtica erano più belle e piacevano di più non solo a Chretien, ma forse alla sua società, al suo pubblico. Probabilmente, il gusto per il celtico e il misterioso da parte del pubblico di Chretien, fu il motivo che lo spinse ad usare buona parte di quel tipo di materiale piuttosto che quello classico. I personaggi e le ambientazioni delle opere di Chretien sono gli stessi che in epoca romana e subito dopo la caduta dell’Impero erano state dei celti e delle popolazioni britanniche per quanto riguarda la Britannia celtica. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh3.ggpht.com/-iHRuzay294U/Tvy66Qi1nKI/AAAAAAAAQhs/DhvNNlqw99g/image%25255B7%25255D.png?imgmax=800" width="800" height="176" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 1 – Schema della possibile mescolanza di elementi classici e celtici, usati da Chretien per la stesura e la realizzazione delle sue opere.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Poiché come detto, le leggende e le tradizioni celtiche dovevano essere care al pubblico di Chretien più di quelle classiche, ovviamente la scelta per l’inizio della creazione delle sue opere furono Artù e i suoi cavalieri. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;[…]&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Lo stile di Chretien: l’evoluzione e l’utopia&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Ora prendiamo in considerazione i difetti che un lettore moderno non tarderà a rilevare nello stile di Chrétien. Per la maggior, i suoi difetti più evidenti sono anche quelli comuni a tutta la letteratura narrativa medievale. Tali difetti riguardano soprattutto la descrizione del tempo libero della classe sociale a cui Chretien più si rivolgeva: i passatempi di questa classe di lettori erano giostre, caccia, e fare l'amore; da qui la tendenza a trattare soprattutto questi argomenti nelle sue opere. Chretien non è il solo scrittore medievale a trattare argomenti erotici nei suoi romanzi, altri come Renaut de Beaujeu ne &lt;i&gt;Il bel cavaliere sconosciuto&lt;/i&gt; tendono a trattare argomenti della sfera sessuale. Nell’opera di Renaut de Beaujeu, il cavaliere si innamora follemente di una donna, che poi si rivela essere una fata, che a sua volta lo ama ma non esita a punirlo per la sua villania e lui per la disperazione di questo amore si impegna a riconquistarla e i due passano molto tempo dedicandosi appunto a fare l’amore, attività per cui nel Medioevo avevano sicuramente tempo e voglia!&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche giostre e caccia vengono descritte dettagliatamente sia da Chretien sia dagli altri poeti contemporanei come Renaut de Beaujeu e questo sempre perché si trattava di argomenti graditi al loro pubblico. […]&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La tendenza di alcuni critici è stata quello di minimizzare l'originalità del poeta francese, sottolineando analogie sorprendenti nelle favole classica e celtica. […] Inoltre, gli studiosi hanno rivolto la loro attenzione anche ad altri paralleli con i miti gallesi e irlandesi, dove personaggi e oggetti fatati sono più comuni che non nelle opere classiche dove il magico ed il divino sono la stessa cosa, mentre nelle saghe celtiche (di cui fanno parte anche la mitologia gallese ed irlandese come rami) magico e divino tendono ad essere distinti, fatti apparire diversi anche se tra loro molto simili. […]&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Professore Foerster, si oppose alla cosiddetta &lt;i&gt;teoria anglo-normanna&lt;/i&gt; che presuppone l'esistenza della di una serie perduta di romanzi anglo-normanni scritti in lingua volgare, usate come base da Chrétien de Troyes per molte sue opere; sostenendo l'originalità del poeta francese. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il lettore moderno come il lettore del XII secolo convengono sulla domanda riguardante le fonti dell’autore: cioè se quello che ha scritto deriva da opere precedenti o se l’ha inventato lui stesso di sana pianta. […] &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L’originalità di Chrétien, fondamentalmente, consiste nel suo ritratto della società dell'aristocrazia francese nel XII secolo. Per quanto ne sappiamo è stato il primo a usare la lingua volgare per scrivere opere rivolte ad uomini e donne che si erano formati alla lettura con il latino e che vivevano in conformità con le regole della cortesia. Certamente gli argomenti trattati da questi romanzi di Chretien, non sembrano affatto conformi invece a quella che era la morale dettata dalla Chiesa di allora. Sembra infatti che nel Medioevo il matrimonio e la castità all’interno dello stesso fossero tenuti in alta considerazione dalla Chiesa; non solo, per quanto riguarda i tornei, essi non erano proibiti ma la morte in torneo era penalizzata con la sepoltura in terra sconsacrata. Quanto, infine, all’amore libero, beh, non si può certo dire che la Chiesa del Medioevo vi fosse favorevole, ma siccome era difficile anche per il prete di campagna controllare ogni singolo letto di un piccolo gregge, si cercava di tenere la moralità sulla retta via con sermoni e prediche al popolo, per quanto fosse possibile. La perfezione del cavaliere così come la vede Chretien e gli altri autori medievali, hanno delle caratteristiche, come detto poco fa, incompatibili con la morale cristiana. Il materiale arturiano, come viene usato da Chretien e contemporanei, è fondamentalmente immorale se giudicato secondo gli standard della morale cristiana. […]&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L'amore appassionato di Tristano per Isotta, quello di Lancillotto per Ginevra, quello di Cliges per la Fenice, affascinavano la società tradizionale cristiana del XII secolo e del XX secolo. […]. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Gli studiosi hanno cercato di determinare una cronologia delle opere del poeta, e questo è importante al fine di formulare delle teorie sull’evoluzione sia dell’autore sia delle opere e del loro contenuto, come lo stesso ideale cavalleresco sia nato e mutato nel corso degli anni di lavoro di Chretien fino a diventare un dogma. Secondo Foerster la cronologia delle opere di Chretien, così come è stata fatta, dopo la sua morte e nei secoli successivi, rispecchierebbe l’evoluzione delle sue stesse idee fino al culmine, rappresentato dal Graal e dalla sua ricerca. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh5.ggpht.com/-wopeQQyg90Y/Tvy67r4iMNI/AAAAAAAAQh0/8uUxW2jr1Oo/image%25255B10%25255D.png?imgmax=800" width="475" height="354" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 2 – Schema dell’evoluzione delle idee di Chretien che portarono al dogma&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le idee di Chretien e non solo, evolvendo, portano alla nascita di un dogma &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn1_8947" name="_ftnref1_8947"&gt;[1]&lt;/a&gt;, il dogma del cavaliere perfetto, perfetto per Dio prima di tutto e poi per la società, ma si tratta di un dogma filosofico, un’utopia che non è realizzabile nella società reale né del XII secolo né tantomeno in quella attuale. Il dogma di Chretien inoltre presenta delle notevoli contraddizioni in sé stesso, perché come detto prima, prevede taluni comportamenti che la Chiesa di allora non poteva tollerare. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Se &lt;i&gt;Erec ed Enide &lt;/i&gt;è la prima opera in assoluto scritta da Chretien, come sostenne Foerster, allora Chretien iniziò il suo percorso e quello del suo cavaliere sostenendo che questi è un uomo che si divide tra l’amore per una donna e quello per il suo “ dovere” e quindi gesta cavalleresche e ricerche, lo stesso dilemma che divideva l’anima di Lancillotto: diviso tra l’amore per una donna (Ginevra, che oltretutto era la moglie di Artù) e quello per il suo Re e il suo “ dovere” di cavaliere. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh6.ggpht.com/-TdPTATb2RHQ/Tvy681CyPkI/AAAAAAAAQh8/IlYzJof3YDI/image%25255B14%25255D.png?imgmax=800" width="800" height="481" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 3 – La trasformazione della lotta tra amore carnale e i doveri del cavaliere a lotta tra l’amore per Dio e l’amore per ciò che è terreno. &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il fatto che Chretièn abbia scritto &lt;i&gt;Erec ed Enide&lt;/i&gt; usando lo sfondo del mondo arturiano, non è casuale perché come detto, è difficile credere che le sue opere siano nate dal nulla, pur essendo originale nella stesura del racconto, Chretien deve per forza essersi servito di materiale a portata di mano che trattasse di Artù e dei suoi cavalieri. Tale base non è casuale nemmeno per l’ideale che egli voleva cominciare a creare, al modello di cavaliere perfetto. […]&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche se le opere sopravvissute di Chretien non sono molte, permettono tuttavia di capire come fosse stata trasformata nei romanzi la reale società feudale e come si sperava di farla rinascere: il cavaliere medievale della realtà storica era essenzialmente un vassallo del suo signore con obblighi nei suoi confronti, obblighi di natura morale, economica e militare soprattutto; nei romanzi questo legame di vassallaggio viene cambiato e il ruolo del signore viene trasferito prima alla moglie dello stesso (amor cortese) e poi a Dio. Nei romanzi medievali, la scala gerarchica che da Dio va al Re e poi dal Re va al vassallo viene sconvolta, il potere divino dei Re rimane in vigore solo nella realtà storica, mentre poeti e scrittori sognano una nuova società feudale che però era impossibile da realizzare nella realtà! &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh3.ggpht.com/-wVsXg9xwuyk/Tvy6-cxdLwI/AAAAAAAAQiE/Z-Fe9rs4hwI/image%25255B23%25255D.png?imgmax=800" width="850" height="512" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 4 – Evoluzione della scala sociale nella realtà ed evoluzione nelle piramidi di destra e quella in basso, nell’ideale cortese e poi in quello cavalleresco secondo Chretien. La donna del Re viene vista prima come una possibile scorciatoia per entrare nelle grazie del Re e comunque in quanto amante del cavaliere passa al secondo posto tra Dio ed il vassallo/cavaliere; nell’ultima piramide il cavaliere è tra Dio ed il re, dovendo scegliere chi servire. Si tratta di un avvicinamento a Dio da parte dell’uomo di una società appartenente ad un mondo morente e che aveva bisogno di nuovi stimoli. Forse è anche da questi ideali che potrebbero essere nati i primissimi ordini monastico-cavallereschi. […]&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Il romanzo di Erec ed Enide&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Il romanzo, come lo proponiamo noi deriva dalla traduzione in lingua italiana, della versione inglese in prosa. Il romanzo originale era probabilmente scritto in versi. La traduzione dell’&lt;i&gt;Erec et Enide &lt;/i&gt;in prosa è quasi &lt;i&gt;&lt;u&gt;letterale&lt;/u&gt;&lt;/i&gt; e ci si è serviti del testo per studenti “ &lt;i&gt;Erec ed Enide” &lt;/i&gt;edita da A. Mondadori e tradotta a cura di G. Agrati e M.L. Magini per la compensazione delle parti che nella versione inglese, per via dell’uso di termini dell’inglese medievale oggi perduti e in disuso, rischiavano di restare senza traduzione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h1 align="center"&gt;Parte I&lt;/h1&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1-26.)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Il proverbio popolare dice che molti tendono a disprezzare una cosa che invece vale molto di più di quanto si sia supposto. Perciò sarebbe un bene, se l’uomo imparasse ad usare maggiormente il suo intelletto nel giudicare. Chi trascura questa raccomandazione può probabilmente finire per ignorare qualcosa che invece gli potrebbe procurare grande piacere. Così Chrétien de Troyes sostiene che ci si debba sempre adoperare e sforzarsi per imparare sia a parlare bene sia ad essere educati, ed egli lo vuole dimostrare per mezzo di una storia di avventura, un argomento piacevole in cui dimostra che non è saggio colui che non fa uso liberale del suo sapere di cui Dio gli ha fatto grazia. La storia parla di Erec figlio di Lac, storia che quanti vivono dell’arte del narrare alla presenza di Re e di conti sono usi frammentare e corrompere. E ora io inizierò il racconto che sarà ricordato finché durerà la cristianità. Questo è vanto di Chrétien.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 27-66)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Il giorno di Pasqua in primavera, Re Artù teneva corte nella sua città di Cardigan &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn2_8947" name="_ftnref2_8947"&gt;[2]&lt;/a&gt;. Non s’è mai stato vista una così ricca corte; v’era un uomo, per molti un buon cavaliere, ardito, audace e coraggioso, e v’erano anche ricche dame, dolci e belle figlie dei re. Ma prima che la corte fosse congedata, il Re disse ai suoi cavalieri che voleva cacciare il Cervo Bianco &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn3_8947" name="_ftnref3_8947"&gt;[3]&lt;/a&gt;, per osservare degnamente l'antica usanza. Il nobile &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn4_8947" name="_ftnref4_8947"&gt;[4]&lt;/a&gt; Gawain&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn5_8947" name="_ftnref5_8947"&gt;[5]&lt;/a&gt; sentito questo era molto dispiaciuto e andato da Re gli disse: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Sire, non si ricaverà né grazia né nulla di buono da questa caccia. Noi tutti sappiamo da tempo come funziona questa usanza del Cervo Bianco: chiunque ucciderà il Cervo Bianco deve baciare la più bella fanciulla della corte, qualunque cosa accada. Ma da questo ci possono venire grandi mali, perché ci sono qui ben 500 fanciulle di nobile nascita, gentili e prudenti figlie di re, e non c'è nessuna di loro per la quale un cavaliere non sarebbe pronto a lottare, anche a costo di sbagliare se colei che è la sua signora è la più bella e più dolce di tutte. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Re risponde « Questo lo so bene, eppure non desisto per questo motivo, e la parola di un Re non dovrebbe mai essere contraddetta. Domani mattina andremo tutti allegramente a cacciare il Cervo Bianco nella foresta e questa caccia sarà un’avventura molto piacevole! »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh4.ggpht.com/-mbgNXx6tLME/Tvy7FpehF9I/AAAAAAAAQiM/t89xocO_E2s/image%25255B31%25255D.png?imgmax=800" width="700" height="477" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 5 – La caccia al Cervo, miniatura del XV secolo.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 67-114). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;E così la caccia viene organizzato per la mattina successiva, all'alba. L’indomani, non appena è giorno, il Re si alza e si veste e indossa una corta tunica per la sua cavalcata nella foresta. Egli comanda ai cavalieri di svegliarsi, prepararsi e di tenere pronti i cavalli. Una volta montati tutti a cavallo se ne vanno, con archi e frecce. Dopo di loro la Regina monta il suo cavallo, prendendo una damigella con lei. La damigella era la figlia di un Re e salì su di palafreno bianco &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn6_8947" name="_ftnref6_8947"&gt;[6]&lt;/a&gt;. Dopo di loro fa seguito rapidamente un cavaliere, di nome Erec, che apparteneva alla Tavola Rotonda, e aveva grande fama presso la corte. Tra tutti i cavalieri che c'erano, lui ha ricevuto tali elogi ed era così bello che in nessuna parte del mondo avrebbero trovato un altro cavaliere come lui. Era molto leale, coraggioso, e cortese, anche se non aveva ancora venticinque anni di età. Non c'è mai stato un uomo della sua età che fosse già stato fatto cavaliere. E cosa ancora dovrei dire delle sue virtù? &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In sella al suo destriero, Erec indossava un mantello foderato di ermellino &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn7_8947" name="_ftnref7_8947"&gt;[7]&lt;/a&gt;, e una tunica di seta preziosamente rabescata che era stata tessuta a Costantinopoli &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn8_8947" name="_ftnref8_8947"&gt;[8]&lt;/a&gt;. e le brache, di broccato di seta, erano molto ben fatte e ben tagliate. Saldo sulle staffe, aveva speroni d’oro e non portava altre armi che la spada. Mentre galoppava lungo la strada si avvicinò alla Regina, e disse: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Signora, se vi piace, io volentieri vi accompagnerò lungo questa strada, essendo venuto per nessun altro scopo che stare in vostra compagnia ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E la Regina lo ringrazia: « Bell’amico, sappiate per certo che la vostra compagnia mi è molto gradita e che non potrei averne di migliore ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh5.ggpht.com/-fNDuruqdE5g/Tvy7LaB72QI/AAAAAAAAQiU/McORZLK3nPA/image%25255B37%25255D.png?imgmax=800" width="600" height="451" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;em&gt;Figura 6 – Fotografia di un ermellino, da notare lo straordinario pelo morbido di colore bianco. L’ermellino è un animale tutt’oggi ricercato per la sua pelliccia. &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 115-124). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Poi cavalcano spediti e si inoltrano nella foresta.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quelli che li hanno preceduti hanno già levato il cervo: gli uni suonano il corno, gli altri gridano. Soffiava un po’ di vento, i cavalieri inseguivano i cani, i cani correvano in avanti inseguendo il cervo, e abbaiavano. E prima di loro tutti vi era il Re in sella ad un cavallo spagnolo &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn9_8947" name="_ftnref9_8947"&gt;[9]&lt;/a&gt;. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh4.ggpht.com/-v6rFwO0SiF0/Tvy7S8DUwjI/AAAAAAAAQic/G-y5S5Anl-I/image%25255B46%25255D.png?imgmax=800" width="800" height="437" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 7 – A sinistra fotografia di un primo piano della specie Andaluso e a destra un dipinto seicentesco dell’andaluso. Da ammirare l’eleganza e la bellezza di questo cavallo che fin dal Medioevo affascina i cuori romantici e quelli dei poeti e scrittori. &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 125-154)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Nel bosco, la Regina Ginevra tende l’orecchio al latrare dei cani. Accanto a lei sono la damigella bella e cortese ed Erec. Quelli che avevano continuato a cacciare il cervo erano così lontani da loro che, a meno che ascoltassero con attenzione per catturare il suono del corno o l’abbaiare dei cani, non poterono più sentire i nitriti dei cavalli, le grida dei cacciatori o i latrati dei cani. Così tutti e tre tirarono le redini e si recarono in una radura accanto alla strada. Vi si trovavano da breve tempo, quando vedono giungere su un destriero un cavaliere interamente armato, con lo scudo al collo e la lancia stretta nel pugno. La Regina lo scorse da lontano e vide che a destra, accanto a lui vi era una fanciulla di nobile portamento, e prima di loro, su un vecchio cavallo, vi era un nano &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn10_8947" name="_ftnref10_8947"&gt;[10]&lt;/a&gt; che recava in mano un flagello annodato. Quando la Regina Ginevra ha visto il cavaliere avvenente e grazioso, ha desiderato sapere chi fossero lui e la sua damigella. Così disse con la sua damigella di andare rapidamente a parlare con lui.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 155-274). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;« Damigella », dice la Regina, « vai là e proponi al cavaliere di venire a me e portare la sua damigella con lui” . La ragazza allora si dirette verso il cavaliere. Ma il nano fellone&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn11_8947" name="_ftnref11_8947"&gt;[11]&lt;/a&gt; le andò incontro tirando tenendo in mano il suo flagello e gridando: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Damigella, fermatevi!» le grida «Che venite a cercare qui? Più avanti non avete nulla da fare.»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Nano », dice lei, « lasciami passare, desidero parlare con quel cavaliere laggiù. È la Regina che mi manda qui.». Il nano, che però era maleducato e meschino, si mise in mezzo alla strada. e disse: « Vo non avete affari qui! Andatevene! Non avete il diritto di parlare con un così nobile cavaliere ». La giovane avanza e cerca di superarlo con la forza, tenendo in considerazione il fatto che il nano doveva essere anche debole, nel vederlo anche così piccolo. Allora il nano alzò la frusta, quando la vide venire verso di lui e volle colpirla in faccia. Lei ha alzato il braccio per proteggersi, ma lui alzò di nuovo la mano e la colpì sulla mano nuda non protetta: ha dato il suo colpo sul dorso della mano che è diventato tutto nero e blu. Quando la fanciulla capisce che non poteva fare nient’altro, a dispetto di se stessa, deve necessariamente ritornare. Così piangendo si voltò indietro. Le lacrime agli occhi che scendevano sulle guance.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quando la Regina vede la sua damigella ferita, ne è gravemente addolorata e arrabbiata e non sa cosa fare. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Ah, Erec, bell’amico! Mi dà pena che quel nano abbia ferita in tal modo la mia damigella. È ben villano il cavaliere che permise che un simile aborto &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn12_8947" name="_ftnref12_8947"&gt;[12]&lt;/a&gt; colpisse una creatura tanto bella! Caro amico Erec, andate a dirgli che venga senza indugio: voglio conoscere lui e la sua amica ». Erec si dirige là, dando di sprone al suo destriero, e cavalca dritto verso il cavaliere. Il nano fellone lo vede arrivare e gli va incontro. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Signore, » dice, « un passo indietro! Non so che affari avete qui, ma vi consiglio di ritirarvi.» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Vattene », dice Erec, « nano fellone! Tu sei vile e fastidioso. Lasciami passare.» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« No». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Così ti ordino» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« No». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec spinge il nano da parte. Il nano non aveva uguali per cattiveria: gli ha dato un grande colpo con la sua frusta a destra sul collo, in modo che il collo Erec e il viso sono segnati con il colpo del flagello, da cima a fondo appaiono le linee che le corregge hanno lasciato su di lui. Sapeva bene che non poteva avere la soddisfazione di colpire il nano, poiché vide che il cavaliere era armato, arrogante, e malvagio, e temeva che presto l’avrebbe ucciso, avrebbe dovuto colpire il nano in sua presenza. Temerarietà non è coraggio. Così Erec ha agito saggiamente e si è ritirato senza ulteriori indugi. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Mia signora », dice, « ora le cose stanno peggio, perché il nano fellone mi ha così ferito che ha segnato la mia faccia, ma io non ho il coraggio di colpire o toccare lui. E nessuno dovrebbe rimproverarmi se lo facessi, perché mi ha colpito ed ero completamente disarmato, e mi ha diffidato il cavaliere armato, ed essendo un tipo brutto e violento temo che presto mi ucciderà per il suo orgoglio. Ma questo io vi prometto: che se posso, io vendicherò la mia disgrazia, o essa aumenterà. Ma le mie armi sono troppo lontane perché io me ne avvalga in questo momento del bisogno, a Cardigan le ho lasciate questa mattina quando sono venuto via. E se torno al castello per prenderle, forse non ritroverò mai il cavaliere. Quindi devo seguirlo ora, lontano o vicino, fino a trovare alcune armi in prestito. Se trovo qualcuno che mi presterà le sue armi, il cavaliere mi troverà rapidamente pronto per la battaglia. E si può essere sicuri che noi due lotteremo fino alla sconfitta, mia o sua. E se possibile, sarò di ritorno entro il terzo giorno, quando mi vedrete di nuovo a casa siate gioiosa o triste. Signora, non posso più ritardare, perché devo seguire il cavaliere. Vado. A Dio, io vi affido. »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E la Regina allo stesso modo più di cinquecento volte lo raccomanda a Dio, affinché Egli possa difenderlo dal male.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 275-310). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Erec lascia la Regina e non cessa di seguire il cavaliere. La Regina resta nel bosco, dove ora il Re era venuto con il Cervo. Lo stesso Re ha superato gli altri nel sfidare la morte. Così hanno ucciso e preso il Cervo Bianco, e tutti tornarono portando il Cervo, fino a quando non giunsero di nuovo a Cardigan. Dopo cena, quando i cavalieri erano tutti di buon umore per la caccia, nella sala, il Re, come al solito, poiché aveva preso il cervo, ha detto che avrebbe concesso il bacio, per osservare l'usanza del Cervo. In tutto il salone si alzano le voci: ognuno vota e giura al suo vicino che non deve porgere il bacio senza prima sfidare qualcuno con lancia o spada. Ognuno vuole sostenere che la sua signora è la più bella in sala. La loro conversazione non faceva presagire nulla di buono, e quando il nobile Gawain udì ciò, dovete sapere che non era di suo gradimento. Così si è rivolto al Re: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;«Sire, » dice, « i tuoi cavalieri qui sono molto eccitati, e tutti loro parlano di questo bacio Dicono che non sarà mai concesso senza disturbi e una lotta »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E il Re saggio gli rispose: « Galvano nipote caro &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn13_8947" name="_ftnref13_8947"&gt;[13]&lt;/a&gt;, dammi un consiglio ora, risparmiando il mio onore e la mia dignità, facciamo un consiglio per evitare contese e disturbi.” &lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;(Vv. 311-341.)&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;Al Consiglio venne una gran parte dei migliori cavalieri della corte. Re Yder &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn14_8947" name="_ftnref14_8947"&gt;[14]&lt;/a&gt; è arrivato, fu il primo ad essere convocato, dopo di lui il Re Cadoalant &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn15_8947" name="_ftnref15_8947"&gt;[15]&lt;/a&gt;, che era molto saggio e coraggioso. Kay e Girflet &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn16_8947" name="_ftnref16_8947"&gt;[16]&lt;/a&gt;, e il Re Amauguin &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn17_8947" name="_ftnref17_8947"&gt;[17]&lt;/a&gt; era lì, e un gran numero di altri cavalieri erano lì con loro. La discussione era in corso quando la Regina arrivò e disse loro dell'avventura che aveva avuto nella foresta, del cavaliere armato che vide, e del piccolo nano maligno che aveva colpito la sua damigella sulla mano nuda con la frusta, e che ha colpito Erec sul viso, ma che Erec seguì il cavaliere per ottenere vendetta, o aumentare la sua vergogna, e come egli ha detto che, se possibile, sarebbe tornato entro il terzo giorno. « Sire », dice la Regina al re, « ascoltatemi un attimo. Se questi cavalieri approvano ciò che dico, rimandate questo bacio fino al terzo giorno, quando Erec tornerà ». Non c'è nessuno che non sia d'accordo con lei, e lo stesso Re approva le sue parole.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 342-392). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Erec segue costantemente il cavaliere che era armato e il nano che lo aveva colpito fino alla loro entrata in una città in buona posizione, forte e bella. Entrano direttamente attraverso il cancello. All'interno della città vi fu grande gioia di cavalieri e dame. Alcuni erano per le strade e alimentavano i loro sparvieri e falchi, altri stavano dando una boccata d'aria al loro &lt;i&gt;tercels &lt;/i&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn18_8947" name="_ftnref18_8947"&gt;[18]&lt;/a&gt;, (6) e giovani falchi gialli, altri giocavano a dadi o altro gioco d'azzardo, alcuni a scacchi, e alcuni a backgammon &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn19_8947" name="_ftnref19_8947"&gt;[19]&lt;/a&gt;. Gli stallieri erano davanti alle stalle a dedicarsi alla cura dei cavalli. Le signore si stanno facendo belle nei loro boudoir. Appena tutti vedono il cavaliere venire, lo hanno riconosciuto con il suo nano e la damigella, escono tre per tre per incontrarlo. Tutti salutavano il signore ma ignoravano Erec, perché non lo conoscevano. Erec segue da vicino il cavaliere attraverso la città, fino a quando lo vide scendere da cavallo. Poi, molto contento, andò un po’ più avanti finché non vide seduto su alcuni scalini il Vavasor &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn20_8947" name="_ftnref20_8947"&gt;[20]&lt;/a&gt;, un uomo avanti negli anni. Era un uomo avvenente, con capelli ricci bianchi, disinvolto, gentile, e franco. Era seduto tutto solo, che sembrava essere immerso nei suoi pensieri. Erec lo credette un uomo onesto che avrebbe potuto dargli alloggio. Quando attraversò il cancello del cortile, il valvassore gli corse incontro, e lo salutò cortesemente prima che Erec avesse avuto il tempo di dire una parola. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Gentile signore », dice lui, « siate il benvenuto. Se vi degnerete di presentarvi, questa è casa mia, ed è a vostra disposizione ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec risponde: « Grazie, per nessun altro scopo sono venuto, ho bisogno di un alloggio per questa notte! ».&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 393-410)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Erec smonta da cavallo, e il valvassore in persona lo prende e lo conduce per le redini, facendo all’ospite lieta accoglienza. Chiama poi la moglie e la bella figlia che attendevano a non so quale lavoro in un laboratorio. La dama compare accompagnata dalla figlia, che indossava un’ampia camicia di tessuto fine, bianco e pieghettato; sopra vi aveva passato nient'altro che una tunica, anch’essa bianca e tanto logora che era bucata ai gomiti. Ma se l'aspetto esteriore della veste era povero, essa racchiudeva un corpo molto bello.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La fanciulla era infatti meravigliosamente avvenente: la Natura, sua artefice, aveva posto ogni impegno nella propria opera, e si era stupita per prima più di cinquecento volte di come avesse potuto, in una sola occasione, formare una creatura sì bella; ché dopo, per quanto si fosse adoprata, non era più riuscita in alcun modo a riprodurre tale esemplare. E di lei, Natura è testimone: mai nel mondo intero fu vista creatura tanto bella &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn21_8947" name="_ftnref21_8947"&gt;[21]&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 411-458). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Devo dirvi, ed è la verità, che i capelli dorati e splendenti di Isotta la Bionda non erano nulla al confronto dei suoi; la fronte e il viso erano più chiari e bianchi del fiore del giglio; la carnagione meravigliosamente esaltata da un fresco colore vermiglio di cui Natura le aveva fatto dono per dar risalto allo splendore del viso. Gli occhi diffondevano tanta luce da sembrare due stelle; mai Dio seppe meglio disegnare un naso, una bocca, degli occhi. Come potrei descrivere la sua bellezza? Invero, ella era nata per essere contemplata, ché in lei ci si poteva rimirare come in uno specchio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Era dunque uscita dal laboratorio e, alla vista di quel cavaliere che non aveva mai incontrato prima, si era fermata un poco discosta: non lo conosceva, e perciò arrossì per il pudore. Da parte sua, Erec fu grandemente ammirato da così grande bellezza &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn22_8947" name="_ftnref22_8947"&gt;[22]&lt;/a&gt;. Erec, da parte sua, è estasiato nel vedere tanta bellezza in lei, e il valvassore le disse:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Cara figlia bella, prendi questo cavallo e conducilo alla stalla insieme ai miei cavalli. Guarda che non manchino di nulla, toglili la sella e le briglie, dagli avena &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn23_8947" name="_ftnref23_8947"&gt;[23]&lt;/a&gt; e il fieno, prenditi cura di lui, che egli rimanga in buone condizioni. »&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 459-546)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;La ragazza prende il cavallo, slaccia le cinghie e toglie briglie e sella. Ora il cavallo è in buone mani, perché si prende cura di lui eccellentemente. Getta una corda sopra la sua testa, gliela infila sopra spettinandolo. Poi lo lega alla mangiatoia e mette un sacco di fieno fresco dolce e avena per lui. Allora tornò da suo padre, che le disse: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Cara figlia bella, prendi ora questo signore per la mano e fagli vedere, con ogni onore e conducilo al piano di sopra. ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La fanciulla non si fa attendere, nel suo comportamento non c'era mancanza di cortesia, e lo condusse dal piano di sopra per mano. La signora li aveva preceduti e si era diretta a preparare la casa. Aveva dei cuscini ricamati che mette sugli scranni, dove tutti si sarebbero seduti: Erec con il suo ospite &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn24_8947" name="_ftnref24_8947"&gt;[24]&lt;/a&gt; accanto a lui, e dall’altra parte la fanciulla. Dietro di loro, il fuoco brucia vivacemente. Il Vavasor aveva un solo servo, e non domestica per il lavoro da camera o cucina. Questo uomo era impegnato in cucina a preparare la carne e il pollame per la cena. Un cuoco sapiente era, che sapeva come preparare pasti in acqua bollente e gli uccelli allo spiedo. Quando ebbe il pasto preparato &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn25_8947" name="_ftnref25_8947"&gt;[25]&lt;/a&gt; in conformità con gli ordini che gli erano stati dati, li portava l'acqua per il lavaggio in due bacini. La tavola fu presto preparata di cui la tovaglia, il pane e il vino e si sedettero a cena. Avevano tutto ciò di cui c’era il bisogno. Quando ebbero finito, e quando la tavola è stata sparecchiata e pulita, Erec così si rivolse al suo ospite, il padrone di casa: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Dimmi, mio leale ospite », ha chiesto, « perché tua figlia, che è così virtuosa, bella e intelligente, è così mal vestita? ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Leale amico », ha risposto il valvassore, « questi sono i nobili del contado, tutti, giovani e vecchi, sono giunti per una festa che si terrà in questa città domani. Perciò le case sono così piene ed in festa. Quando tutti si saranno riuniti, ci sarà un grande clamore domani, e in presenza di tutte le persone sarà posto su di un trespolo &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn26_8947" name="_ftnref26_8947"&gt;[26]&lt;/a&gt; d'argento uno sparviero di cinque o sei mute &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn27_8947" name="_ftnref27_8947"&gt;[27]&lt;/a&gt; - il meglio che si possa immaginare. Chi vuole ottenere il falco deve avere un'amante che è leale, prudente e cortese. E se c'è un cavaliere così audace da voler difendere il valore e il nome della più bella ai suoi occhi, lui per la sua amante deve farsi avanti e sollevare il falco dal pesce persico, se nessuno osa interporsi. Questa è l'usanza che stanno osservando, e per questo ogni anno si riuniscono qui &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn28_8947" name="_ftnref28_8947"&gt;[28]&lt;/a&gt;».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora Erec parla e gli chiede: « Leale ospite, se non ti spiace, ma dimmi, se sai, vi è un certo cavaliere in armi vestito di azzurro e oro, che passava di qui non molto tempo fa, e aveva accanto a sé un damigella di corte, preceduta su un mulo da soma da un nano». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora risponde l'ospite: « Questo cavaliere colui che vincerà il falco senza alcuna opposizione da parte gli altri cavalieri, ma non credo che qualcuno si vorrà opporre, anche questa volta non ci saranno colpi o ferite, come già da due egli ha vinto senza essere contraddetto, e se vince anche quest'anno, avrà vinto il falco e quello diverrà suo e potrà tenerlo senza altre sfide » Rapidamente Erec risponde: « Non mi piace quel cavaliere, parola mia, se avessi un’arma lo sfiderò per il falco. Ospite leale, ti prego, come per un dono dal cielo, di consigliarmi come posso procurarmi armi vecchie o nuove, povere o ricche, non importa ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E lui risponde a Erec generosamente: « Sarebbe un peccato farvi preoccupazione su questo punto! Ho armi buone che sarò lieto di prestarvi. In casa ho un usbergo con triplo tessuto &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn29_8947" name="_ftnref29_8947"&gt;[29]&lt;/a&gt;, che è stato selezionato tra cinquecento. E ho alcune schiniere &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn30_8947" name="_ftnref30_8947"&gt;[30]&lt;/a&gt; preziose, lucide, belle e leggere. L’elmo è luminoso e bello, e lo scudo forte e nuovo. Cavallo, spada, lancia e tutto quello che ti servirà, ovviamente, così che nessuno può dire nulla »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a name="OLE_LINK3"&gt;« &lt;/a&gt;Grazie gentile, leale ospite! Ma vorrei usare la mia spada ed il mio cavallo che ho portato con me, perché io non mi sentirei sicuro ad andare in sfida senza di essi&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn31_8947" name="_ftnref31_8947"&gt;[31]&lt;/a&gt;. Se mi presti il resto, io lo riterrò un grande favore. Ma c'è un’altra cosa che ti vorrei chiedere, per la quale farò ritorno solo se Dio fa' che io vinca la battaglia con onore. »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E l’altro francamente gli risponde: « Chiedi con fiducia tutto quello che vuoi, qualunque cosa sia, nulla del mio vi farò mancare.» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora Erec dice che vuole reclamare lo sparviero per la figlia dell’ospite, ché di certo al torneo non vi sarà una fanciulla bella nemmeno la centesima parte di lei: se la condurrà con sé, potrà affermare e dimostrare in verità e a buon diritto che il premio le spetta. Poi aggiunge: «Signore, tu non sai chi hai accolto qui come invitato, e nemmeno conosci il mio patrimonio e la mia parentela. Io sono il figlio di un Re ricco e potente: mio padre è il Re Lac, e i Bretoni mi chiamano Erec. Io appartengo alla corte di Re Artù, e sono stato con lui, per quasi tre anni. Non so se altri famigliari di mio padre o miei hanno mai raggiunto questa terra. Ma io vi prometto e voto che se mi presti le tue armi e tua figlia fino a domani, quando mi batterò per il falco, la porterò al mio paese, se Dio mi concederà la vittoria &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn32_8947" name="_ftnref32_8947"&gt;[32]&lt;/a&gt;, e le darò una corona da indossare, e lei sarà Regina di tre città » &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Ah, mio buon signore! Siete davvero Erec, il figlio di Lac?»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« È la verità, lo sono » si disse. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora l’ospite è molto felice e ha dice: « Abbiamo infatti sentito parlare di te in questo paese. Ora penso ancora meglio di te, perché sei molto valoroso e coraggioso. Nulla ora avrai rifiutato da me. Su richiesta ti do la mia bella figlia.» poi prendendola per la mano, dice &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn33_8947" name="_ftnref33_8947"&gt;[33]&lt;/a&gt;: « Ecco, io la dono a voi ». Erec l'accolse con gioia, e ora ha tutto ciò che desidera. Ora sono tutti contenti: il padre è molto felice, e la madre piange di gioia. La fanciulla è tranquilla, ma era molto felice e contenta perché era stata fidanzata a lui, che era valoroso e cortese: e sapeva che un giorno lui sarebbe stato re, e lei avrebbe ricevuto l’onore di divenire la sua Regina.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 691-746). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Si erano coricati tardi quella notte. Sono stati preparati i letti con lenzuola bianche e soffici cuscini, e quando le conversazione erano finite andarono tutti a letto felici. Erec però ha dormito poco quella notte, e il mattino successivo, alle prime luci dell'alba, lui e il suo ospite si alzarono presto. Entrambi vanno a pregare in chiesa, ad ascoltare il canto e la Messa, senza dimenticare di fare un'offerta. Quando è finita la Messa si inginocchiano davanti all'altare e poi tornano a casa. Erec era ansioso per la battaglia, così chiede le armi che gli vengono subito date. La fanciulla mise i lacci sulle schiniere di ferro e li irrobustì con un laccio di pelle di cervo. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Aiutò Erec a indossa l’usbergo di maglia robusta, e lacci sul suo ventail &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn34_8947" name="_ftnref34_8947"&gt;[34]&lt;/a&gt;. Lui allora mette l’elmo scintillante sulla testa, e ora è armato dalla testa ai piedi. Al suo fianco si fissa la sua spada, e poi ordina di farsi portare il cavallo ed il suo ordine viene eseguito. Montò in sella con un balzo dal suolo. La giovane poi porta lo scudo e la lancia forte: lei gli porge lo scudo, e lui lo prende e lo appende al collo con la cinghia. Lei pone la lancia in mano, e quando lui l’ha presa dall’estremità, ha così detto al gentile valvassore: « Gentile signore », disse lui, «se non ti dispiace, fai preparare tua figlia, perché voglio accompagnarla alla sparviero come nostro accordo ». Il Vavasor allora senza indugio aveva sellato un palafreno baio &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn35_8947" name="_ftnref35_8947"&gt;[35]&lt;/a&gt;. Non può essere detto nulla della bardatura a causa della povertà estrema da cui è stato colpito il valvassore. Sella e briglie sono state messe e la fanciulla vi è montata sopra senza aspettare di essere sollecitata, indossa abiti leggeri. Erec non indugia più, così si avvia con la figlia del suo ospite al suo fianco, seguito dal signore e la sua signora.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 747-862)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Cavalca Erec eretto con lancia e con l'avvenente fanciulla al suo fianco. Tutte le persone, grandi e piccini, li guardano con occhi meravigliati mentre passano per le strade. E così si domandano l'un l'altro: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Chi è quel cavaliere? Egli deve essere valoroso e coraggioso, infatti, ha accanto a sé questa bella fanciulla. I suoi sforzi saranno ben ripagati nel provare che questa donzella è la più bella del reame » &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Un uomo ad un altro dice: « In verità, lei viene per accompagnarlo nella prova dello sparviero ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Alcuni elogiano la fanciulla, mentre molti dicevano: « Dio! Chi può essere questo cavaliere, con la bella fanciulla al suo fianco?», «Non so», «Nemmeno io». Così parlò ciascuno. « Il suo elmo è lucente e lo si vede bene, e l'usbergo, e lo scudo, e la sua spada d'acciaio affilato &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn36_8947" name="_ftnref36_8947"&gt;[36]&lt;/a&gt;. Si commentino anche il suo destriero e ha l'appoggio di un valoroso vassallo, ben formato nelle armi, agli arti e al piede ». Mentre tutti così commentano verso il gruppo, essi dalla loro hanno da parte non han fatto alcun nel giungere dove è la sfida dello sparviero, e da un lato hanno atteso il cavaliere. Ed ora eccolo! Lo vedono venire, assistito dal suo nano e dalla sua donzella. Aveva sentito dire che un cavaliere era giunto per ottenere lo sparviero, ma non credeva che ci potesse essere nel mondo un cavaliere tanto audace da osar lottare con lui. Avrebbe subito la sconfitta e sarebbe stato umiliato. Tutte le persone che lo conoscevano bene, lo accolgono e lo scortano in una folla rumorosa: cavalieri, scudieri, dame, damigelle e si affrettano a corrergli dietro. Conducendoli tutti il ​​cavaliere cavalca con orgoglio, in avanti, con la sua donzella e il suo nano al suo fianco, e si fa strada rapidamente verso lo sparviero. Vi era una gran calca di gente, rozza e volgare che era impossibile raggiungere e toccare il falco o di andare anche vicino ad esso. Poi il signore arrivò sulla scena, e ha minacciato la popolazione con una frusta che teneva in mano. La folla si ritrasse, e il cavaliere avanzando disse tranquillamente alla sua donna: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Signora, questo uccello, che è così perfettamente mutato e così bello, dovrebbe essere vostra proprietà, perché siete meravigliosa, leale e piena di bellezza. Vostro deve essere e così finché avrò vita. Andate in avanti, mia cara, e sollevare il falco ». La giovane stava per tendere il braccio verso il falco quando Erec si affrettò a sfidare il cavaliere, senza ascoltare l’altrui arroganza. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;«Damigella,» grida, « ritiratevi! Vi rallegrerete con un altro uccello, ché a questo non avete diritto. Anche se potrà causare molestia ad alcuno, questo sparviero non sarà mai vostro: lo reclama una damigella superiore a voi, assai più bella e cortese.». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L’altro cavaliere è molto adirato; ma Erec non lo degna di considerazione, affretta il suo passo e invita la propria fanciulla a farsi in avanti. « Mia cara, » grida « Bella, avanzatevi e prendete l'uccello dalla pertica: è giusto che sia vostro. Damigella, venite innanzi. Se alcuno osa farsi avanti, mi faccio vanto di sostenere che, come la luna non è pari al sole, a voi non è pari nessuna per bellezza, per merito, per nobiltà e onore ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L'altro non può ascoltare oltre, quando sente Erec provocarlo tanto liberamente. «Cosa!», egli grida: « Chi sei tu che osi far disputa con me per il falco? ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec rispose coraggiosamente: « Sono un cavaliere di un altro paese, e venni a conquistare lo sparviero. A dispetto di chiunque, giustizia vuole che l’abbia questa damigella ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;«Via!» grida l'altro, « Tuo non è, né mai sarà. La pazzia ti ha portato qui. Se tu vuoi avere il falco, dovrai pagarmelo caro» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Pagarvelo, signore, e come?» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Tu dovrai combattere con me, se non ti vuoi ritirare ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Sei un pazzo!», grida Erec, « per me queste sono minacce vane. Mi basta poco per farti paura»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;«Allora io ti sfido qui e ora. La battaglia è inevitabile.» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec risponde: « Dio mi aiuti ora, perché non ho voglia di ritirarmi» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ora si sentirà rumore di spade e di battaglia. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 863-1080)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Il luogo è di grandi dimensioni, con le persone riunite intorno ai due duellanti. Traggono le une dalle altre nello spazio di un ettaro, poi guidano i loro cavalli insieme, raggiungono per l'altro con la punta delle loro lance, e si colpiscono l'un l'altro così forte che gli scudi sono forati e rotti; le lance si scontrano e crack; perfidino le selle vengono colpite. Essi perdono l’equilibrio, si staccano dalle staffe, ed entrambi cadono a terra, e i cavalli scappano attraverso il campo. Anche se si sono duramente colpiti con le lance, stanno rapidamente in piedi ancora una volta, ed estraggono le loro spade dai foderi. Con grande fierezza si attaccano a vicenda, e le spade cozzano l’una contro l’altra, si colpiscono anche sulla testa e gli elmi vengono piegati. Fiero è lo scontro delle spade, e cade una pioggia di colpi al collo e sulle spalle. Per questo motivo non è una sfida semplice: rompono tutto quello che toccano, tagliando gli scudi e infrangendo gli usberghi. Le spade sono rosse di sangue cremisi. La battaglia dura a lungo, ma combattono in modo voluttuoso, e diventano stanchi e svogliati. Entrambe le damigelle sono in lacrime, e ogni cavaliere vede la sua signora piangere e alzare le mani a Dio e pregare che Egli può dare gli onori della battaglia a colui che si sforza per lei. «Signore!», disse il cavaliere a Erec, « fermiamoci e riposiamo un po’, perché siamo troppo deboli e troppo duri sono questi colpi. Dobbiamo affrontarci meglio. Ora si avvicina la sera. È vergognoso e molto anche, che questa battaglia abbia a durare così a lungo. Vedete laggiù la vostra fanciulla che piange per voi e prega Dio? Dolcemente lei prega per voi, così come anche la mia per me. Sicuramente dobbiamo fare del nostro meglio con le nostre lame di acciaio per il bene della nostra donna». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec risponde: «Tu hai parlato bene». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Poi prendono un po’ di riposo, Erec guarda verso la sua donna come lei prega dolcemente per lui. Mentre era seduto a guardare su di lei, sentì una grande forza dentro di lui. Il suo amore e la bellezza lo hanno ispirato ad avere grande coraggio. Ricorda allora la Regina, a cui ha dato la sua parola che avrebbe vendicato l'insulto a lei fatto, o lo renderebbe ancora più grande. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Ah, miserabile », dice lui, « perché devo aspettare? Non ho ancora preso la vendetta per il torto che questo cavaliere permise quando il suo nano mi ha colpito nel bosco!».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La sua rabbia è tornata dentro di lui e così egli chiama il cavaliere: « Signore! », disse lui, « vi invito a combattere di nuovo, già troppo tempo abbiamo riposato e vorrei ora rinnovare la nostra lotta». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E l’altro risponde: « Questo non è un problema per me.» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Al che tornano a colpirsi a vicenda. Erano entrambi cavalieri esperti. Al suo primo affondo il cavaliere avrebbe ferito Erec, se l’altro non avesse abilmente parato. Anche così, lo colpì così duramente nello scudo accanto alla tempia, che ha colpito un pezzo del suo casco. Esce allora un pezzo della sua cuffia bianca &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn37_8947" name="_ftnref37_8947"&gt;[37]&lt;/a&gt;, la spada scende, fende lo scudo attraverso la fibbia e taglia più di una spanna sul suo usbergo. Erec deve essere stato così stordito da non aver sentito l'acciaio freddo penetrare la carne sulla coscia. Che Dio lo protegga ora! Se il colpo non fosse stato parato, si sarebbe tagliato a metà il suo corpo. Erec non è costernato &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn38_8947" name="_ftnref38_8947"&gt;[38]&lt;/a&gt; e lo ripaga di quanto gli è stato fatto, attaccandolo con coraggio, lo colpisce sulla spalla in modo così violento, gli assesta un colpo che lo scudo non può resistere, né l'usbergo serve ad evitare alla spada di penetrare fino all'osso. Nasce un fiotto di sangue cremisi che cola fino alla vita. Entrambi i cavalieri sono combattenti duri: si lotta anche con fierezza, poiché non si può ottenere dall'altro un solo piede di terreno. I loro usberghi sono così strappati e il loro scudi così rovinati, che in realtà non possono più servire da protezione. Così sono totalmente esposti alla loro lotta. Ognuno perde sangue, ed entrambi si indeboliscono. Il cavaliere colpisce Erec ed Erec colpisce lui. Erec gli assesta un colpo tremendo sull’elmo che lo stordisce. Poi lo torna a colpire più e più volte, dandogli tre colpi in rapida successione, che interamente dividere il casco e taglia la cuffia sotto di esso. La spada raggiunge anche il cranio e taglia un osso della testa, ma senza penetrare nel cervello &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn39_8947" name="_ftnref39_8947"&gt;[39]&lt;/a&gt;. Inciampa e traballa, e mentre barcolla, Erec lo spinge oltre, in modo che cade sul suo lato destro. Erec lo afferra e lo trascina con la forza e gli slaccia le cinghie dell’elmo, in modo che la sua testa e il viso sono completamente scoperti. Quando Erec pensa all'insulto fattogli dal nano nel bosco, gli ribolle il sangue nelle vene e gli avrebbe tagliato la testa, se l’altro non avesse pianto per la misericordia. «Ah, signore», dice, « Voi mi avete sconfitto. Misericordia vi chiedo, non uccidetemi, dopo avermi sconfitto prendetemi come vostro prigioniero. Non avrete lode o la gloria se mi ucciderete o colpirete di più. Sarebbe fare una grande cattiveria! Prendete qui la mia spada: è vostra e ve la cedo! »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec, però, non la vuole, ma dice in risposta: « Io sono a un passo dall’ucciderti e vorrei tanto farlo »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Ah! Cavaliere gentile, misericordia! Per quale crimine, anzi, per quale errore voi mi odiate con odio mortale? Non vi ho mai visto prima di oggi, e mai sono stato tentato a fare a voi alcuna vergogna o torto».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec risponde: « Invece lo hai fatto! »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;«Ah, signore, ditemi quando! Io non vi ho visto, che io ricordi, e se vi ho fatto del male, mi rimetto alla vostra misericordia ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Poi Erec dichiara: « Signore, io sono colui che era ieri nella foresta con la Regina Ginevra, quando tu hai permesso a quel diavolo di razza nana di colpire la damigella della mia signora. È vergognoso colpire una donna! E quando venni io per parlarti, lui non si risparmiò di colpire anche me, dandomi del cavaliere comune. Tu fosti colpevole di un’insolenza troppo grande quando hai visto un tale oltraggio e hai avuto compiacenza, permettendo ad un simile mostro giovinastro di colpire la fanciulla e il sottoscritto, è un crimine per il quale ti si può ben odiare, perché hai commesso una colpa grave. Tu oggi ti costituirai mio prigioniero, e senza indugio, andrai direttamente dalla mia signora a Cardigan. La raggiugerai questa stessa notte, perché non è più lontano di sette leghe &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn40_8947" name="_ftnref40_8947"&gt;[40]&lt;/a&gt; da qui, credo. Tu ti rimetterai nelle sue mani e così la tua damigella, e il tuo nano, e farete come la mia Regina vuole. Le dirai che ti io mando e che tornerò domani, come promesso, portando con me una fanciulla così bella e saggia e fine che in tutto il mondo non vi sono pari. Le parlerai sinceramente. E ora vorrei sapere il tuo nome»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora bisogna dire che a dispetto di se stesso rispose: « Sire, il mio nome è Yder, figlio di Nut. Questa mattina non avevo pensato che ogni singolo uomo con la forza delle armi poteva sconfiggermi. Ora ho scoperto per esperienza che esiste un uomo che è meglio di me. Voi siete un cavaliere molto valoroso, e mi impegno con fede, qui e ora che me ne andrò senza indugio e mi metterò nelle mani della Regina. Ma ditemi, senza riserve, il vostro nome. Che devo dire di chi mi manda? Perché io sono pronto per partire! »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E lui risponde: « Il mio nome ti dirò senza riserve: è Erec. Va, e dille che sono io che ti ho mandato a lei ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Ora vado, e vi prometto che metterò il mio nano, la mia damigella, e me stresso a sua disposizione, e darò le notizie di voi e della vostra donzella ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Poi Erec ricevette il suo giuramento e tutti erano presenti all’accordo. Alcuni erano felici e alcuni no; alcuni erano dispiaciuti. La gioia maggiore era per il bene della fanciulla con il vestito bianco, la figlia del Vavasor, povera ma dal cuore gentile e aperto. Ma la sua fanciulla e quelli che avevano temuto per lui erano dispiaciuti per Yder &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn41_8947" name="_ftnref41_8947"&gt;[41]&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1081-1170). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Yder, costretto a eseguire la sua promessa, non ha voluto rimanere più a lungo, ha montato il suo destriero. Ma perché dovrei fare una lunga storia? Prese con sè il suo nano e la sua damigella, attraversarono i boschi e la pianura, proseguendo dritto fino a quando non giunsero a Cardigan. Nel pergolato &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn42_8947" name="_ftnref42_8947"&gt;[42]&lt;/a&gt; fuori della grande sala, Gawain e Kay il siniscalco e un gran numero di altri signori si raccolsero ivi. Il siniscalco fu il primo a notare il cavaliere che si avvicina, e disse al mio signore Gawain: « Sire, riconosco quel vassallo laggiù! Sì, è colui del quale la Regina ha parlato ieri, lui le ha fatto un insulto. Se non mi sbaglio, erano tre i colpevoli, il cavaliere, il nano e la fanciulla ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« È così», dice il mio signore Galvano, « sono sicuramente una fanciulla e un nano che vengono dritti verso di noi con il cavaliere. Lo stesso cavaliere armato di tutto punto, ma il suo scudo non è intatto. Se la Regina lo vedesse, lei lo saprebbe certo riconoscere. Vai, siniscalco, vai a chiamare la Regina, ora! »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Così è andato subito e la trovò in uno degli appartamenti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Mia signora », dice, « ti ricordi il nano che ieri ha ferito la tua damigella? »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Sì, me lo ricordo proprio bene. Siniscalco, avete notizie di lui? Perché lo hai detto?»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Signora, perché ho visto un cavaliere errante armato venire su di un cavallo grigio, e se i miei occhi non mi hanno ingannato, ho visto una fanciulla con lui. E mi sembra che con lui viene anche il nano, che detiene ancora il flagello da cui Erec ha ricevuto la sferzata »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora la Regina alzò in fretta e ha detto: « Andiamo in fretta, siniscalco, per vedere se è il cavaliere. Se è lui, si può essere sicuri che io te lo dirò, non appena lo vedo »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E Kay ha detto: « Io lo condurrò a voi. Venite nel pergolato dove si sono riuniti i vostri cavalieri. Era da lì che lo vidi arrivare, e il mio signore Sir Gawain vi aspetta lì. Mia signora, affrettiamoci là, abbiamo troppo a lungo ritardato ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora la Regina si affrettò, e giungendo alle finestre ha preso da parte il mio signore Gawain, e subito riconobbe il cavaliere.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Ah! miei signori » piange, « è lui! Egli ha rischiato un grande pericolo. È stato in una battaglia. Non so se Erec ha vendicato il suo dolore, o se questo cavaliere ha sconfitto Erec. Ma c'è più di una ammaccatura sul suo scudo, e il suo usbergo è coperto di sangue, in modo che sia piuttosto rosso che bianco »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« In verità, mia signora », disse il mio signore Galvano, « Sono sicuro che avete ragione. Il suo usbergo è coperto di sangue, e segni di colpi, mostrando chiaramente che è stato in una lotta. Possiamo facilmente vedere che la battaglia è stata ardua. Ora potremo sentire da lui notizie che ci daranno gioia o malinconia: se Erec lo manda a voi qui come prigioniero a vostra discrezione, o se viene con orgoglio in cuore a vantarsi davanti a noi con arroganza che ha sconfitto o ucciso Erec . Penso che non possa portare altra notizia »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La Regina dice: « Io sono della stessa opinione » E tutti gli altri dicono: « Può anche essere così ».&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1171-1243). &lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Yder Nel frattempo entra per la porta del castello, portando loro notizie. Sono venuti tutti giù dal pergolato, e gli vanno incontro. Yder si avvicinò alla terrazza reale e non scese da cavallo. Gawain prese la fanciulla e l'aiutò a scendere dal suo palafreno, il nano, da parte sua, smontò da solo. C'erano più di 100 cavalieri in piedi, e quando i tre nuovi arrivati ​​erano tutti smontati sono stati condotti in presenza del re. Appena Yder vide la Regina, si inchinò e la salutò, poi il Re e i suoi cavalieri, e disse: « Signora, io sono stato mandato qui come prigioniero da un signore, un cavaliere valoroso e nobile, il cui volto ieri il mio nano ferito con la sua frusta annodata; mi ha superato nelle armi e mi ha sconfitto Signora, vi porto il nano che si sottometterà alla vostra discrezione. Metto me stesso, la mia damigella, e il mio nano nelle vostre mani e soggetti alla vostra volontà »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La Regina mantiene la pace e accetta le scuse, ma gli chiede notizie di Erec:.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Dimmi», dice, « se lo sa, per favore, quando arriverà Erec? »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Domani, signora, e con lui una damigella che porterà, la più bello di tutte quelle che io abbia mai conosciuto. »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quando ebbe consegnato il suo messaggio, la Regina, che era gentile e sensibile, gli ha detto cortesemente: « Amico, poiché ti sei sottomesso alla mia misericordia, la tua punizione deve essere meno dura, perché non ho voglia di procurarti ulteriore danno. Ma dimmi ora, con l’aiuto di Dio, qual è il tuo nome? »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E lui risponde: « Signora, il mio nome è Yder, figlio di Nut » E sapevano che aveva detto il vero, poi la Regina si alzò e prima di andare via al Re disse: « Sire, hai sentito? Hai fatto bene ad aspettare per Erec, il valoroso cavaliere. Ti ho dato un buon consiglio ieri, quando ho suggerito di aspettare il suo ritorno. Questo dimostra che è saggio accettare consigli»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Re risponde: « Questa non è una menzogna, è piuttosto vero che chi non consiglio è uno sciocco. Fortunatamente abbiamo seguito il tuo consiglio di ieri. Ma se ti interessa avere il mio di consigli, rilascia questo cavaliere dalla sua sofferenza, a condizione che acconsenta a vivere d'ora in poi insieme alla mia famiglia a corte, e se non acconsente, non lo rilasciare e puniscilo!» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quando il Re ebbe così parlato, la Regina subito rilasciò il cavaliere, ma a questa condizione, che egli doveva rimanere in futuro a corte e lui certo non aveva bisogno di essere sollecitato, ha dato il suo consenso a rimanere. Adesso era parte della corte e della casa a cui prima non apparteneva. Arrivarono allora degli scudieri per liberarlo delle sue armi.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1244-1319.)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Ora dobbiamo tornare a Erec, che abbiamo lasciato sul campo dove la battaglia ha avuto luogo. Anche Tristano, quando uccise il feroce Morholt sull’Isola di San Sansone &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn43_8947" name="_ftnref43_8947"&gt;[43]&lt;/a&gt;, risvegliò un tale giubileo e hanno festeggiato allo stesso modo Erec. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Figura 8 – Immagine suggestiva delle Isole Scilly, luogo del duello tra Tristano e Morholt&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Grandi e piccoli, magri e grassi - rendono omaggio e lo lodano. Non c'è un cavaliere come lui e gridano: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Signore, questo cavaliere non ha sotto il Cielo suoi simili! ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Lo seguono al suo alloggio, lodandolo molto. Vi è anche un nobile che lo raggiunge e lo abbraccia e allora disse:. « Se vi piacesse, dovreste a buon diritto prendere alloggio nella mia dimora, poiché siete figlio di re Lac. Io vi considero mio signore e, se accettaste la mia ospitalità, mi rendereste grande omaggio. Bel cavaliere, vi prego di avere la bontà di rimanere presso di me»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec risponde: « Con piacere, questi è il mio ospite che mi ha fatto molto onore a darmi sua figlia. Che dire, signore! Non è un regalo giusto e prezioso?»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Sì, sire » risponde il conte: « il dono, in verità, è bello e buono. La damigella è assai avvenente e assennata, e di nobilissimo lignaggio. Il mio cuore è invero molto lieto che voi vi degnate di prendere la mia nipote: sappiate infatti che sua madre è mia sorella. E ora vi prego ancora di venire ad alloggiare da me » &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ma Erec rispose: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Lasciate stare: non lo farò in alcun modo.»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora il conte si accorse che era inutile insistere ulteriormente, e disse: « Sire, come vi piace! Ora non parliamone più, ma io e i miei cavalieri saremo tutti con voi questa sera per allietarvi e tenervi compagnia».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Erec sentito lo ringraziò e tornò alla dimora del suo ospite, con la benedizione del re. Tutti si sono riuniti a festeggiare la vittoria di Erec ed il valvassore era contento di cuore. Erec appena arrivato, venne aiutato da una ventina di scudieri che rimossero le sue armi e lo liberarono. Chiunque era presente in quella casa potrebbe avere assistito a quella scena felice. Erec è andato a sedere; poi tutti gli altri, per sedersi su divani, i cuscini, e le panchine. Accanto Erec è il valvassore e si sedette, e così anche la fanciulla con il viso radioso, che stava dando da mangiare ogni tanto al falco sul suo polso e conquistato con grande onore e gioia, e lei era molto contenta sia per l'uccello e per il suo signore. Lei non avrebbe potuto essere più felice, e ha mostrato chiaramente, senza fare mistero della sua gioia. Tutti potuto vedere come era felice, e in tutta la casa vi fu grande gioia per la felicità della nuova fanciulla che amavano.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1320-1352)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Erec allora andò dal valvassore: «Leale ospite, leale amico, mio fiero signore! Mi hai fatto grande onore, e riccamente devi essere ricompensato. Domani porterò la tua figlia con me alla corte del Re, dove la prenderò come mia moglie. E se resterò qui ancora, mi manderanno a cercare per tempo dalle terre di mio padre che sono lontane da qui! Vi darò due città, molto splendide, ricche e bella! Tu sarai il signore di Roadan &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn44_8947" name="_ftnref44_8947"&gt;[44]&lt;/a&gt;, che è stata costruito al tempo di Adamo, e un’altra città vicina, che non è meno preziosa. Le persone la chiamano Montrevel &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn45_8947" name="_ftnref45_8947"&gt;[45]&lt;/a&gt;, e mio padre non possiede città migliore. E prima che il terzo giorno passi, vi manderò un sacco di oro e argento, di pellicce e grigio pezzato, e preziose stoffe di seta con cui adornare te e tua moglie, cara signora. Per domani all'alba voglio portare tua figlia a corte. Vorrei che la mia signora, la Regina, la vestisse del suo miglior vestito di raso e di panno scarlatto».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="" border="0" alt="" src="http://lh4.ggpht.com/-b639UfXKvuU/Tvy7ZCUXCwI/AAAAAAAAQik/V5z70QNqjuU/image%25255B56%25255D.png?imgmax=800" width="500" height="750" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 9 – Erec ed Enide di Rowland Wheelwright&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1353-1478)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;C'era una ragazza vicina, molto onorevole, prudente e virtuosa. Era seduta su una panchina accanto alla fanciulla con il vestito bianco, ed era sua cugina. Quando sentì che Erec era destinato a prendere sua cugina in moglie, ed era però anche molto povera, e voleva andare a corte della Regina, ha parlato a suo padre. « Sire, » dice lei, « sarebbe una vergogna per voi più che per chiunque altro, se questo cavaliere deve prendere in moglie una donna tanto povera ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E il conte le rispose: « Vi prego, mia dolce nipote, fatele dono dell’abito che vi pare migliore tra quanti ne possedete». Ma Erec ha ascoltato la conversazione, e disse: « In nessun modo, mio ​​signore, le farò avere altro vestito se non sarà prima la Regina stessa a riceverla e vestirla come si deve. ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quando la fanciulla udì questo, lei rispose: « Ah, bel signore! Poiché intendete portare via mia cugina così vestita, in tunica bianca e camicia, allora io le voglio fare un altro dono! Giacché non volete che ella accetti uno dei miei abiti, vi dirò che ho tre buoni palafreni, migliori di quanti ne ebbe mai un re o un conte: uno sauro &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn46_8947" name="_ftnref46_8947"&gt;[46]&lt;/a&gt;, uno pomellato &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn47_8947" name="_ftnref47_8947"&gt;[47]&lt;/a&gt;, il terzo balzano&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn48_8947" name="_ftnref48_8947"&gt;[48]&lt;/a&gt;; e, invero, fra cento non ve n’è uno migliore del pomellato. Gli uccelli che volano per l’aria non sono più veloci di lui; mai un uomo lo vide imbizzarrito, e può essere montato anche da un bambino. Esso è quindi tale da convenire a una damigella: non è né ombroso né restio, non morde, non ferisce, non si adombra. Chiunque ne cercasse uno migliore non saprebbe valutarne il pregio. Colui che lo monta non ha di che dolersi, e anzi procede più tranquillo e a proprio agio che se si trovasse su una nave.» &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Mia dolce amica» dice allora Erec «non rifiuterò certo questo dono, se ella lo accetta. Anzi, mi piace, e non voglio che lo ricusi ».&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Subito la damigella chiama uno dei sergenti al suo servizio e gli dice:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Bell’amico, andate a sellare il mio palafreno pomellato e conducetelo qui.»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il sergente fa quanto gli è stato ordinato: mette la sella e il morso al palafreno, e si adopra a bardarlo meglio che può; poi lo monta e lo conduce dalla sua signora. Alla vista di quel cavallo bello e nobile, Erec lo loda non poco, poi ordina a un sergente che vada a legarlo nella stalla accanto al proprio destriero. Dopo di che, tutti si separano e quella sera di festa giunge al termine.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il conte torna nella propria dimora e lascia Erec dal valvassore. Gli dice che al mattino, quando sarà il momento della partenza, gli farà da scorta. Poi tutti dormirono per il resto della notte.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Al mattino, all’alba chiara, Erec si dispone a partire. Ordina che siano sellati i cavalli e sveglia la bella amica, che si veste e si prepara. Si alzano anche il valvassore e la moglie, e non vi è cavaliere o dama che non si affretti ad accompagnare Erec e la damigella. Tutti sono montati, e anche il conte è salito in arcioni. Erec cavalca accanto a lui, e al fianco ha la sua bella amica, che non ha dimenticato lo sparviero, e si trastulla con esso, l'unico bene che rechi con sé. Tutti nel corteo fanno mostra di grande allegria.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quando giunge il momento di separarsi, il nobile conte vorrebbe mandare con Erec una parte delle proprie genti perché gli faccia onore, ma Erec risponde che non porterà alcuno, e che non desidera altra compagnia che quella dell’amica. Poi aggiunge: «Vi raccomando a Dio.» Li hanno scortati per un gran tratto di cammino; ora il conte bacia Erec e la nipote, poi li affida alla misericordia del Signore. Anche il padre e la madre baciano a lungo la figlia, ma non riescono a trattenere le lacrime; piange la madre, piangono la damigella e il padre.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Tali sono l'amore e la natura umana, e tale è l'affetto tra genitori e figli. Piangevano dal dolore, la tenerezza e l'amore che avevano per la loro bambina, eppure sapevano benissimo che la loro figlia sposandosi avrebbe loro fatto molto onore. Sono lacrime di amore e di compassione, quando si separarono dalla loro figlia, non avevano altro motivo per piangere. Sapevano bene che alla fine avrebbero ricevuto grandi onori dal suo matrimonio. Così per ogni addio fu versata una lacrima, e raccomandandosi ancora una volta a Dio, si divisero senza più indugi.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1.479-1.690)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Erec era molto ansioso di raggiungere la corte reale. Nella sua avventura ha ottenuto grandi soddisfazioni, e ora aveva una fanciulla accanto, bella, discreta, cortese e disinvolta. Non riusciva a guardarla abbastanza: perchè più la guarda, più lei gli piace. Come può fare a darle un bacio? Lui è felice di andare al suo fianco, e insiste nel guardarla. A lungo guarda i suoi capelli biondi, gli occhi ridenti, e la fronte radiante, il naso, il viso e la bocca, per i quali la gioia riempie il cuore. Lui guarda lei fino alla vita, il suo mento e il collo di neve, il seno e il fianchi, le braccia e le mani. E non meno la donzella guarda il vassallo con occhio limpido e il cuore leale, come se fossero in competizione. Non avrebbero cessato di osservarsi e spiarsi, amarsi con gli occhi ed il cuore. Una combinazione perfetta. Ed erano così simili in termini di qualità, modi e costumi, che nessuno desidera dire la verità se avrebbe dovuto scegliere il meglio di loro, né il più giusto, né il più discreto. I sentimenti erano molto simili. Così ognuno ruba l’altrui cuore. E così hanno cavalcato a lungo fino a che manca poco allo scoccare di mezzogiorno e si avvicinavano al castello di Cardigan, dove erano entrambi attesi. Alcune delle prime nobili della corte era salita a guardare dalle finestre in alto e vedere se riuscivano a vederli. La Regina Ginevra corse, e persino il Re è venuto con Kay e Perceval del Galles &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn49_8947" name="_ftnref49_8947"&gt;[49]&lt;/a&gt;, e con loro c’era anche il mio signore Gawain e Tor, il figlio di Re Ares; Lucan il coppiere era lì, e c’erano anche molti altri cavalieri valorosi. Infine, scorsero Erec venuto in compagnia con la sua futura sposa. Tutti lo conoscevano abbastanza bene da quanto si poteva vederlo. La Regina è molto contenta, anzi tutta la corte è felice della sua venuta, perché tutti lo amano tanto. Appena fu giunto davanti al salone d'ingresso, il Re e la Regina scendono ad incontrarlo, tutti lo salutano in nome di Dio &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn50_8947" name="_ftnref50_8947"&gt;[50]&lt;/a&gt;. Accolgono Erec e la sua sposa, lodando e benedicendo la sua grande bellezza. E lo stesso Re la prese e la sollevò dal suo palafreno. Il Re ha fatto onore alla fanciulla prendendole la mano e la condusse fino alla sala grande di pietra. Dopo di loro salirono anche Erec e la Regina mano nella mano &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn51_8947" name="_ftnref51_8947"&gt;[51]&lt;/a&gt;, e disse&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Vi conduco, signora, la mia damigella e la mia amica. È vestita poveramente come fu data a me, perché volli portarla da voi in tale stato. Ella è figlia di un povero valvassore, e la povertà avvilisce più di un uomo; ma suo padre è generoso e cortese, pur disponendo di ben modesti averi. La madre è dama di alto lignaggio, sorella di un nobile conte. La bellezza e la nobiltà di questa damigella sono tali che non ho bisogno di trovare giustificazione per le mie nozze con lei. A causa della sua povertà, la sua tunica bianca si è tanto logorata che le maniche ne sono lise ai gomiti. Pure, se avessi voluto, ella non avrebbe mancato di begli abiti, poiché una damigella sua cugina le voleva donare delle vesti di seta foderate di pellicce di ermellino, di vaio o grigie. Ma io non volli in alcun modo che indossasse un altro abito prima che voi l’aveste incontrata. Mia dolce signora, ora pensateci voi, poiché vedete bene che ha grande bisogno di una bella veste che le si addica ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E la Regina risponde a sua volta: « Avete ragione, è giusto che lei debba avere uno dei miei abiti, e le darò uno dei più belli e nuovi ». &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La Regina poi in tutta fretta la portò via nella sua stanza privata, e diede ordine di portare rapidamente la tunica fresca e il mantello verde-viola, ricamato con piccole croci, che aveva fatto fare per sé stessa. Il mantello era rivestito di ermellino bianco, e così anche la tunica alle maniche. Al polsi e sul collo v’era oro battuto, e ovunque vi erano anche pietre preziose di diversi colori, indaco e verde, blu e marrone scuro. Era una tunica molto ricca ma, di certo, il mantello valeva più di qualunque cosa io conosca.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Poiché sia la tunica sia il mantello erano nuovissimi, a quest’ultimo non erano stati ancora apposti i lacci; fine e di ottima qualità, aveva al collo due zibellini e le fibbie erano fatte con un’oncia d’oro: da una parte vi era un giacinto, dall’altra un rubino più splendente di un carbonchio. La fodera era di ermellino bianco, il più bello e il più prezioso che mai si vide o si trovò, e la porpora era ben lavorata a crocette di ogni colore: violette e vermiglie, turchine, bianche e verdi, indaco e gialle.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La regina ha chiesto che l’allacciatura sia fatta con cinque braccia di filo di seta lavorato in oro, e gliene viene portato di ottima fattura. Ella lo fa subito attaccare al mantello e ne dà incarico a un uomo che era buon maestro in quel lavoro.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quando il mantello non mostra più altra pecca, la generosa e nobile dama abbraccia la fanciulla dalla tunica bianca e le rivolge parole cortesi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Damigella » le dice « vi ordino di mutare la vostra tunica con questa, che vale più di cento marchi d’argento, e di passarvi sopra il mantello, poiché voglio onorarvene subito. Un’altra volta il mio dono sarà di maggior pregio »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La fanciulla non è in grado di rifiutare il dono, prende i vestiti e ringrazia per questo. Poi due fanciulle l'hanno portata in una stanza a parte, dove si tolse la tonaca bianca senza valore. Ora indossa la tunica, e si cinge, strettamente in vita una cintura d'oro, e poi mette il mantello. Ora non sembrava più la stessa, perché il suo vestito è così ben fatto che la fa apparire più bella che mai. Le due ancelle le intrecciano un filo d'oro tra i capelli d'oro: ma le trecce sono più splendenti del filo d'oro stesso. Le ancelle, inoltre, hanno tessuto una corona di fiori di tanti colori diversi e gliela posano sulla testa. Allora la fanciulla uscì dalla stanza e andò alla presenza della Regina. La Regina fu felice di quanto era stato fatto e le piaceva la fanciulla, che aveva modi gentili ed era molto bella. Si presero per mano e andarono alla presenza del re. E quando il Re le vide, si alzò per incontrarle. Quando entrarono nella sala grande, c'erano così tanti cavalieri che mi è difficile ricordarli tutti per il loro nome. Ma posso dirvi i nomi di alcuni tra i migliori dei cavalieri che appartenevano alla Tavola Rotonda e che erano i migliori al mondo.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1691-1750.)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Primo tra tutti i cavalieri, deve essere nominato Gawain, poi viene il secondo che è Erec figlio di Lac, e Lancillotto del Lago. Gornemant di Gohort &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn52_8947" name="_ftnref52_8947"&gt;[52]&lt;/a&gt; era quarto e il quinto è Coward il Bello. Il sesto è il cattivo Brave, settimo Meliant di Liz &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn53_8947" name="_ftnref53_8947"&gt;[53]&lt;/a&gt;, ottavo Mauduit il Saggio, e nono la Dodinel il Selvaggio. Decimo era Gandelu. Gli altri li citerò senza ordine, poiché il loro numero non mi importa. Eslit era lì con Briien, e Yvain &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn54_8947" name="_ftnref54_8947"&gt;[54]&lt;/a&gt; figlio di Urien. Vi è anche Yvain di Loenel, così come Yvain l’Adultero &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn55_8947" name="_ftnref55_8947"&gt;[55]&lt;/a&gt;. Vi era anche Garravain di Estrangot. Vi era anche il Cavaliere con il Corno campione dell'Anello d'Oro. E v’era anche Tristano seduto accanto a Bliobleheris, e accanto a lui v’era Brun di Piciez insieme a suo fratello Gru il Tetro. V’era anche l’armaiolo di corte. Era presenta anche Karadues dalle Braccia-corte cavaliere di buon animo, e Caveron di Robendic, e il figlio del Re Quenedic e di Youth del Quintareus e Yder del Monte Doloroso &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn56_8947" name="_ftnref56_8947"&gt;[56]&lt;/a&gt;. Gaheriet e Kay di Estraus, Amauguin e Gales il Calvo, Grano, Gornevain e Carabes, Tor il figlio del Re Aras, Girflet il figlio di Do, e Taulas, un giovane di grande merito, Loholt il figlio di Re Artù &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn57_8947" name="_ftnref57_8947"&gt;[57]&lt;/a&gt;, e Sagremor l'Impetuoso, che non dovrebbe essere dimenticato, né Bedoiier il Maestro del Cavallo, che è stato abile nel gioco degli scacchi e tric-trac &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn58_8947" name="_ftnref58_8947"&gt;[58]&lt;/a&gt;, né Bravain, né Re Lot, né Galegantin del Galles, né Gronosis, che era figlio di Kay il siniscalco, né Labigodes il cortese, né il Conte Cadorcaniois. né Letron di Prepelesant, i cui modi erano eccellenti, né Breon figlio di Canodan, né il conte di Honolan, detto il Biondo. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;(Vv. 1751-1844)&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Quando la fanciulla si accorse che tutti i cavalieri schierati la stavano osservando, chinò il capo imbarazzata, ed il suo viso arrossì tutto fino al cremisi. Quando il Re si accorse che era imbarazzata, le andò incontro. La prese dolcemente per mano, e la fece sedere alla sua destra e alla sua sinistra sedeva la Regina, parlando in tal modo al re. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Sire, a mio parere, chi può vincere una bella signora con le armi in un altro paese ha diritto di essere ricevuto in una corte reale. Abbiamo agito bene aspettando Erec. Ora potete dare il bacio alla più bella della corte e credo che nessuno avrebbe da ridire con voi se baciaste questa fanciulla, che è la più bella di tutte le donzelle qui, o addirittura in tutto il mondo»&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Re risponde « Questo è vero e se non ci sono ostacoli, mi si conceda l'onore del Bacio del Cervo Bianco » poi ha aggiunto ai cavalieri «Miei signori, cosa ne dite? Qual è la vostra opinione? Nel corpo, nel volto, e in qualunque cosa una fanciulla come questa è un incontro tra Cielo e Terra, benedetto dalla Natura. Io dico che è opportuno che sai lei a ricevere l'onore del Cervo. E voi, signori miei, cosa ne pensate a riguardo? Si può fare qualche obiezione? Se uno vuole protestare, che parli ora. Io sono il re, e devo mantenere la mia parola e non devo permettere qualsiasi bassezza, falsità o arroganza. Devo mantenere la verità e la giustizia. È compito di un Re fedele sostenere la legge, la verità, la fede, e la giustizia. Non vorrei mai commettere un atto sleale o sbagliato. Non è opportuno che uno si lamenti di me. Anche voi, senza dubbio provate rammarico di vedermi introdurre altri costumi e leggi diverse da quelle di mio padre &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn59_8947" name="_ftnref59_8947"&gt;[59]&lt;/a&gt;. Ora ditemi cosa ne pensate! Che nessuno sia lento a parlare, se questa fanciulla non è la più bella della mia casa e non deve di diritto ricevere il bacio del Cervo Bianco che qualcuno lo dica! »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora tutti rispondono «Sire, per il Signore e la sua Croce! Il bacio si deve dare e con ragione, perché è la più bella. In questa fanciulla vi è più bellezza che nella luce del sole »&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quando il Re sente che questo è gradito a tutti, non tarda a dare il bacio, ma si gira verso di lei e l'abbraccia. La fanciulla era sensibile e permise che il Re la, sarebbe stato scortese rifiutare.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Qui finisce la prima parte della mia storia. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;i&gt;Fanno seguito alla fine della prima parte alcuni versi che fungono da spiegazione e nota dell’autore, scritti da Chretien. Riguarda gli eventi che dividono la prima dalla seconda parte, quasi un epilogo della prima parte dove si narra degli eventi successivi alla vestizione di Enide che, notiamolo, non viene mai nominata con il nome, ma solo come fanciulla, signora o donzella. Il nome viene fatto per prima volta solo nella seconda parte della storia, quando viene celebrato il matrimonio. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;h1&gt;Fonti bibliografiche&lt;/h1&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;Treccani, E. (s.d.). &lt;i&gt;Pomellato&lt;/i&gt;. Tratto da http://www.treccani.it/vocabolario/pomellato/ &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Troyes, C. d. (1983). &lt;i&gt;Erec ed Enide.&lt;/i&gt; (G. Agrati, &amp;amp; M. Magini, A cura di) Milano: Mondadori. &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Amalvinus&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Amalvinus &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Andaluso&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Andaluso &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Anglo-arabo spagnolo&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Anglo-arabo_spagnolo &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Backgammon&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Backgammon &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Balzano (cavallo)&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Balzano &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Cardigan&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Cardigan_%28Galles%29 &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Cardigan&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Cardigan_Castle &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Deer&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Deer &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Edern ap Nudd&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Edern_ap_Nudd &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Ermellino&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Mustela_erminea &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Girflet&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Griflet &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Gornemant&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Gornemant &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Hispano&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Hispano &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Isole Scilly&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Isole_Scilly &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Legva (Unità di misura)&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Lega_%28unit%C3%A0_di_misura%29 &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Nanismo&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Nanismo &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Nano&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Nano_%28mitologia%29 &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Sauro (cavallo)&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Sauro_(cavallo) &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Yvain&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Ywain &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikisource. (s.d.). &lt;i&gt;Erec and Enide - Introductiona&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikisource.org/wiki/Erec_and_Enide/Introduction &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikisource. (s.d.). &lt;i&gt;Erec and Enide - Part I&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikisource.org/wiki/Erec_and_Enide/Part_I &lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;h2&gt;Curiosità su luoghi e personaggi&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;Castello di Cardigan oggi - &lt;a href="http://www.castlewales.com/cardigan.html"&gt;Castles of Wales - Cardigan castles&lt;/a&gt; (ENG) &lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;h2&gt;Note&lt;/h2&gt;  &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref1_8947" name="_ftn1_8947"&gt;[1]&lt;/a&gt; Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affermata come tale. Principio teorico di un istituto giuridico, del quale costituisce il sostrato fondamentale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref2_8947" name="_ftn2_8947"&gt;[2]&lt;/a&gt; È una cittadina della costa sud-occidentale del Galles, affacciata sulla baia omonima (Cardigan Bay) ed appartenente, dal punto di vista amministrativo, alla contea di Ceredigion (un tempo: Cardiganshire). È situata lungo l'estuario dal fiume Teifi (da cui il nome in gallese: Aberteifi). Le prime notizie certe del castello di Cardigan risalgono alla fine del XI secolo (1093) e sembra che fosse stato fatto costruire da Roger de Montgomery, un barone inglese. L’intera area del castello si sarebbe estesa fino a circa 1 miglio dall’attuale posizione del sito. Nel XII secolo, nel 1176 sembra che fosse diventato la sede di una specie di raduno per intellettuali, poeti e letterati. Erec ed Enide fu composto da Chretien poco prima di questo raduno e ciò suggerisce che Chretien non vi fosse andato nel 1176, ma prima del 1170 (anno di composizione del poema). La città insieme al castello sarebbero rimasti vittima di due se non tre precisati attacchi. Dopo il primo attacco la prima ricostruzione fu a carico del conquistatore Gilbert Fitz Richard in un periodo compreso tra gli ultimi anni del XI secolo ed il 1136 quando il castello sarebbe passato in eredità al figlio di Gilbert. Nello stesso anno, per, un nemico, tale Owain Gwynedd guidò una battaglia contro il governo normanno nella città di Cardigan (Battaglia di Crug Mawr). La città fu presa e bruciata, ed anche una parte del castello sebbene fosse stato valorosamente difeso dai Normanni comandati da Robert fitz Martin e per questo motivo una buona parte è ancora visibile, almeno quella precedente al 1136. Il castello più tardi fu riconquistato dai Normanni al seguito di Roger conte di Hertford. Nel 1166 però il castello cambiò nuovamente padrone e fu conquistato da Rhys ap Gruffydd che lo ricostruì in pietra nel 1171. Nel 1176 si tenne il raduno di cui sopra e questo suggerisce che nonostante il continuo e violento cambiamento di proprietari e partiti, il luogo di Cardigan godesse di una certa ricchezza, specie per quanto riguarda i materiali di costruzione, oltretutto si trovava in posizione strategica nonostante non fosse su di una montagna, ma in pianura, probabilmente doveva essere un punto di accesso per il controllo del Galles del Sud e del mare che dava sull’Atlantico e poteva essere invaso sulle coste sia dagli Irlandesi da ovest sia dai sassoni e dai francesi a sud. Alla morte di Rhys nel 1197, i suoi figli, Maelgwn e Gruffydd, ricevettero il castello in eredità entrambi, ma ne nacque una contesa che vide alleato Gruffydd ai Normanni a scapito del fratello. Nel 1204, sotto il regno di Re Giovanni Senzaterra il castello passava nella mani del Re e da esso come feudo a William Marshall. Vittima nuovamente di successivi attacchi e conquiste, perdite e riconquiste fino al 1244 quando uno degli ultimi proprietari ricostruiù le mura esterne del castello a difesa aggiuntiva, parte che oggi si vede solo dal lato del fiume. Distrutto nuovamente durante la Guerra Civile inglese del XVIII secolo il castello venne usato successivamente come prigione. Finita la Seconda Guerra Mondiale il castello ormai era una rovina e solo nel 2003 è stato comprato da un concilio locale e vi hanno costruito una parte moderna, mantenendo e restaurando le mura medievali ancora intatte, destinandola a ristorante. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref3_8947" name="_ftn3_8947"&gt;[3]&lt;/a&gt; Il Cervo Bianco esiste veramente, si tratta di una rara specie di cervo di colore bianco, colore dovuto ad un carattere genetico di tipo recessivo, studiato già negli anni 2000 in USA, dove il Cervo Bianco oggi è considerata una specie protetta. Il cervo bianco è una specie originaria del continente euroasiatico e data la sua peculiare colorazione in epoche antiche potrebbe essere stato considerato un animale sacro, in particolare nella società celtica dove era associato con Cernunnos, il Dio della terra e degli animali. Se Chretien de Troyes si fosse ispirato a fonti arturiane precedenti, queste potrebbero essere di impronta celtica e quindi pagana, le quali vedevano nella rarità della colorazione del manto una spiegazione magico-divina. L’analisi delle fonti storiche e di quelle zoologiche suggerisce però che si potrebbe anche trattare del normalissimo cervo (&lt;i&gt;Cervidae&lt;/i&gt; gen.) che nel Medioevo rappresentava un simbolo e confrontando oggi il significato del cervo tra la cultura celtica e quella cristiana si notano non pochi paradossi storici e culturali. Da un lato rappresentava l’animale più bello e importante, il dio celtico della terra, un dio pagano e successivamente divenne anche proprietà e preda esclusiva dei capi e poi dei Re (nel XIII secolo, sotto Giovanni Senzaterra la caccia al cervo clandestina era punita con la morte); ma anche il simbolo di Dio poiché nel II secolo (mille anni prima) Sant’Eustachio si sarebbe convertito dopo aver visto una croce sul palco di un cervo che stava cacciando. Se la mentalità collettiva medievale credeva al diritto divino dei re, allora la caccia al cervo altro non sarebbe che una specie di autorizzazione da Dio al Re a dare la caccia agli dei pagani, trasformati nel Medioevo nei nostri demoni.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref4_8947" name="_ftn4_8947"&gt;[4]&lt;/a&gt; In alcune tradizioni compare il titolo “monsignore” che non è il titolo ecclesiastico, ma una italianizzazione del termine francese “messere” o “monsieur” che si potrebbe anche tradurre come aggettivo “il nobile” seguito dal nome proprio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref5_8947" name="_ftn5_8947"&gt;[5]&lt;/a&gt; Galvano, nipote di Artù secondo alcune leggende tardomedievali, mentre le prime fonti suggeriscono che fosse con Artù primo cugino, figlio di Morgause e Lot delle Orcadi (Scozia), Morgause sarebbe stata sorella di Viviana la Dama del Lago e di Igraine, madre di Artù.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref6_8947" name="_ftn6_8947"&gt;[6]&lt;/a&gt; Cavallo da sella, non da battaglia, dei cavalieri medievali; più genericam., cavallo nobile, da viaggio o da parata. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref7_8947" name="_ftn7_8947"&gt;[7]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Mustela erminea&lt;/i&gt;, La sua caratteristica principale è quella di cambiare il colore della pelliccia di stagione in stagione. In estate, è bruno rossastro nella parte superiore del corpo e bianco nella parte inferiore, con sfumature giallastre. La punta della coda è nera. In inverno la pelliccia diventa totalmente bianca, tranne la punta della coda che rimane nera. La sua pelliccia è stata molto ricercata, soprattutto nella variante bianca, per l'industria della pellicceria, scatenando una vera e propria caccia, che ha causato una grande riduzione della popolazione. Ha una ampia diffusione in tutto l'emisfero settentrionale, dal Nord America all'Europa all'Asia, estendendosi dalla zona temperata sino alla regione artica. L’ermellino vive soprattutto nei boschi, ma è molto adattabile e si può trovare anche nelle brughiere, nelle praterie e lungo le siepi. Si tratta di un animale carnivoro, si ciba di piccoli roditori e di uova di alcuni uccelli. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref8_8947" name="_ftn8_8947"&gt;[8]&lt;/a&gt; Nei romanzi d’amore cortese e nelle gesta cavalleresche la descrizione degli indumenti e dei costumi era considerata importante per aumentare la regalità e l’aspetto dei personaggi e degli ambienti. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref9_8947" name="_ftn9_8947"&gt;[9]&lt;/a&gt; La ricerca della razza equina reale a cui Crethien si potrebbe essere ispirato non ha dato risultati certi e sicuri. Il cavallo montato da Re Artù potrebbe essere un andaluso, un cavallo bianco-grigiastro. molto elegante e nobile, utilizzato anche per migliorare le altre razze di cavallo. Proviene dalla penisola iberica, dalla regione Andalusia. Inoltre ha passi che solo lui sa eseguire, come il passo spagnolo. Gli spagnoli considerano di grande pregio la coda che sfiora il terreno, e la criniera molto lunga, per questo se ne ha grande cura. Tutte le sere i crini vengono spazzolati, e , per evitare che quelli della criniera si arruffino, vengono intrecciati in una treccia morbida e lente. La storia dell'andaluso, o pre, è molto antica. Esso discende da cavalli arabi e berberi portati nel 711 in Spagna, e incrociati poi con giumente indigene. A Cordoba il primo allevamento di questi magnifici cavalli fu istituito da Alzamoe, un musulmano. Il risultato della selezione di berberi, cavalli teutonici e indigeni spagnoli fu un cavallo più agile ed elegante dei cavalli teutonici, più alto dei berberi e degli arabi e molto simile all'andaluso antico. Gli spagnoli combattevano con i mori sul dorso di cavalli pesanti e ricoperti di corazze e lo scontro con gli agili arabi e i veloci berberi era disastroso. Così si cominciò a selezionare cavalli che dovevano essere forti, veloci, coraggiosi, agili, fieri e resistenti. A partire dalla Reconquista (XI secolo), i Re spagnoli cominciarono a consigliare agli allevatori di creare cavalli che facessero parte della &amp;quot;cavalleria leggera&amp;quot;. Così, in pochissimi anni il cavallo che non veniva ancora chiamato ufficialmente andaluso diventò il più ricercato in tutta l'Europa. La fortuna dell'andaluso, però, divenne solida soltanto quando i monaci certosini iniziarono una selezione più concreta e accurata, che determinò così i caratteri della razza che oggi conosciamo. L’andaluso ha due varianti: il certosino, razza più rustica e meno diffusa al di fuori della Spagna, e la pura razza spagnola, più diffusa e nobile ed elegante. Progenitore dell’Andaluso è il cavallo anglo-arabo-spagnolo e infine, l’ultima razza che potrebbe essere stata di ispirazione a Chretien è l’Hispano. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref10_8947" name="_ftn10_8947"&gt;[10]&lt;/a&gt; Il nano, in questo caso, non deve essere confuso con la persona colpita dal difetto del nanismo. Nel Medioevo ovviamente, come anche nelle epoche precedenti, i nani erano considerati creature quasi magiche e questo perché la loro natura ed il loro aspetto si ricollegava alla mitologia norrena. I nani in alcune mitologie sono esseri simili all'uomo ma di piccola taglia. Secondo alcune tradizioni hanno poteri magici, secondo altre no. Sono generalmente caratterizzati dalla predilezione per i luoghi sotterranei e per l'oro. I nani sono grandi minatori, si dice che la loro birra sia la più buona del mondo, un nano ubriaco infatti diventa molto pericoloso per chi gli sta vicino (soprattutto se sta combattendo in una guerra). Nell'antico Egitto era venerato Bes, spirito protettore contro ogni male rappresentato come un paffuto nano deforme che fa smorfie e mostra la lingua. Bes non apparteneva ad una precisa razza come i nani delle mitologie nordiche, spesso paragonabili a elfi o folletti, ma come tutte le divinità egizie era un essere unico nel suo genere. La stirpe dei nani (dvergar in norreno) si formò sotto terra, dove presero vita come vermi nella carne morta del gigante Ymir, nel suo sangue diventato acqua e nelle sue ossa diventate pietra. Odino ed i suoi fratelli Víli e Vé, riuniti in un consiglio, diedero a queste creature un aspetto antropomorfo e l'intelligenza. I nani allora andarono ad abitare nella terra e nel fango, nonché nella pietra e fra le rocce. I nani presero dimora nella terra molle e nel fango, tra le pietre e le rocce. Móðsognir era il più famoso tra loro, e un altro aveva nome Durinn. Temevano la luce del sole che poteva trasformarli nuovamente nella pietra da cui erano nati. La loro dimora era il reame sotterraneo di Nidavellir, uno dei nove mondi legato, secondo la Cosmologia della mitologia norrena, al Frassino del Mondo Yggdrasill. Erano generalmente considerati egoisti, avidi e astuti. Erano abili fabbri e forgiatori ed i creatori della maggior parte degli artefatti degli dèi, sia Æsir che Vanir. Tra le loro creazioni più famose ci sono la lancia Gungnir e l'anello d'oro Draupnir di Odino, il martello Mjöllnir di Thor, i capelli d'oro di Sif, il collare Brísingamen di Freyja ed anche la nave Skíðblaðnir di Freyr. I nani fabbricarono anche certi tipi di elmetti detti huliðshjálmr (elmetti nascondenti), o a volte un mantello, che potevano rendere chi li indossava invisibile. Potevano essere divinità minori, similmente agli elfi (della luce), il che può suggerire il motivo per cui acquisirono il nome di elfi neri o scuri (vedi anche: &amp;quot;elfi rispetto a nani&amp;quot;). I nani Norðri, Suðri, Austri e Vestri sostengono i quattro punti cardinali. Nýi e Niði governano rispettivamente la luna crescente e calante. Per quanto riguarda il nanismo, è un'anomalia che causa un insufficiente sviluppo corporeo. La forma più comune è determinata dall'acondroplasia. Il nanismo può essere presente fin dalla nascita (Nanismo primordiale) o manifestarsi nella pubertà. Le cause sono anomalie genetiche, disfunzioni endocrine, alterazioni metaboliche, ecc. Il nanismo può essere armonico o disarmonico, a seconda delle proporzioni del corpo. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref11_8947" name="_ftn11_8947"&gt;[11]&lt;/a&gt; Nel mondo feudale, il delitto di tradimento della fede giurata, che comportava la rottura del contratto feudale e la conseguente perdita del feudo. Poiché il contratto feudale creava vincoli reciproci di fedeltà tra il vassallo e il signore con la costituzione del rapporto di vassallaggio, il delitto di f. poteva essere commesso tanto dal vassallo verso il signore come dal signore verso il vassallo. Il termine sopravvive nelle legislazioni dei paesi di lingua anglosassone (ingl. felony) per indicare genericam. i delitti più gravi puniti con la confisca dei beni e la perdita totale della proprietà. Dal lat. mediev. &lt;i&gt;fello&lt;/i&gt; -&lt;i&gt;onis&lt;/i&gt;, forse di origine germ significa traditore, ribelle, persona perfida, sleale. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref12_8947" name="_ftn12_8947"&gt;[12]&lt;/a&gt; Nel Medioevo il nanismo era visto come una vera e propria disgrazia, spesso i bambini che ne nascevano affetti venivano uccisi alla nascita. Il termine “aborto” può essere inteso come la traduzione del termine latino &lt;i&gt;abortus&lt;/i&gt; -&lt;i&gt;us&lt;/i&gt;, der. di &lt;i&gt;aboriri&lt;/i&gt; «perire». Nel gergo medievale poteva avere anche significato di offesa nei confronti di qualcuno non ritenuto intelligente o normale o poco sviluppato, e inoltre era un termine per indicare qualcuno o qualcosa non portato a compimento. Oggi le cause della malattia sono scientificamente note, anche se in continuo studio e l’uso del gergo volgare in senso offensivo nei confronti di un individuo equivale ad una offesa, un’ingiuria che va contro i diritti e la dignità della persona ed è una calunnia penalmente perseguita. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref13_8947" name="_ftn13_8947"&gt;[13]&lt;/a&gt; Nell’utilizzare il personaggio di Galvano, Chretièen deve aver fatto riferimento a fonti recenti che lo vedono come il nipote e non come il cugino. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref14_8947" name="_ftn14_8947"&gt;[14]&lt;/a&gt; Edern ap Nudd o Yder, è un guerriero della corte di Artù all'inizio della tradizione arturiana. È il figlio di Nuddfratello e fratello di Gwyn, Creiddylad e Owain ap Nudd. Il suo equivalente in latino &lt;i&gt;nell’Historia Regum&lt;/i&gt; &lt;i&gt;Britanniae&lt;/i&gt; è &lt;i&gt;Hiderus fils Nu&lt;/i&gt; e nel francese antico &lt;i&gt;Roman de Brut&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Erec e Enide&lt;/i&gt; egli appare come il cavaliere &lt;i&gt;Yder fils&lt;/i&gt; &lt;i&gt;Nu&lt;/i&gt; (t). &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref15_8947" name="_ftn15_8947"&gt;[15]&lt;/a&gt; Un alleato molto coraggioso e saggio di Artù. Era presente alla incoronazione di Erec, andando con altri tre per scortare Enide alla sala. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref16_8947" name="_ftn16_8947"&gt;[16]&lt;/a&gt; È un Cavaliere della Tavola Rotonda nella leggenda arturiana. Egli è chiamato il figlio di Do o Don, ed è cugino di Sir Lucan e Sir Bedivere. Griflet prima appare come scudiero e poi come uno dei Re alleati di Artù. Quando è nominato cavaliere diventa uno dei prima cavalieri della Tavola Rotonda. È uno dei principali consiglieri di Artù durante tutta la sua vita, e secondo nel ciclo &lt;i&gt;Lancelot-Graal&lt;/i&gt;. Era uno dei pochi sopravvissuti battaglia di Camlann, ed è il cavaliere cui Artù, morente, chiese di restituire Excalibur alla Dama del Lago. In Malory, &lt;i&gt;Le Morte d'Arthur&lt;/i&gt;, tuttavia, Griflet è uno dei cavalieri uccisi difendendo l'esecuzione Ginevra, quando la Regina è salvata da Lancillotto, Malory cambia il finale rendendo Bedivere il cavaliere che getta Excalibur nel lago. Griflet è l'eroe del suo romanzo proprio, &lt;i&gt;Jaufré&lt;/i&gt;, il romanzo unico superstite arturiano scritto in provenzale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref17_8947" name="_ftn17_8947"&gt;[17]&lt;/a&gt; Amalvinus, Amauvin o Amauguin fu il conte di Bordeaux alla fine del IX secolo e l'inizio del decimo. Lui è registrato solo in due occasioni nella storia. Al Consiglio di Bourges nel mese di agosto 887, è apparso come conte di Bordeaux insieme a Guglielmo I d'Alvernia, Odo di Tolosa, Sancho III di Guascogna, e Frotaire Arcivescovo di Bordeaux. E 'stato chiaramente uno dei personaggi principali in Aquitania al momento. Era un amico di Alfonso III delle Asturie, &lt;i&gt;rex Hispaniae&lt;/i&gt;, che lo chiama &amp;quot;duca&amp;quot; in una lettera ai canonici di San Martino di Tours. Essendoci di mezzo l’Aquitania ed essendo Eleonora d’Aquitania la madre di Marie di Champagne, protettrice di Chretien, non ci sarebbe da stupirci se tra tanti personaggi fantastici ci avesse infilato qualche importante personaggio storico, importante per l’Aquitania, il feudo che Eleonora teneva in pugno insieme a Riccardo e che fu motivo di numerose liti con il secondo marito, Enrico II. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref18_8947" name="_ftn18_8947"&gt;[18]&lt;/a&gt; È una specie di falco, di cui il maschio è un terzo più piccolo della femmina.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref19_8947" name="_ftn19_8947"&gt;[19]&lt;/a&gt; Il backgammon è un gioco da tavolo per due giocatori. Ciascun giocatore possiede 15 pedine che muove lungo 24 triangoli (punti) secondo il lancio di due dadi. Lo scopo del gioco è riuscire per primi a rimuovere tutte le proprie pedine dalla tavola, cercando nel contempo di bloccare l'avversario e di evitare le sue azioni di disturbo. L’origine del backgammon viene comunemente fatta risalire a circa 5000 anni fa al Gioco reale di Ur ritrovato nella tomba di un Re sumero durante gli scavi nell'antica città mesopotamica di Ur, nell'attuale Iraq. Una rinascita del gioco in Europa si ebbe durante le Crociate, quando i soldati conobbero la versione del tawla dagli Arabi (takht-e nard, o semplicemente Nard, in persiano).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref20_8947" name="_ftn20_8947"&gt;[20]&lt;/a&gt; Un &amp;quot;Vavasor&amp;quot; (da &amp;quot;&lt;i&gt;vassallorum vassus&lt;/i&gt;&amp;quot;) è stato un basso livello di vassallo, ma un uomo libero. Del vavasors si parla nei romanzi francesi antichi; di carattere onorevole, anche se non di alto lignaggio. Il termine è spesso tradotto come &lt;i&gt;valvassore&lt;/i&gt;, nel sistema politico e sociale feudale, il vassallo del vassallo del re, cioè del conte. Più tardi i valvassori furono chiamati capitani, e poi conti (e allora il vassallo del re prese il titolo di duca o marchese). Entrarono in questa categoria anche coloro che, senza essere titolari di alcun ufficio, avevano ottenuto sulle proprie terre privilegi di immunità (esenzione dalla giurisdizione del conte): donde il titolo, che pure assunsero, di liberi. Noi useremo la traduzione del nostro libro-guida, cioè valvassore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref21_8947" name="_ftn21_8947"&gt;[21]&lt;/a&gt; Questo pezzo non è era facile da tradurre dall’inglese trattandosi di una versione inglese, quella che abbiamo tradotto, in un inglese antico. Per questo motivo la ripetizione può stonare. Il pezzo è dunque tratto dal nostro libro-guida.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref22_8947" name="_ftn22_8947"&gt;[22]&lt;/a&gt; I numerosi riferimenti alla storia del Re Mark, Tristano, e Isotta esistenti nei poemi di Chretien supportano la teoria che egli non ha inventato la sua storia di sana pianta, ma appunto ha avuto dei riferimenti precedenti. I richiami all’opera altomedievale di Tristano ed Isotta, viene usata da Chretien per dare maggior valore alle sue dichiarazioni, nella descrizione della fanciulla. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref23_8947" name="_ftn23_8947"&gt;[23]&lt;/a&gt; Questo riferimento è importante ai fini di inquadrare anche la cultura alimentare del Medioevo, i cereali erano consumati molto sia dagli animali sia dall’uomo, poiché erano le colture più diffuse e forse anche le più importanti per il sostentamento della popolazione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref24_8947" name="_ftn24_8947"&gt;[24]&lt;/a&gt; In realtà, si tende a fare confusione con il termine ospite che non è colui che viene invitato, ma colui che fa l’invito e da ospitalità. Per definizione stessa, l’ospite è la persona che ospita, che accoglie cioè nella propria casa altre persone (siano queste amici, conoscenti, oppure forestieri, estranei) offrendo loro alloggio e vitto, o anche soltanto per una visita, per una festa, per un ricevimento e sim. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref25_8947" name="_ftn25_8947"&gt;[25]&lt;/a&gt; Spesso, nei romanzi medievali la struttura della frase pone il verbo alla fine e non subito dopo il soggetto. Si tratta di uno stile usato da molti, anche Maria di Francia nei suoi lais.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref26_8947" name="_ftn26_8947"&gt;[26]&lt;/a&gt; Arnese formato di un piano o altro supporto, sostenuto da tre (o anche quattro) piedi, usato soprattutto come sostegno di tavole (per mensa o letti improvvisati), di ponti da muratore, di vasi o altri oggetti domestici, di mobili da accomodare, come dimora abituale del pappagallo o di altro uccello domestico, oppure come sgabello.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref27_8947" name="_ftn27_8947"&gt;[27]&lt;/a&gt; Il termine muta può avere due significati in questo caso e sono entrambi possibili, muta significa essenzialmente “cambio” e può riferirsi sia al cambio delle persone che si occupano dello sparviero sia alla muta, ossia il cambio di penne dello sparviero stesso. È difficile stabilire quale possibile riferimento abbia la frase del Vavaor.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref28_8947" name="_ftn28_8947"&gt;[28]&lt;/a&gt; Si tratta di una specie di gara o torneo dove i cavalieri per una donna non si sfidano a cavallo con lancia in resta, ma si confrontano per l’abilità nell’affrontare un falco, nel tentativo di domarlo, togliendolo dalla sua posizione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref29_8947" name="_ftn29_8947"&gt;[29]&lt;/a&gt; Indumento protettivo del corpo, in uso nel medioevo per la difesa personale del guerriero: consisteva in una veste di maglia di ferro, a forma di lunga camicia, aperta talora sul davanti a metà coscia, variamente lavorata («a grani d’orzo», «a maglia piatta», «a scaglie», ecc.), talvolta completata da calzoni, pure di maglia, e munita di cappuccio e di maniche (che, nel tipo più tardo, si continuano in manopole); era diffuso in Occidente, caratterizzando l’abbigliamento del cavaliere prima dell’avvento dell’armatura di piastra, o corazza.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref30_8947" name="_ftn30_8947"&gt;[30]&lt;/a&gt; Elemento dell’armatura dell’età classica e medievale che proteggeva la parte anteriore delle gambe.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref31_8947" name="_ftn31_8947"&gt;[31]&lt;/a&gt; Si nota il sentimento di affetto che un cavaliere medievale ha per le sue armi, quasi che spada e cavallo siano più importanti di tutto il resto e che siano fondamentali per il combattimento e la vittoria.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref32_8947" name="_ftn32_8947"&gt;[32]&lt;/a&gt; Si tendeva a credere, nel Medioevo, che le guerre e le battaglie e così anche la vittoria nelle sfide e nei tornei fosse decisa da Dio secondo equità e lealtà, verità e giustizia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref33_8947" name="_ftn33_8947"&gt;[33]&lt;/a&gt; Si tratta di un gesto che ancora oggi nei Paesi anglosassoni come l’Inghilterra ha un valore anche giuridico. Il padre che da la mano della sposa, davanti al vescovo, allo sposo e si tratta di una procedura del matrimonio secondo il diritto canonico della Chiesa Anglicana. In un certo senso il matrimonio è ancora visto presso queste società, specie nell’aristocrazia, come un passaggio di diritti per mezzo della persona. Anche se il matrimonio è il frutto di una decisione libera (se non proprio libera per i signori, caldamente consigliata dalle famiglie dei due sposi) rimane sempre un passaggio sotto il tetto del marito. Care donne, che dirvi, tante sognano un matrimonio da favola, poche ce la fanno e nessuna è felice, forse è meglio sposarsi da poveri e campare cent’anni felici, reduci dalle battaglie della vita, ma pur sempre più forti di qualsiasi coppia con teste coronate con diamanti e rubini. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref34_8947" name="_ftn34_8947"&gt;[34]&lt;/a&gt; Parte della visiera di un elmo chiuso in cui il combattente riusciva a respirare.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref35_8947" name="_ftn35_8947"&gt;[35]&lt;/a&gt; Baio, dal lat. &lt;i&gt;Badius&lt;/i&gt; è un tipo di mantello del cavallo (e anche dei bovini) in cui i peli hanno colorazione generale rossastra, con diverse gradazioni di tinta (i crini e le parti inferiori degli arti sono neri): b. chiaro, b. scuro; cavallo baio. Anche s. m., per indicare il cavallo di mantello baio. B. falbo, varietà di baio, con peli giallo carico tendenti al rossiccio; b. lupino, varietà con pelame giallo e nero. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref36_8947" name="_ftn36_8947"&gt;[36]&lt;/a&gt; Il riferimento alla spada in acciaio è importante perché rende anche un’idea della modalità e del materiale con cui venivano realizzate le armi, specie quelle da taglio come le spade. Nel ciclo arturiano, la spada di Artù, ad esempio, si chiama Excalibur, ma si tratta di una trasformazione del termine &lt;i&gt;ex caliburn&lt;/i&gt;, cioè &lt;i&gt;fatta dai Calibi&lt;/i&gt;, una popolazione balcanica, specializzata nella lavorazione dell’acciaio. Così, se il mito di Re Artù avesse un fondo di verità storica, la sua spada sarebbe certamente un capo a suo favore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref37_8947" name="_ftn37_8947"&gt;[37]&lt;/a&gt; Lo studio dell’abbigliamento dei cavalieri ha suggerito che per motivi di sicurezza essi sotto il camaglio, indossassero una cuffia in tessuto, ovattata, in modo da attutire i colpi al capo il più possibile. Da quanto emerge dalla descrizione del combattimento i cavalieri indossano un’armatura quasi completa come avveniva per i tornei.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref38_8947" name="_ftn38_8947"&gt;[38]&lt;/a&gt; Profondamente avvilito, abbattuto, afflitto; privo della capacità di reagire a una situazione critica (anche con la prep. per)&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref39_8947" name="_ftn39_8947"&gt;[39]&lt;/a&gt; Il taglio è sicuramente un taglio mortale se inserito in un vero contesto storico e difficilmente con le conosce dell’epoca era possibile sopravvivere. Il capo è riccamente irrorato di vasi sanguigni, anche se piccoli un comunissimo taglio alla testa da caduta, come accade ai bambini piccoli, provoca un sanguinamento molto intenso e maggiore di quello che ci si aspetta. Un taglio come quello assestato in questa dettagliatissima descrizione del duello, da Erec al suo avversario non fornisce solo informazioni su quelle che erano in realtà le possibilità di vita in duello (se si moriva si veniva sepolti in terra sconsacrata, la Chiesa vietava infatti i duelli ed i tornei, ma non potendo di fatto fare nulla oltre alle minacce aveva inasprito il diritto canonico con queste leggi molto severe), ma anche sulla q qualità delle armature usate in duello. Pensate che spesso dei baroni all’ultimo gradino della scala sociale, pur di fare del figlio un cavaliere con armatura e cavallo si riducevano alla miseria, ovviamente il rapporto qualità e prezzo era molto diverso da quello di oggi. Una buona armatura era acquistabile in vero solo da pochissimi e questi pochissimi erano quelli che potevano permettersi di caricare le selle dei loro cavalli appesantendole di una borsa ricca di denaro. La borsa pesante era vanto di pochi, anche tra i nobili. In torneo dunque si cercava di portare il meglio al miglior prezzo, anche se il pezzo che valeva di più era di fatti non la spada o l’elmo, l’armatura o la maglia, ma il cavallo, un vero capitale se adatto ad un torneo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref40_8947" name="_ftn40_8947"&gt;[40]&lt;/a&gt; La Lega è stata una unità di lunghezza a lungo diffusa in Europa ed in America latina, originatasi nella Roma antica. Oggi non è più un'unità ufficiale in nessuna nazione, ma viene sporadicamente usata in parallelo a quelle ufficiali, particolarmente in ambito rurale. La lega era un'unità di lunghezza, variante da luogo a luogo, ed esprimeva originariamente, la distanza che una persona, o un cavallo, poteva percorrere al passo in un'ora di tempo (a seconda dei luoghi una grandezza variabile tra i 4 e i 6 chilometri). La lega era usata a Roma antica, dove era definita come 3 miglia. Nella Roma antica, era definita come 1,5 miglia romane (7.500 piedi romani, 2,2225 km, 1.4 km.), originata dalla &amp;quot;leuga Gallica (leuca Gallica)&amp;quot;, la lega di Gallia. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref41_8947" name="_ftn41_8947"&gt;[41]&lt;/a&gt; In questo momento viene messa in evidenza una virtù che diverrà fondamentale con la nascita della classe della cavalleria, ed è la misericordia. Se un cavaliere viene sconfitto, ma è stato valente e coraggioso e si è battuto con coraggio, anche i suoi avversari lo rimpiangono e partecipano alla sua tristezza, se così possiamo dire. Così fanno tutti coloro che hanno fatto il tifo per Erec ma che comunque stimavano anche il suo avversario, che è anche, non dimentichiamolo, il suo offensore. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref42_8947" name="_ftn42_8947"&gt;[42]&lt;/a&gt; Impalcatura a sostegno di viti o d’altre piante rampicanti, costituita da due file di montanti verticali, uniti nelle loro estremità superiori da elementi orizzontali ad altezza dal suolo tale da consentire il passaggio delle persone al disotto di essi; è uno dei modi più diffusi per l’allevamento di piante rampicanti, ma può essere, in forme varie, elemento decorativo di giardini, terrazze, ecc. ant. e region. Balcone, loggetta, poggiolo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref43_8947" name="_ftn43_8947"&gt;[43]&lt;/a&gt; Tristano ha ucciso Morhot, lo zio di Isotta, quando venne a rivendicare l’omaggio per Re Mark. Il combattimento ha avuto luogo su un'isola, senza nome nel testo originale, ma in seguito identificato con Isola S. Sansone, una delle isole &lt;a name="OLE_LINK2"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a name="OLE_LINK1"&gt;Scilly&lt;/a&gt;. formano un arcipelago di isole situate a 45 chilometri dalla punta più sud-occidentale della costa dell’Inghilterra (chiamata Land's End). Amministrativamente sono un'autorità unitaria della contea di Cornovaglia.Spesso sono messe in relazione con le isole Cassiteridi della tradizione geografica dell'antichità. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref44_8947" name="_ftn44_8947"&gt;[44]&lt;/a&gt; Il nostro libro guida propone che si potrebbe trattare di Rudlan, nel Galles del Nord, il nome però anche sulle cartine compare scritto in gallese, cioè Rhuddlan, ho trovato la città aiutandomi con un programma di ricerca satellitare. È un paesino oggi nel Galles del Nord, Si tratta di un castello di sasso a pianta quadrata con torri angolari di forma circolare, altomedievale sicuramente come prima costruzione. Del castello originale oggi si vedono solo delle rovine. Il posto è molto suggestivo e per chi ama viaggiare nei luoghi medievali della storia, è una meta che merita. Da Cardigan a Rhuddlan ci sono 134 miglia trovandosi ai due capi estremi dello stato del Galles. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref45_8947" name="_ftn45_8947"&gt;[45]&lt;/a&gt; È il nome di alcuni comuni francesi, due presenti nella regione del Rodano e quindi anche la prima città che ha un nome che richiama quello del fiume potrebbe essere stata reale e aver cambiato nome o essere distrutta; una terza città con il nome di Montrevel è nella regione della Franca Contea. Abbiamo messo le città trovate su internet, secondo le loro coordinate, sulla mappa di Google Earth e abbiamo notato che sono città tra loto molto vicine, difficile quindi, dire quale città di queste tre possa essere stando tutte nel raggio di 100 km da un possibile punto centrale. Sempre su Internet abbiamo cercato se ognuna di queste tre città avessero qualche importante fatto passato alla storia, ma non abbiamo trovato nemmeno questo tranne che per la regione dell’Ain, protagonista della Rivoluzione Francese, potrebbe quindi darsi che si tratti di una città della Valle del Rodano, importante durante il Medioevo, visitata da Chretien durante i suoi viaggi, distante dalle altre tre città 260 km (43 leghe circa e circa 43 giorni di viaggio!). Inoltre la regione del Rodano oggi non confina con quella della Champagne, anche se ciò non significa che nel Medioevo non fossero nella stessa regione le tre città e Troyes!&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref46_8947" name="_ftn46_8947"&gt;[46]&lt;/a&gt; Il sauro è un mantello equino di colore marrone rossastro o zenzero. Esso può variare dal marrone chiaro o giallo sabbia ai colori più scuri. La coda e la criniera sono dello stesso colore del mantello.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref47_8947" name="_ftn47_8947"&gt;[47]&lt;/a&gt; Detto del mantello del cavallo (e del cavallo stesso), grigio oppure bianco con macchie rotondeggianti, più chiare o più scure dello sfondo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref48_8947" name="_ftn48_8947"&gt;[48]&lt;/a&gt; Si dice balzano un cavallo che presenta delle macchie bianche (chiamate appunto balzane) sugli arti a partire dallo zoccolo. Esistono quindi cavalli balzani &amp;quot;da uno&amp;quot;, &amp;quot;da due&amp;quot;, &amp;quot;da tre&amp;quot; o &amp;quot;da quattro&amp;quot;, a seconda del numero di arti balzani che presentano. Pur non essendoci alcun collegamento, la tradizione popolare assegna al numero degli arti balzani caratteristiche legate alla bontà e alle qualità del cavallo stesso, con diverse varianti in Italia, il numero tre dice il popolo è cavallo di Re. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref49_8947" name="_ftn49_8947"&gt;[49]&lt;/a&gt; Questo passo è molto importante, e solo perché cita Percival di cui non viene detto nulla, solo che è gallese. Percival è ricordato fin dalle prime fonti come colui che difese, in assenza di un fedifrago Lancillotto, l’onore di Ginevra, davanti all’accusa di adulterio ad opera di uno dei cavalieri della Tavola Rotonda. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref50_8947" name="_ftn50_8947"&gt;[50]&lt;/a&gt; Anche se questo saluto sembra senza senso, non lo è. Deve trattarsi di un modo di fare e di pensare dell’epoca, nelle grandi corti. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref51_8947" name="_ftn51_8947"&gt;[51]&lt;/a&gt; Il “mano nella mano” non è da intendersi come oggi, ovvero come fanno i moroso, la mano ed il braccio dell’uomo erano tesi in alto a portare quella della donna. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref52_8947" name="_ftn52_8947"&gt;&lt;/a&gt;[52] Gornemant fu mentore di Percival nella leggenda arturiana. Egli è menzionato in un paio di romanzi, ma ha un ruolo significativo nel Perceval di Chrétien de Troyes, dove istruisce il giovane eroe ai modi della cavalleria. Gornemant istruisce il ragazzo anche ai modi cortesi e gli insegnerà che non è bene fare troppe domande onde evitare di dare cattive impressioni e apparire come individui superflui, consiglio che Percival mal comprende e mal applicherà non porgendo la domanda fatale che fornirebbe la risposta del mistero del Graal, nel Palazzo del Re Pescatore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref53_8947" name="_ftn53_8947"&gt;[53]&lt;/a&gt; Personaggio arturiano che deriva dalla Cornovaglia &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref54_8947" name="_ftn54_8947"&gt;[54]&lt;/a&gt; Yvain è un cavaliere della Tavola Rotonda e il figlio del Re Urien del Galles nella leggenda arturiana. Lo storico Owain mab Urien, su cui il personaggio letterario si basa, era il Re di Rheged in Gran Bretagna durante il V sec d.C. Yvain o Ywain è stato uno dei primi personaggi associati a Re Artù, essendo menzionati anche da Goffredo di Monmouth nella sua &lt;i&gt;Historia Regum Britanniae&lt;/i&gt;. È stato anche uno dei più popolari protagonisti nei romanzi di Chrétien de Troyes, nell’opera &lt;i&gt;Yvain, il Cavaliere del Leone&lt;/i&gt;. Egli risulta quale figlio di Urien praticamente in tutta la letteratura in cui appare: altri personaggi della leggenda arturiana hanno perso la loro base storica, come per esempio Sir Kay, fratello adottivo di Artù.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref55_8947" name="_ftn55_8947"&gt;[55]&lt;/a&gt; La presenza di tre personaggi con lo stesso nome non deve confondere il lettore, non si tratta di tre gemelli, ma di tre personaggi appunto con lo stesso nome e non solo. Non si tratta di una banale coincidenza perché ognuno rappresenta un aspetto del maschio medievale e lo dicono gli stessi soprannomi, il nobile è il figlio di Urien, il secondo è quello coraggioso ed il terzo è l’infedele. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref56_8947" name="_ftn56_8947"&gt;[56]&lt;/a&gt; Anche facendo una ricerca su internet utilizzando il nome inglese, non è venuto fuori nulla e anche qui rimane il forte dubbio se si tratti di un luogo reale o fantastico.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref57_8947" name="_ftn57_8947"&gt;[57]&lt;/a&gt; È la prima menzione di Chrétien di questo figlio di Artù, il cui ruolo è assolutamente insignificante nei romanzi arturiani e inoltre è la prima volta che questo figlio compare nella leggenda arturiana. Le fonti concordano tutte infatti sulla versione secondo cui Artù ebbe un solo figlio, Mordred, avuto dalla sorella-amante Morgana in circostanze mai del tutto chiarite e spesso discordanti tra loro nelle diverse versioni dei romanzi arturiani, secondo alcuni infatti tale incesto fu doloso da parte di Morgana, mentre secondo la versione celtica fu una cosa colposa da parte di entrambi, infatti i due sarebbero stati separati da bambini e ricongiunti da adulti in una cerimonia iniziatica celtica. Quale che sia la versione più credibile, non ha importanza perché Mordred fu e rimane il solo figlio di Artù, non avendo avuto questi altri figli dalla Regina che si ritiene fosse sterile. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref58_8947" name="_ftn58_8947"&gt;[58]&lt;/a&gt; Equivalente del Backgammon&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref59_8947" name="_ftn59_8947"&gt;[59]&lt;/a&gt; Si tratta probabilmente di un riferimento non causale che fa Chretien nei confronti del personaggio di Artù, in molte versioni l’ascesa al trono di Artù quale figlio legittimo di Uther provocò una serie di reazioni non del tutto positive. Le versioni più antiche e legate al mondo ed alle tradizioni celtiche lasciano intendere che l’ascesa al trono di Artù prevedesse di unire la Britannia celtica e quella cristiana, facendo combattere le diverse tribù sotto la bandiera del Drago che era quello di Uther, cosa che i cristiani mal vedevano associando al drago un significato negativo, quello del diavolo. Artù si trovò di fatto tra due fuochi, se si tratta di un personaggio con basi storiche e quindi reali e tale divario stava nelle due parti della Britannia che bisognava tenere unite a tutti i costi per evitare di spaccare di nuovo il regno indebolendolo difronte alle orde dei Sassoni. Se avesse voluto che l’esercito marciasse sotto di lui avrebbe dovuto scegliere se marciare sotto l’una o l’altra delle bandiere in campo, in ogni caso la scelta dell’uno avrebbe stabilito la perdita dell’appoggio dell’altro, così Artù dovette cercare un compromesso che previde dei cambiamenti e che comunque creò dei malcontenti. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Download&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="http://www.fileden.com/files/2011/9/15/3196169/Erec%20ed%20Enide.pdf"&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="Document-icon" border="0" alt="Document-icon" align="left" src="http://lh6.ggpht.com/-t6UysNnA_oU/TwMg5h0YBXI/AAAAAAAAQjU/hFQYNHjGmWs/Document-icon%25255B7%25255D.png?imgmax=800" width="100" height="100" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-7422915579805122494?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/7422915579805122494/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=7422915579805122494' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/7422915579805122494'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/7422915579805122494'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/12/erec-ed-enide-i-parte.html' title='Erec ed Enide - I Parte'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh3.ggpht.com/-iHRuzay294U/Tvy66Qi1nKI/AAAAAAAAQhs/DhvNNlqw99g/s72-c/image%25255B7%25255D.png?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-5113551841818328754</id><published>2011-09-20T17:51:00.001+02:00</published><updated>2011-09-20T17:51:59.298+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chrétien de Troyes'/><title type='text'>Chrétien de Troyes e il Santo Graal</title><content type='html'>&lt;h2&gt;Introduzione al personaggio&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Quanti non hanno sentito parlare di lui come del primo a parlare della reliquia (reale o fantastica ancora non si sa) più ricercata dall’intera umanità? Quanti possono permettersi di ignorare il suo nome ed il suo lavoro? Nessuno, perché lui e soltanto lui, poteva come un dio, dare vita ad un’utopia chiamata Santo Graal. Il suo nome era Chrétien de Troyes.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nato e morto nel XII secolo è stato forse il più importante trovatore del suo periodo, tra tanti trovatori che nello stesso periodo nascevano e che poi avrebbero ripreso le sue opere, perché anche loro sognavano lasciare scritto qualcosa sul Santo Graal, certo non immaginavano il putiferio che oggigiorno avrebbero scatenato. Nato probabilmente nella prima metà del XII secolo, forse nel 1135 a Troyes, in Francia (attuale regione della Champagne-Ardenne), poco si sa della sua vita privata e anche della sua formazione non avendo scritto né autobiografie né avendo avuto un proprio biografo, anche postumo. Essendo uno scrittore ed un poeta è facile presumere che potesse essere di nobili natali e che si sia probabilmente formato presso qualche monastero o qualche abbazia, anche se non è da scartare nemmeno l’ipotesi che possa aver avuto un proprio precettore. La prima ipotesi è la più accreditata sia dagli studiosi di letteratura sia dagli storici in generale e si è giunti ad ipotizzare anche che potesse essere diventato un chierico più che un frate in senso stretto. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si dice “diventato” perché se fosse stato un normalissimo frate medievale non avrebbe potuto vivere presso una corte come quella di Francia e soprattutto non avrebbe potuto scrivere di amori illeciti ed extraconiugali, ricerche che mescolavano sacro e profano come del Santo Graal. Della sua vita come poeta e scrittore si sa solo, appunto, che visse in Francia, presso la corte della figlia di Eleonora d’Aquitania, Maria di Champagne e poi di Filippo di Alsazia (Fiandre). Avendo avuto dei così importanti protettori, amanti delle lettere e delle arti, è difficile pensare che possa essere stato un monaco e quindi si avvalorano le ipotesi che lo vedono come un chierico &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn1_9929" name="_ftnref1_9929"&gt;[1]&lt;/a&gt;. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Morì nel 1190 nelle Fiandre, mentre stava scrivendo il racconto del Santo Graal, che lo rese così tanto amato e così tanto famoso nei secoli successivi, forse più di quanto egli stesso avrebbe mai potuto immaginare. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Le opere&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Chrétien de Troyes scrisse diverse opere nel corso della sua carriera, tuttavia, molte di queste sono oggi andate perdute per sempre e non sono pervenute a noi nemmeno traduzioni degli originali, in altre lingue come l’italico, il latino o il tedesco antico o l’inglese antico. &lt;/p&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;&lt;i&gt;Erec et Enide&lt;/i&gt;, romanzo (composto attorno al 1170)&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Les comandemanz d’Ovide&lt;/i&gt;, traduzione da Ovidio, oggi perduta&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Art d’amors&lt;/i&gt;, traduzione da Ovidio, oggi perduta&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Le mors de l’espaule&lt;/i&gt;, poemetto oggi perduto&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Le roi Marc et Ysalt la blonde&lt;/i&gt;, romanzo oggi perduto&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;La muance de la hupe et de l’aronde er del rossignol&lt;/i&gt;, pervenutoci in forma frammentaria con il titolo di Philomena&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Cligès&lt;/i&gt;, romanzo (1176 circa)&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Yvain ou le chevalier au lion&lt;/i&gt;, romanzo scritto tra il 1170 e il 1180&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Lancelot ou le chevalier de la charrette&lt;/i&gt;, romanzo incompiuto terminato da Godefroi de Leigni&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Le Roman de Perceval ou le conte du Graal&lt;/i&gt;, romanzo incompiuto&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;Guillaume d’Angleterre&lt;/i&gt;, romanzo di dubbia attribuzione&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;h3&gt;Erec ed Enide &lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;Erec ed Enide è un poema in ottosillabi a rima baciata dello scrittore francese Chrétien de Troyes, composto intorno al 1170. Tutta la storia ruota intorno alla difficile conciliazione tra il perfetto valore cavalleresco e il perfetto amore e viene presentato il testo intero tradotto ed analizzato in questo sito. Il problema trattato nell'opera è quello della conciliazione necessaria tra amore e prodezza della cavalleria, poiché finora l'amore era stato esaltato come valore autonomo rispetto alla dimensione guerriera, quest'ultima completamente indipendente. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Gli altri romanzi, che sono anche la maggior parte delle opere di Chretien a noi pervenute oggi, trattano tutti più o meno direttamente della corte di Re Artù e delle vicende a lui legate, dei personaggi e infine del Graal, opera quest’ultima che rimase incompiuta a causa della morte dell’autore stesso e per questo motivo, l’opera “&lt;i&gt;Guillaume d’Angleterre&lt;/i&gt;” è di dubbia attribuzione. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Chrétien de Troyes, Re Artù e il Santo Graal&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;È difficile pensare che come si è inventato il Graal, Chretien possa aver anche inventato il personaggio chiave del ciclo arturiano, Re Artù. Era usanza, in epoca medievale, attribuire in buona parte le proprie idee, invenzioni o storie a fonti scritte precedenti di cui però non veniva mai fornita una prova, venivano solo citate. È un classico trucco che venne usato anche nelle epoche successive il Medioevo e che ha permesso a tanti scrittori di costruire imperi d’aria e denaro, specialmente quando non c’erano scrittori più che mai attivi a reclamare i loro diritti d’autore. Ad ogni modo, Chretien quando scrisse &lt;i&gt;Le Roman de Perceval ou le conte du Graal&lt;/i&gt;, certo non pensava che in un futuro non troppo lontano scrittori di ogni lingua e cultura si sarebbero cimentati a scrivere saggi e romanzi su quel Graal e non solo, anche sulla lancia di Longino. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Prima ancora di quest’opera, Chretien scrisse &lt;i&gt;Lancelot ou le chevalier de la charrette&lt;/i&gt;, anche questo rimase però incompiuto, per motivi non del tutto noti e che fu continuata da Godefroi de Leigni &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn2_9929" name="_ftnref2_9929"&gt;[2]&lt;/a&gt;. Come detto precedentemente, sono diversi i romanzi di Chretien che trattano di Re Artù ed è difficile pensare che si sia inventato questo personaggio per diversi motivi: &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;nel IX secolo, Nennio scriveva della storia della Britannia romana ed è la prima volta che viene fatto un riferimento a Re Artù&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;nel 1135, anno di nascita di Chretien, Goffredo di Monmouth scriveva già del ciclo arturiano, probabilmente ispirandosi a Nennio ed alle sue cronache o annali&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;le gesta di Re Artù e dei suoi cavalieri sono riportate anche nell’architrave del Duomo di Modena (Porta della Pescheria &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn3_9929" name="_ftnref3_9929"&gt;[3]&lt;/a&gt;) e sono state scolpite sull’architrave tra il 1110 ed il 1120, quindi molto prima ancora della nascita di Chretien. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Così, che Re Artù sia un personaggio storico o meno, Chretien non fu il primo a parlarne e a citarlo come il sovrano ideale e probabilmente si ispirò agli autori precedenti che per primi ne avevano parlato. Inventore, invece, Chretien lo fu del Santo Graal, del quale ci parla insieme alla Lancia di Longino &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftn4_9929" name="_ftnref4_9929"&gt;[4]&lt;/a&gt;, due sacre reliquie a cui non viene dato solo un significato mistico oggi, ma anche di potere. Sicuramente la Lancia sarebbe credibile come reliquia, indipendentemente dai suoi presunti, fantasiosi e perché no, chi lo sa, reali poteri miracolosi e non solo; ma la coppa ha troppe somiglianze con altri elementi di altre mitologie, specie quelle nordiche e celtiche e troppo spesso viene paragonato al grembo femminile, per cui è più un’allegoria, il Graal, un simbolo di vita, morte e rinascita, che non una reliquia in forma di coppa. Non ci sono prove sull’esistenza di questo Graal, troppi ne hanno parlato e in modi troppo diversi da non poter azzardare l’idea che si tratti più di qualcosa di fantastico che qualcosa di reale. Certamente, Chretien quando si inventò questa reliquia non immaginò che nei secoli successivi ci sarebbe stato chi, come ad esempio Adolf Hitler e non solo, anche tutti i maestrini dell’occulto e roba simile, avrebbe fatto del Graal non solo un’ossessione, ma una vera e propria fonte di follia e anche di morte. Difficile credere che ci sia stato chi è andato veramente fuori di testa per questa fantomatica reliquia che compare e scompare a proprio piacimento e solo ad alcuni eletti. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-WUol8S3rJ9s/Tni2mniT-BI/AAAAAAAAK1w/LGT9-NsBcs0/image%25255B7%25255D.png?imgmax=800" width="800" height="376" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 1 – Porta della Pescheria, Duomo di Modena (XII secolo), le gesta di &lt;i&gt;Rex Arturus&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Graal, nel Medioevo, era visto per quello che era: una favola, cosa che ancora oggi dovrebbe essere e che a dire il vero, avrebbe dovuto essere sempre. Il Graal, secondo l’opinione comune di tutti i romanzi che ne parlano, è un calice, il calice che avrebbe usato Cristo durante l’Ultima Cena e che serviva a Re Artù per recuperare il suo regno, caduto sotto le orde dei barbari invasori e diviso dalla zizzania seminata dal figlio-nipote Mordred. Il Graal è un premio per i cavalieri, il personaggio centrale della storia del Graal non è Artù, ma Percival o Parsifal, che dir si voglia, un cavaliere di origini poco chiare e un po’ tonto. Non è più Lancillotto, il protagonista che rappresenta il vero cavaliere perfetto, ma è un uomo semplice che crede: in chi o in cosa non si sa di preciso, ma in qualcosa crede e la sua vicenda (scritta e riscritta, trasformata da tante mani) né è la prova più evidente. Il Graal è anche legato ad altri personaggi che non hanno necessariamente con Artù un legame diverso da quello tra signore e vassallo, infatti, il Graal è legato principalmente a Percival e al Re Pescatore, alla madre di Percival ed un eremita; a parte la madre, il legame di parentela tra Percival, il Re Pescatore e l’eremita è incerto. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-3sM23Rhuow4/Tni2nX9YlSI/AAAAAAAAK10/i_BhQsiYawk/image%25255B6%25255D.png?imgmax=800" width="716" height="245" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 2 – Incerta genealogia del Graal da Giuseppe di Arimatea fino a Percival&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nell’opera di Chretien, Percival non è il solo protagonista, oltre a lui c’è il cugino di Artù, Galvano o Gawain che invece è alle prese con la ricerca della Lancia del Destino. Gawain sarà il protagonista, insieme a Percival e anche a Lancillotto, nelle continuazioni dell’opera di Chretien, ma non solo, Gawain viene citato anche in un testo di Renaut de Beaujeu non come protagonista ma come padre del protagonista noto anche come &lt;i&gt;Bel Cavaliere sconosciuto&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Siccome quest’opera incompiuta, le sue continuazioni e i testi ad essa ispirati sul Graal richiedono pagine e pagine di argomentazioni, chiudiamo per ora, temporaneamente, questo argomento del Graal, che sarà discusso in un altro articolo.&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Yvain, il cavaliere del leone&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;Si tratta di un’altra opera di Chretien, contemporanea a quella di Lancillotto. Scritto forse negli anni settanta del XII secolo, contemporaneamente a Lancillotto, il cavaliere della carretta. Il protagonista, Yvain, deriva dal personaggio storico di Owain mab Urien.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel poema, Yvain cerca di vendicare il cugino Calogrenant sconfitto da un cavaliere ultraterreno nella foresta di Brocelianda. Yvain sconfigge questo cavaliere, Esclados e si innamora della sua vedova, Laudine. Con l'aiuto della serva di Laudine, Lunete, Yvain riesce a sposarla, ma Gawain lo convince a imbarcarsi in un'avventura cavalleresca. La moglie acconsente, a patto che lui ritorni dopo un anno, promessa che però Yvain non mantiene e lei lo respinge. Yvain si infuria ma alla fine decide di riconquistare l'amore della donna. Egli salva un leone da un serpente, dando così prova di virtù cavalleresche e di lealtà. Alla fine Laudine permette a lui e al leone di tornare nella fortezza.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La fonte di Chrétien per il poema è ignota, ma la storia ha molti punti di contatto con l'opera agiografica sulla Via di san Mungo (anche conosciuto come san Kentigern), secondo cui il santo sarebbe stato figlio di Owain mab Urien e della figlia di re Lot del Lothian o delle Orcadi (Scozia). Le somiglianze suggeriscono che le due opere hanno una comune fonte latina o celtica. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Fonti bibliografiche&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Chierico&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chierico"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Chierico&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Chretien de Troyes&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chr%C3%A9tien_de_Troyes"&gt;http://en.wikipedia.org/wiki/Chr%C3%A9tien_de_Troyes&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Chrètien de Troyes&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chr%C3%A9tien_de_Troyes"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Chr%C3%A9tien_de_Troyes&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Duomo di Modena&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Modena"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Modena&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Erec ed Enide&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Erec_e_Enide"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Erec_e_Enide&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Godefroi de Leigni&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Godefroi_de_Leigni"&gt;http://en.wikipedia.org/wiki/Godefroi_de_Leigni&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Historia Brittonum&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Historia_Brittonum"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Historia_Brittonum&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Nennio&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nennio"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Nennio&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Yvain il cavaliere del leone&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Yvain_il_cavaliere_del_leone"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Yvain_il_cavaliere_del_leone&lt;/a&gt;&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;h2&gt;Note&lt;/h2&gt;  &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref1_9929" name="_ftn1_9929"&gt;[1]&lt;/a&gt; Per estensione, con il termine &amp;quot;chierico&amp;quot; a partire dal Medioevo ci si riferiva anche a persone dedite ad attività intellettuali e culturali. Per tutto il Medioevo e anche oltre, infatti, gli intellettuali si formavano all'interno della Chiesa: per potersi dedicare interamente alla loro vocazione intellettuale senza dover continuamente cercare un sostegno economico, si facevano istituire in uno degli ordini minori. Francesco Petrarca, per esempio, era un chierico. Questo è il motivo storico per cui in alcune lingue il termine corrispondente all'italiano chierico (come l'inglese clerk) oggi significhi semplicemente &amp;quot;impiegato&amp;quot;.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref2_9929" name="_ftn2_9929"&gt;[2]&lt;/a&gt; Fu un contemporaneo ed un successore di Chretien de Troyes nell’opera &lt;i&gt;Lancelot ou le chevalier de la charrette. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref3_9929" name="_ftn3_9929"&gt;[3]&lt;/a&gt; La Porta della pescheria (cosiddetta perché nelle sue vicinanze già si trovava un banco per il commercio del pesce) era destinata all'entrata del popolo e venne scolpita tra il 1110 e il 1120 circa, con tralci con mostri e figure zoomorfe, la serie delle Allegorie dei mesi (sugli stipiti), le Storie di re Artù (sull'archivolto) e alcune scene riprese da favole con animali dai bestiari. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/CHRETIEN DE TROYES - VITA E OPERE/#_ftnref4_9929" name="_ftn4_9929"&gt;[4]&lt;/a&gt; Nota anche come Lancia del Destino, sarebbe la lancia con cui Gesù fu colpito e trafitto al costato, da un soldato romano (Longino) che ne volle accertare la morte. La morte di Gesù come è raccontata nei Vangeli era una morte lenta e agonizzante e la più tremenda tra le esecuzioni capitali previste dalle leggi romane. Secondo i Vangeli, subito dopo la morte di Gesù si manifestarono una serie di eventi catastrofici, tra cui il terremoto e si seminò il panico tra la gente. Per accertarsi la morte dei condannati i romani usavano spezzare le gambe ai crocifissi e in tal modo essi morivano per asfissia, poiché tutto il peso del corpo gravava sulla cassa toracica e impediva di respirare. Siccome Gesù era già spirato, non gli spezzarono le gambe ma lo trafissero con una lancia. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;“ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.” (Giovanni 19,34)&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-5113551841818328754?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/5113551841818328754/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=5113551841818328754' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/5113551841818328754'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/5113551841818328754'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/09/chretien-de-troyes-e-il-santo-graal.html' title='Chrétien de Troyes e il Santo Graal'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh6.ggpht.com/-WUol8S3rJ9s/Tni2mniT-BI/AAAAAAAAK1w/LGT9-NsBcs0/s72-c/image%25255B7%25255D.png?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-509994588101844749</id><published>2011-09-07T17:57:00.000+02:00</published><updated>2011-09-07T17:58:26.180+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Maria di Francia'/><title type='text'>Il lupo tradito (Biclavret)</title><content type='html'>&lt;h2&gt;Introduzione ai lupi mannari&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Bisogna ammettere che fra tanti argomenti fantastici, quello del lupo mannaro è quello scelto da Maria di Francia per raccontare la sua versione del fenomeno sovrannaturale. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-MmQksQ2rfMA/TmeUbjaCtyI/AAAAAAAAKdw/Wu6s_JgnZRI/image%25255B7%25255D.png?imgmax=800" width="500" height="646" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 1 - Lupo mannaro di Lucas Cranach il vecchio, 1512 circa, incisione, Gotha, Herzogliches Museum.&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il licantropo (dal greco λύκος lýkos, &amp;quot;lupo&amp;quot; e ἄνθρωπος ànthropos, &amp;quot;uomo&amp;quot;), detto anche uomo-lupo o lupo mannaro (dal latino volgare &lt;i&gt;lupus hominarius&lt;/i&gt;, cioè &amp;quot;lupo umano&amp;quot; o &amp;quot;lupo mangiatore di uomini&amp;quot; oppure dal latino &lt;i&gt;lupī hominēs&lt;/i&gt;, sviluppatosi in area meridionale come calco del greco λυκάνθρωποι lykanthrōpoi. Secondo la leggenda, il licantropo è un uomo o una donna condannati da una maledizione a trasformarsi in una bestia feroce ad ogni plenilunio: la forma di cui si racconta più spesso è quella del lupo, ma in determinate culture prevalgono l'orso o il gatto selvatico. Nella narrativa e nella cinematografia dell'orrore sono stati aggiunti altri elementi che invece mancavano nella tradizione popolare, quali il fatto che lo si possa uccidere solo con un'arma d'argento, oppure che il licantropo trasmetta la propria condizione ad un altro essere umano dopo averlo morso. Alcuni credevano che uccidendo il lupo prima della prima trasformazione, la maledizione venisse infranta. È importante notare inoltre che &lt;i&gt;lupo mannaro&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;licantropo&lt;/i&gt; non sempre sono sinonimi: infatti nelle leggende popolari il lupo mannaro è talvolta semplicemente un grosso lupo con abitudini antropofaghe, a cui può essere associata o no una natura mostruosa. Inoltre, nel caso del lupo mannaro come &lt;i&gt;mutaforma&lt;/i&gt;, si può distinguere tra il lupo mannaro, che si trasforma contro la propria volontà, e il licantropo, che si può trasformare ogni volta che lo desidera e senza perdere la ragione (la componente umana). &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-TdNgyIfCIis/TmeUcg9yNzI/AAAAAAAAKd0/kYL2YvGPpSs/image%25255B11%25255D.png?imgmax=800" width="800" height="416" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 2 – Schema semplificativo delle classificazioni della licantropia&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il lupo è stato un animale soggetto ad un radicale processo di demonizzazione e successiva rivalutazione, dimostrando la sua intima connessione all'immaginario umano. Il lupo è un simbolo ambivalente: amato per gli stessi pregi che hanno fatto dei suoi discendenti l'animale domestico per eccellenza, invocato nei riti sciamanici come guida sul terreno di caccia, ammirato per la forza e l'astuzia, addomesticato per diventare un alleato, ma poi cacciato per impedirgli di predare le greggi e infine addirittura demonizzato durante il Medioevo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 5px 10px 5px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" align="left" src="http://lh6.ggpht.com/-PraN9ES9UNs/TmeUeiqgWFI/AAAAAAAAKd4/NjsA5CSt8Iw/image%25255B15%25255D.png?imgmax=800" width="300" height="397" /&gt;Il modo di considerare il lupo muta, in maniera piuttosto brusca e radicale, col passaggio dell'uomo dal nomadismo, basato sulla caccia, alla cultura stanziale ed agricola. Il cacciatore ha bisogno della forza dell'animale totemico e del predatore, che lo può portare a scovare e ad uccidere la preda, e il lupo è il predatore per eccellenza. Per i cacciatori nomadi delle steppe dell'Asia centrale era rappresentativo della tribù e suo protettore. L'agricoltore, invece, ha un rapporto radicalmente diverso con esso: il lupo diviene minaccia per le greggi ma, contemporaneamente, i suoi cuccioli, debitamente addestrati, possono divenire preziosi alleati contro i loro stessi simili.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il mito di un essere umano che si trasforma in lupo o viceversa è antico e presente in molte culture. I miti che riguardano la figura del lupo hanno origine, con buona probabilità, nella prima età del bronzo, quando le migrazioni delle tribù nomadi indoarie le portarono in contatto con le popolazioni stanziali europee. Il substrato di religioni e miti &amp;quot;lunari&amp;quot; e femminili degli antichi europei si innestò nel complesso delle religioni &amp;quot;solari&amp;quot; e maschili dei nuovi arrivati, dando vita ai miti delle origini, in cui spesso il lupo è protagonista. La sovrapposizione tra i culti solari della caccia e quelli lunari della fertilità si riscontra nei miti che vedono il lupo come animale propiziatore della fecondazione. In Anatolia, fino ad epoca contemporanea, le donne sterili invocavano il lupo per avere figli. In Kamčatka, i contadini, nelle feste di ottobre, realizzavano con il fieno il simulacro di un lupo a cui recavano voti, perché le ragazze in età da marito si sposassero entro l'anno. Questo intimo legame, nel bene e nel male, tra l'uomo e i canidi ha fatto sì che tra tutti i mannari proprio quelli di stirpe lupina siano tra le specie con le origini documentabili più antiche.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le leggende riguardo agli uomini-lupo si moltiplicano in tutta Europa dall'Alto Medioevo in poi. Il &lt;i&gt;corpus&lt;/i&gt; mitologico che ne scaturisce si manterrà sostanzialmente in costante espansione fino al XVIII secolo, con punte di massima crescita tra il XIV e il XVII secolo, in coincidenza con il culmine della caccia alle streghe dell'Inquisizione. Dal Settecento in poi si tenderà a sconfessare apertamente la possibilità che un essere umano si muti fisicamente in un lupo, e la licantropia rimarrà contemplata solamente dalla psichiatria come affezione patologica che porta il malato già &amp;quot;lunatico&amp;quot; a credersi bestia a tutti gli effetti. Nel folclore locale manterrà, invece, solide radici.&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;Lupi mannari nelle piramidi…&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;Nell'antico Egitto, le prime raffigurazioni di un incrocio tra un canide e un uomo riguardano lo sciacallo. Anubi, infatti, compare tra le principali divinità venerate dagli antichi egizi, sia nell'Alto che nel Basso Egitto, fin dalle prime dinastie. Il dio viene propriamente raffigurato come uno sciacallo, il più delle volte accucciato ma, quando deve presiedere ai riti del trapasso, assume la forma di un uomo con la testa di sciacallo. Le sue raffigurazioni, sebbene compaiano già all'inizio della storia egizia, si fanno più frequenti a partire dal Medio Regno (2134 a.C.–1991 a.C.), quando si diffondono maggiormente le tombe ipogee riccamente decorate. Anubi è il protettore degli imbalsamatori; presiede al processo di conservazione del defunto e guida il suo akh (l'equivalente dell'anima cristiana) nel regno delle ombre. Lo conduce fino a Osiride, a cui era deputato il giudizio dell'anima. Anubi, inoltre, presiede insieme ad Horus alla pesatura del cuore del defunto, il risultato del quale è uno degli elementi per il giudizio stesso. In questo caso non si può parlare di mannarismo vero e proprio perché manca l'aspetto della trasformazione, volontaria o involontaria; semplicemente, le due forme del dio convivono nell'immaginario egizio. La convivenza contemporanea di due o più forme per le divinità è caratteristica della religione egiziana e probabile traccia di un tentativo di unificazione di vari pantheon separati, nati indipendentemente lungo il corso del Nilo.&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;… Nell'Antica Grecia…&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;Nell'Antica Grecia compaiono altre raffigurazioni, rispettivamente, Zeus, Febo e Licaone. Zeus è un appassionato mutaforma e più volte si serve della sua facoltà per sedurre donne mortali eludendo la sorveglianza di Hera. Nel suo repertorio di trasformazioni (che, in effetti, si può ritenere illimitato, essendo egli un dio), vi è anche quella in lupo. Proprio in questa forma, e col nome di Liceo era adorato in Argo. In questa città, e sotto forma di lupo, Zeus era comparso per appoggiare il malcontento popolare nei confronti del re Gelanore e appoggiare l'eroe Danao, che al re fu sostituito. Febo, insieme a sua sorella Artemide, viene partorito da Latona, trasformata in lupa. Inoltre, tra le facoltà attribuite al dio Febo-Apollo vi è quella di mutare forma; una delle sue trasformazioni è appunto in lupo. A Febo Lykos viene anche dedicato un boschetto nei pressi del suo tempio ad Atene, nel quale soleva tener lezione ai suoi discepoli Aristotele (il Liceo di Aristotele, da cui prende il nome l'ordine scolastico, detto, appunto, liceo). Il lupo diviene quindi animale della sapienza. L'interpretazione non è comunque univoca; secondo altre fonti[6] il nome deriverebbe da (Apóllōn) lýkeios, quindi &amp;quot;uccisore del lupo&amp;quot;.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il mito di Licaone documenta, nelle sue varie versioni, il passaggio del lupo da creatura degna di venerazione a essere da temere. Nella versione originaria, Licaone, re dei Pelasgi, fonda sul monte Liceo la città di Licosura, la prima città di questo popolo. Nelle versioni successive Licaone diviene un feroce re dell'Arcadia. Un giorno dette ospitalità a un mendicante ma, per burlarsi di lui, lo sfamò con le carni d'uno schiavo ucciso (secondo altre versioni, la portata principale era uno dei suoi stessi figli). Il mendicante, che era in realtà Zeus travestito, si indignò per il gesto sacrilego, e dopo aver fulminato i suoi numerosi figli lo trasformò in lupo, costringendolo a vagare per i boschi in forma di bestia. L'economia nella zona dell'Arcadia in cui ha origine la seconda versione del mito è molto più legata all'allevamento di quanto non fossero Atene o Argo. Si riflette quindi, in questa visione del predatore, l'atteggiamento di diffidenza che poteva assumere una società pastorale; il lupo viene visto, qui, come negativo, essere trasformati in esso è una punizione, non più una qualità divina. Il &amp;quot;lupo cattivo&amp;quot; stesso, nemesi dell'eroe in duemila anni di favole, ha i suoi natali nella Grecia antica. La lupa Mormolice, demone femminile, diviene lo spauracchio dei bambini cattivi, che, secondo le madri greche, fa diventare zoppi.&lt;/p&gt;  &lt;h3&gt;…presso Roma…&lt;/h3&gt;  &lt;p&gt;La figura del lupo, in qualche modo antropomorfa, fa la sua comparsa indipendente anche in altre zone europee. Presso le tribù galliche è un carnivoro necrofago, e viene raffigurato seduto come un uomo nell'atto di divorare un morto. Presso gli etruschi è Ajta a incarnare in qualche modo le sembianze del mannaro; il dio etrusco degli inferi ama portare un elmo di pelle di lupo, che lo rende invisibile. È difficile stabilire quando si abbiano le prime leggende che parlino esplicitamente di licantropi. Di certo, la figura del lupo mannaro compare, ancora in epoca classica, nel I secolo nella narrativa della Roma antica. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nella cultura romana, il lupo non è visto solo con sospetto, ma anche con ammirazione. È un simbolo di forza, e la sua pelle viene indossata da importanti figure all'interno dell'esercito. I &lt;i&gt;vexillifer&lt;/i&gt;, sottufficiali incaricati di portare le insegne di ogni legione, indossavano infatti una pelle di lupo che copriva l'elmo e parte della corazza. Il licantropo veniva chiamato &lt;i&gt;versipellis&lt;/i&gt;, in quanto si riteneva che la pelliccia del lupo rimanesse nascosta all'interno del corpo di un uomo, che poi si &amp;quot;rivoltava&amp;quot; assumendo le fattezze bestiali.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il rapporto tra il lupo e i Romani antichi è positivo, come testimoniato anche da altre tradizioni: a parte la lupa nutrice di Romolo e Remo, il 15 febbraio si svolgeva la cerimonia dei Lupercali, in onore del dio &lt;i&gt;Luperco&lt;/i&gt; (identificato dai Greci con il loro Pan), nel corso della quale il sacerdote, vestito da lupo, passava un coltello bagnato di sangue sulla fronte di due adolescenti (questo aspetto della cerimonia era probabilmente derivato da un originario sacrificio umano). Luperco era il protettore delle greggi e il rito era stato ereditato dai Sabini. Essi identificavano se stessi nel lupo, animale da cui pensavano avessero origine le loro caratteristiche originarie di guerrieri e cacciatori. Il termine &amp;quot;lupo mannaro&amp;quot; ha origine dal basso latino &lt;i&gt;lupus hominarius&lt;/i&gt;, il cui significato etimologico è &amp;quot;lupo che si comporta come un uomo&amp;quot;.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I Romani colti sembrano piuttosto consapevoli che la licantropia è concepita soprattutto come affezione psichiatrica piuttosto che come reale condizione fisica, e in ambito ellenico lo stesso Claudio Galeno nella sua &lt;i&gt;Ars medica&lt;/i&gt; dà una descrizione più realistica di questa malattia, prescrivendo anche dei rimedi:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;« Coloro i quali vengono colti dal morbo, chiamato lupino o canino, escono di notte nel mese di febbraio, imitano in tutto i lupi o i cani, e fino al sorgere del giorno di preferenza scoprono le tombe. Tuttavia si possono riconoscere le persone affette da tale malattia da questi sintomi. Sono pallidi e malaticci d'aspetto, e hanno gli occhi secchi e non lacrimano. Si può notare che hanno anche gli occhi incavati e la lingua arida, e non emettono saliva per nulla. Sono anche assetati e hanno le tibie piagate in modo inguaribile a causa delle continue cadute e dei morsi dei cani; e tali sono i sintomi. È opportuno invero sapere che questo morbo è della specie della melanconia: che si potrà curare, se si inciderà la vena nel periodo dell'accesso e si farà evacuare il sangue fino alla perdita dei sensi, e si nutrirà l'infermo con cibi molto succosi. Ci si può avvalere d'altra parte di bagni d'acqua dolce: quindi il siero di latte per un periodo di tre giorni, parimenti si purgherà con la colloquinta di Rufo o di Archigene o di Giusto, presa ripetutamente ad intervalli. Dopo le purgazioni si può anche usare la teriarca estratta dalle vipere e le altre da applicare nella melanconia già in precedenza ricordate »&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Il lupo mannaro nel Medioevo&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Nel latino medievale, infine, &lt;i&gt;wargus&lt;/i&gt; designa il lupo (normale, in questo caso) ma deriva da una parola germanica che indica l'uomo che viene punito per un crimine. Nella società germanica questi veniva allontanato dalla civiltà e dalla protezione che essa offre, divenendo simile all'essere selvatico per eccellenza. &amp;quot;Criminale&amp;quot; è detto dunque &lt;i&gt;wearg&lt;/i&gt; in Antico Inglese, &lt;i&gt;warag&lt;/i&gt; in Antico Sassone, &lt;i&gt;warc&lt;/i&gt;(h), in Antico Alto Tedesco, &lt;i&gt;vargr&lt;/i&gt; in Norreno e &lt;i&gt;wargus&lt;/i&gt; in Latino medievale (come prestito dal Germanico).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nelle tradizioni del Nord Europa compaiono figure di guerrieri consacrati a Odino, i berserker, che nella furia della battaglia si diceva si trasformassero in orsi o lupi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Fenrir è il prototipo del lupo mannaro scandinavo. È uno dei tre mostruosi figli di Loki, il dio vichingo degli inganni. Fenrir non è un lupo mannaro vero e proprio, perché non può trasformarsi e si presenta sempre in forma di lupo; tuttavia, è grosso al punto di essere deforme, ferocissimo, scaltro e dotato di parola come un uomo, tutte caratteristiche che lo avvicinano fortemente alla stirpe dei mannari. Gli dei vichinghi, man mano che cresce, iniziano a temerlo. Cercano di imprigionarlo, ma la belva è troppo forte e riesce a liberarsi. Per bloccarlo definitivamente devono ricorrere all'inganno e alla magia (altra analogia con molti miti riguardanti licantropi): lo legano con un laccio fabbricato dai nani intrecciando barba di donna, rumore di passi di gatto, radici di un monte, respiro di pesce, tendini d'orso e sputo d'uccello.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ha forma di lupo anche l'innaturale progenie di una vecchia gigantessa. Due dei suoi figli lupi, Skoll e Hati, inseguono dall'alba dei tempi il sole e la luna (ed è per questo motivo, secondo il mito, che i due astri si muovono) e finiranno per divorarli nell'ultimo giorno del mondo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I lupi mannari propriamente detti compaiono anche nell'epica vichinga, in particolare nella saga dei Volsunghi, in almeno due occasioni. Nel canto quinto, a trasformarsi in lupo è la madre di re Sigger, facendo uso delle sue arti magiche. La regina-lupa si diverte, nella leggenda, a infierire sui figli di Volsung, che erano stati fatti prigionieri in battaglia da suo figlio; dei dieci uomini, nove vengono uccisi. Sopravvive Sigmund, aiutato dalla gemella Signi, che è anche moglie di re Sigger. Questa gli unge il volto di miele e la notte il lupo mannaro si ingolosisce, sentendo l'odore, ma gli lecca il volto anziché sbranarlo. Prontamente Sigmund gli afferra la lingua con i denti e la belva se la strappa per liberarsi. Nel tentativo, si procura una ferita che la uccide e, contemporaneamente, spezza i ceppi di Sigmund, liberandolo. Il tema del lupo mannaro ricompare nel canto ottavo; qui Sigmund e il nipote Sinfjotli giungono, attraverso una foresta, a una casa dove dormono due uomini di nobile stirpe. Sopra di loro sono appese delle pelli di lupo, due principi stregati da un incantesimo: devono sempre mostrarsi in forma di lupo, e solo una volta ogni cinque giorni possono riprendere sembianze umane. Sigmund e il nipote, incuriositi dalle pelli, le rubano, facendo ricadere su di loro la maledizione. Assumono sia le sembianze che la natura di lupi, e iniziano a aggredire uomini. In particolare, Sinfjotli si dimostra aggressivo e furbo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« [...] quando nel più folto della foresta si imbatté a sua volta in un gruppo di undici uomini. Invece di chiamare lo zio [si erano accordati di non aggredire più di sette uomini contemporaneamente senza chiedere l'aiuto dell'altro], aspettò il momento più opportuno per coglierli di sorpresa, poi li assalì tutti insieme e li sbranò. Lo zio lo sorprende stanco a sonnecchiare presso i corpi degli uomini uccisi e si adira &amp;quot;Non rispetti i nostri accordi, Sinfjotli&amp;quot;. »&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Sigmund e Sinfjotli riescono poi a liberarsi dalla maledizione del lupo mannaro dando fuoco alle pelli. Il mito del licantropo si ritrova nel nord Europa anche in altre zone, oltre alla Scandinavia. Compaiono nella tradizione dei popoli germanici e delle isole britanniche a fianco, di volta in volta, dell'orso mannaro o del gatto selvatico. La diffusione di queste credenze è testimoniata da Olaus Magnus nella sua &lt;i&gt;Historia de gentibus septentrionalis&lt;/i&gt;. Magnus racconta come, nella notte di Natale, si radunino in un certo luogo molti uomini-lupo:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« [...] li quali la notte medesima, con meravigliosa ferocità incrudeliscono, e contro la generazione umana, e contro gl'altri animali, che non son di feroce natura, che gl'abitatori di quelle regioni patiscono molto di più danno da costoro, che da quei che naturali Lupi sono, non fanno. Perciochè, come s'è trovato impugnato con meravigliosa ferocità a le case de gl'uomini, che stanno nelle selve, e sforzarsi di romperle le porte, per poter consumare gl'uomini e le bestie che vi son dentro »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(traduzione dal latino di Remigio Fiorentino, Venezia, 1561)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Il carattere di questi licantropi si differenzia quindi notevolmente dai lupi genuini, che ne escono quasi riabilitati. I mostri descritti da Magnus hanno anche spiccata tendenza all'alcolismo; dopo essere entrati nelle cantine:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« quivi si bevono molte botti [di birra] e di quella e d'altre bevande, e poi lasciano le botti vote, l'una sopra l'altra, in mezzo alla cantina. E in questa parte sono disformi dai naturali, e veri Lupi »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ulfhendhnir è il nome dato in molte regioni settentrionali a questi esseri, e il suo significato è &amp;quot;dalla casacca di lupo&amp;quot;.&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Dal Basso Medioevo in avanti, il rogo è una soluzione usata a profusione per sbarazzarsi dei sempre più numerosi mutaforme, che paiono moltiplicarsi, specialmente in Francia e Germania. Il fenomeno arriva a toccare dimensioni gigantesche negli anni successivi alla controriforma, sia nei Paesi cattolici che protestanti. Redigere una contabilità precisa di quanti siano finiti al rogo con l'accusa di &lt;i&gt;mannarismo&lt;/i&gt;, da sola o in congiunzione con quella di stregoneria, è molto difficile. Le fonti più prudenti parlano di circa ventimila processi e condanne di licantropi tra il 1300 e il 1600, ma alcuni si sbilanciano fino a suggerire un numero prossimo alle centomila vittime. La storia più famosa è quella di un certo Peter Stubbe, che forse era effettivamente un serial killer. Per secoli si è comunque in presenza di una sorta di isteria collettiva, che è ben testimoniata dagli studi di Jacques Collin de Plancy. De Plancy, studioso francese dell'Ottocento che si dedicò animatamente a studi di spirito volterriano per spazzare la superstizione residua nella gente, raccoglie molte testimonianze dei secoli precedenti nel suo &lt;i&gt;Dictionnaire Infernal&lt;/i&gt;, dando un quadro abbastanza preciso di quella che era la situazione in Europa nei secoli citati:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« L'imperatore Sigismondo fece discutere in sua presenza, da un conclave di sapienti, la questione dei lupi mannari, e fu unanimemente stabilito che la mostruosa metamorfosi era un fatto accertato e costante. Un malfattore che volesse compiere qualche soperchieria, non aveva che da spacciarsi per Lupo Mannaro per terrorizzare e mettere in fuga chiunque. A tale scopo non aveva bisogno di trasformarsi davanti a tutti in lupo: bastava la fama. Molti delinquenti vennero arrestati come lupi mannari, pur rimanendo sempre con sembianze umane. Pencer, nella seconda metà del Cinquecento, riferisce che in Livonia, sul finire del mese di dicembre, ogni anno si trova qualche sinistro personaggio che intima agli stregoni di trovarsi in un certo luogo: e, se loro si rifiutano, il Diavolo stesso ve li conduce, distribuendo nerbate così bene assestate da lasciare immancabilmente il segno. Il loro capo va avanti per primo, e migliaia di Stregoni vanno dietro di lui; infine attraversano un fiume, varcato il quale si cambiano in lupi e si gettano su uomini e greggi, menando strage »&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Plancy riferisce anche un episodio italiano, la cui fonte prima dice essere un certo Fincel:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« Un giorno venne preso al laccio un lupo mannaro che correva per le vie di Padova; gli si tagliarono le zampe, e il mostro riprese tosto forma d'uomo, ma con piedi e mani mozzati »&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Questa sorta di isteria collettiva porta a episodi terribili e grotteschi insieme. A tal medico Pomponace, sempre secondo Plancy, venne portato un contadino affetto da licantropia; questi gridava ai suoi vicini di fuggire se non volevano essere divorati. Siccome lo sventurato non aveva affatto la forma di lupo, i villici avevano cominciato a scorticarlo per vedere se per caso non avesse il pelo sotto la pelle. Non avendone trovato traccia, lo avevano portato dal medico. Pomponace, con maggior buon senso, stabilì che si trattava di un ipocondriaco. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Maria di Francia inizia così il lais, dando la sua definizione di lupo mannaro:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Un tempo si sentiva dire e spesso accadeva&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che parecchi uomini diventavano lupi mannari&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e avevano dimora nei boschi.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il lupo mannaro è una bestia selvaggia;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;quando è in preda a quel furore,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;divora gli uomini, commette grandi mali,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;si aggira e vaga nelle grandi foreste.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Bisclavret&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 5-12)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Da quanto detto nella parte introduttiva sui licantropi possiamo affermare che nel Medioevo ne sapevano qualcosa e Maria di Francia deve aver usato questo mito per creare il suo lais. Maria di Francia non la definisce come una maledizione, piuttosto come una malattia, stessa identica definizione che davano i Romani e Galeno. Trattandosi, nel nostro caso di medioevo cristiano, non è difficile ipotizzare che tali uomini-lupi fossero considerati alla stregua di indemoniati, cioè persone maledette e possedute dal demonio stesso o da demoni. La storia comincia con la presentazione del regno di Bretagna (molti lais sono ivi ambientati) e di un buon cavaliere che si chiama Bisclavret, che ha una moglie ed è tanto amato dal suo re. In questo meraviglioso idillio qualcosa non va: Bisclavret durante la settimana scompare senza lasciar traccia e tutti si chiedono dove sia, cosa faccia e la moglie teme che lui la tradisca, si insospettisce e a furia di moine lo convince a dirgli dove va:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Una volta era tornato a casa, lieto e contento;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;allora lo ha interrogato e gli ha chiesto: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Signore, dice, bello e dolce amico&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;vi domanderei una cosa &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;molto volentieri, se ne avessi l'ardire, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma temo il vostro corruccio più di tutto ».&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Quando egli l'udì, l'abbracciò, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e, traendola a sé, la baciò. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Signora, dice, chiedete pure! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Qualsiasi cosa domanderete, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se sono in grado di rispondervi, ve la dirò.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;- In fede mia, fa lei, mi sento sollevata! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Signore, sono così angustiata&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;i giorni in cui vi allontanate da me, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;provo in cuor mio un gran dolore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e ho una tal paura di perdervi&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che, se non vengo subito rassicurata,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ne potrei presto morire. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ditemi, vi prego, dove andate, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;dove vivete, dove abitate! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Credo che voi abbiate un'altra donna, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e, se così è, siete sulla cattiva strada.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;- Signora, fa lui, per la grazia di Dio! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Me ne verrà gran danno se ve lo dico,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;perché vi distaccherò dal mio amore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e perderò me stesso. »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Quando la signora udì queste parole,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non pensò che si trattasse di uno scherzo:&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;molte volte lo interrogò,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;tanto lo blandì e lo lusingò,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che lui le raccontò il suo caso; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non le tenne nascosto niente.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;«Signora» io divento un lupo mannaro. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Mi inoltro in quella grande foresta,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;nel folto della macchia, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e vivo di preda e di rapina. » &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Quando le ha raccontato tutto, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;lei gli ha chiesto allora con insistenza&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se si spogliava o andava vestito.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Signora, egli risponde, vado tutto nudo.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;- Ditemi, in nome di Dio, dove lasciate i vestiti?&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;- Signora, questo non ve lo dirò, perché se li perdessi&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e fossi sorpreso così, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;rimarrei per sempre un lupo. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non avrei scampo &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;finché non mi fossero resi. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Perciò non voglio che si sappia.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Bisclavret&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 30-78)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;La donna lo tormenta fino a farsi confessare laddove egli nasconda i vestiti e lui glielo dice, senza nasconderle nulla, ma mai avrebbe pensato a quanto sarebbe successo dopo.&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;La moglie ascoltò quella storia sorprendente, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e diventò tutta rossa di paura.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Quel racconto l'aveva sconvolta.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Pensò ai vari modi di andarsene:&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non voleva più giacere al suo fianco.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;C’era nella contrada un cavaliere &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che da molto tempo l'amava &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e l'aveva molto pregata e richiesta e corteggiata,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma lei non l'aveva mai corrisposto&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;né gli aveva dato prova d'amarlo.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Mandò un messaggero a chiamarlo,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e gli aprì il suo cuore: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Amico mio, dice, siate lieto! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Quello per cui vi siete tormentato&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;io vi accordo ora senza tardare; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non troverete nessun ostacolo.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Vi concedo il mio amore e la mia persona: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;fate di me la vostra amica! »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Lui la ringrazia di cuore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e riceve la sua promessa,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e lei lo fa giurare.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Poi gli raccontò come&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;suo marito scompariva e si trasformava.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Del cammino che faceva&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;nella foresta lo informò; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e lo convinse a prendere i suoi vestiti.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Così fu tradito Bisclavret&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e portato alla rovina dalla moglie.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Bisclavret&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 98-126)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Bisclavret scompare, tradito, umiliato dalla moglie e dall’amante e non si seppe più nulla di lui e dopo interminabili ricerche, le indagini furono abbandonate. La donna, disgraziata, non si guardò dall’andare a sposare il suo spasimante, di cui divenne la moglie, nella speranza e nella certezza che Bisclavret non sarebbe tornato mai più. Qui la storia si interrompe e riprende molto tempo, quando il re va a caccia nel bosco e i suoi cani si accorgono del lupo, lo inseguono e stanno per saltargli addosso quando sopraggiunge il re e il lupo si mette a chiedere grazia:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Ma appena scorse il re, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;corse verso di lui a chiedere grazia.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Lo prese per la staffa,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;gli leccò la gamba e il piede.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il re lo vide e rimase sbigottito; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;chiamò tutti i compagni: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Signori, egli dice, venite avanti! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Guardate questo prodigio,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;come si umilia questa bestia!&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ha intelligenza umana, chiede pietà.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Cacciatemi indietro tutti questi cani, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e badate bene che nessuno la colpisca &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Questa bestia ha senno e intelligenza. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Sbrigatevi! Andiamocene! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La bestia la risparmierò&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;perché per oggi smetterò di cacciare ».&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Bisclavret&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 145-160)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Il lupo lo segue e diventa una specie di lupo domestico, amato da tutti e rispettato. Viene il giorno in cui si indice un banchetto e tra gli invitati vi è anche la moglie adultera ed il nuovo marito e come li vede, Bisclavret gli salta addosso e tenta di ucciderlo, se non lo fermano e tutti sono stupiti. Passa qualche tempo che il re va a caccia nella zona in cui abitava Bisclavret e la moglie quando lo sa si fa preparare e va incontro al sovrano; se non chè, anche questa volta il lupo sembra impazzire e l’attacca staccandole il naso. È allora che il re vuole abbattere il lupo, temendone la pazzia, ma tutti lo sconsigliano di farlo e gli dicono di indagare invece sul perché la bestia si sia comportata a quel modo e il re fa così, chiama allora la donna, che confessa il suo tradimento. Vengono fatti portare gli abiti e poiché non succede nulla, il re chiama i consiglieri per far veder loro il buco nell’acqua, ma quelli ammoniscono che Bisclavret si vergogna troppo e che bisogna lasciarlo solo in una stanza. Poco dopo il cavaliere riprende le sembianze, il re lo riconosce e lo abbraccia e lo ricopre di doni. La moglie viene cacciata insieme al suo nuovo marito, da cui avrà dei figli, figli un po’ particolari: snasati!&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Assieme a lei se ne andò il cavaliere&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;per cui aveva tradito suo marito.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ne ebbe molti figli; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;in seguito si potevano riconoscere bene&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e dall'aspetto e dal viso: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;molte donne della famiglia, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;è pura verità, nacquero senza naso &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e vissero snasate.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Bisclavret&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 308-315)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;h2&gt;Lupi e tradimenti&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 5px 10px 10px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" align="left" src="http://lh3.ggpht.com/-q4NxQCeq2rA/TmeUgwGYY5I/AAAAAAAAKd8/9lzdrHWjfTI/image%25255B19%25255D.png?imgmax=800" width="400" height="378" /&gt;Il significato di questo lais è senz’altro quello di voler raccontare un ennesimo tradimento che poi viene punito, ma non viene data una grande spiegazione del fenomeno del lupo mannaro e per mezzo dei primissimi versi possiamo fare solo delle ipotesi circa quello che si pensava davvero nel Medioevo della licantropia e dei lupi mannari. Erano forse uomini maledetti o posseduti, ma sempre uomini e per questo motivo era più facile, in un’epoca come il Medioevo, ma non solo, anche in quelle successive, credere che si potessero in qualche modo liberare; era più difficilmente credibile che fossero emissari del diavolo, demoni. Probabilmente, in un’epoca come il Medioevo, era difficile pensare che si potesse trattare di una patologia psichiatrica visto che non solo non esisteva la psichiatria, ma nemmeno la medicina e raramente il sovrannaturale era visto positivamente, specialmente se c’era lo zampino di un lupo. Il fatto che fonti antecedenti il Medioevo, in merito al lupo mannaro, siano giunti sino a noi oggi, significa che nel Medioevo, se avessero voluto, avrebbero benissimo potuto cercare una spiegazione un po’ più razionale, anche se molto probabilmente non avrebbero potuto risolvere il problema, ma di certo avrebbero fatto meno roghi. La superstizione umana è la cosa più difficile da sradicare e se poi vogliamo dirla davvero tutta, in un periodo come il Medioevo la popolazione aveva bisogno di lupi mannari e di streghe per non impazzire ulteriormente, ma se fossero state solo favole avrebbe avuto un senso, il problema è che si credeva che fosse realtà. Poiché il lupo mannaro è spesso definito come antropofago, non è difficile collegarlo al cannibalismo, un fenomeno purtroppo reale e oggi giorno praticato anche se ne parlano poco, facendo apparire la cosa come una serie di casi sporadici e patologici. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Taluni affermano anche che il lupo mannaro è privo di coda, perché le creazioni del diavolo, per quanto ben riuscite, sono necessariamente imperfette. Altri ritengono che sia necessariamente di colore nero. Un possibile tratto distintivo sta nelle sue impronte: in alcune leggende, il lupo mannaro lascia a terra il segno di cinque unghie (i canidi normali lasciano solo quattro tacche. Il pollice si è atrofizzato e non tocca il terreno). Alcuni di questi uomini bestia conservano la possibilità di parlare e ragionare come normali esseri umani, altri la perdono completamente. Anche alla regola secondo cui non vengono mai rappresentati come ibridi ci sono delle eccezioni, sia pure rare e parziali. Infatti, a volte il lupo mannaro sembra poter procedere su due zampe, o conservare una certa prensilità degli arti anteriori, cosa che gli consente, all'occorrenza, di intrufolarsi nelle case scassinando le porte chiuse. Altro tratto distintivo è l'immenso gusto del licantropo per la carne fresca.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Diventa imperativo, per la possibile vittima medievale, cercare di capire anche come si presenta il mannaro in forma umana, per individuarlo e guardarsene. Il compito non è facile, perché esistono quasi tanti segni indicatori quante sono le versioni della bestia. Bisogna guardarsi da chi ha sopracciglia troppo folte e unite al centro, oppure il volto ferino, i canini troppo affilati, pelo sia sul dorso che sul palmo delle mani. Il dito indice più lungo del medio è sicuro indizio di licantropia, così pure un insano appetito per la carne cruda. È opportuno anche sospettare di chi sia troppo in forze senza che lo si veda mai mangiare; quasi di sicuro è un lupo mannaro che uccide persone la notte e le divora di nascosto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Personaggio a metà tra lo stregone e l'uomo-lupo è il francese &lt;i&gt;mener de loups&lt;/i&gt; o &amp;quot;pastore di lupi&amp;quot;. È una sorta di incantatore che, pur non trasformandosi personalmente in lupo, è in grado di radunare e guidare un branco di queste bestie per i suoi scellerati fini. La capacità di comandare un branco di normali lupi è spesso riconosciuta anche al licantropo. Alla testa dei suoi &amp;quot;simili&amp;quot;, poi, il lupo mannaro può dare l'assalto a paesi o, addirittura, a roccaforti, facendo strage degli abitanti e divorando gli armenti. Talvolta, questi branchi misti si presteranno anche a fare da cavalcatura alle streghe, e a portarle ai luoghi del sabba. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Bisogna ammettere che nel Medioevo avevano fantasia da vendere, ma è vero anche che non esistevano le cerette e gli estetisti, non osiate quindi immaginare come poteva essere un cristiano con problemi di irsutismo &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftn1_7292" name="_ftnref1_7292"&gt;[1]&lt;/a&gt;, specie una donna! Niente ceretta, niente estetista, niente di niente! Il monosopraciglio volendo un rimedio l’aveva, anche se forse dopo era peggio di prima, ma i problemi di malformazioni ossee non si potevano nascondere, e per quanto riguarda i canini…forse una limatina avrebbe risolto qualcosa! Se la fantasia esiste per creare mostri, forse la si sarebbe potuta applicare per disfarne alcuni. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La trasformazione a licantropo avviene in diversi modi e tra questi non è mai stato contemplato il morso, cosa che avrebbe un fondo di realtà molto più concreto e credibile, infatti è con il morso che i canidi affetti da Rabdovirus &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftn2_7292" name="_ftnref2_7292"&gt;[2]&lt;/a&gt;, contagiano la loro preda o vittima, trasmettendo la malattia della rabbia, in passato mortale. Nel Medioevo e nelle epoche successive fino al XVII secolo, la licantropia era vista soprattutto come un fenomeno non involontario e casuale, ma preciso e volontario dove l’uomo cambiava in seguito ad un rito magico dove il lupo era uno strumento necessario alla trasformazione!&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Mito e medicina: la licantropia clinica&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Si chiama comunemente &lt;i&gt;licantropia clinica&lt;/i&gt; quella patologia mentale che costringe chi ne soffre a voler assomigliare a un lupo nell'aspetto ma principalmente nel comportamento, negli stadi più gravi i malati desiderano cibarsi di carne cruda, a volte umana, e di sangue.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Fa parte della branca delle teriantropie (di cui rappresenta certamente la variante più diffusa) ovvero una psicopatia che costringe chi ne soffre a credersi un animale di una specie in particolare o meno (sono numerosi infatti i casi in cui i teriantropi non sono coscienti di una specifica identità animale ma si credono semplicemente degli Animali-Umani).&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Conclusioni&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Certamente il mito del lupo mannaro non è favorevole alla vita tranquilla del lupo come cacciatore e come mammifero e certamente i casi nel corso della storia riguardanti i fenomeni di licantropia clinica hanno contribuito più che altro, ad aumentare la fobia sociale o, come preferisco chiamarla io, alla pazzia sociale. Trattandosi forse nel 99,9% dei casi (concedo ai superstiziosi uno 0,1% di possibilità che sia qualcosa di possibile) di malattie psichiatriche o fisiche, che comprendono spesso problemi legati alla sessualità ed al cannibalismo, l’unica soluzione rimane lo studio dei serial-killer che nel corso della storia hanno contribuito ad alimentare la superstizione popolare, la follia sociale e la caccia al lupo, oltre allo studio di tutti i fenomeni legati all’esoterismo dove il lupo altro non è che una cavia da sacrificare e non un mezzo con cui si ottiene realmente qualcosa. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-l4xMJ-3ZbMw/TmeUlGmPZVI/AAAAAAAAKeA/Z41dmopVGtY/image%25255B25%25255D.png?imgmax=800" width="550" height="378" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 3 – Lupo trovato morto e carcassa abbandonata&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Fortunatamente i lupi (gli animali) hanno imparato a diffidare dell’uomo e forse è per questo che non si vedono più nelle nostre zone; i signori della foresta stanno scomparendo per sempre, si stanno estinguendo, vittime della caccia illegale e dei fanatici che si rifiutano di mettersi a tavola a discutere di come aiutare la natura a ritrovare un equilibrio in cui uomo, flora e fauna vivano in armonia come all’inizio dei tempi. Sfortunatamente il fenomeno dell’inquinamento, dell’industrializzazione hanno portato alla creazione di una mentalità umana estremista in ogni ambito del sociale. Così il cacciatore, il pastore ed il contadino diventano acerrimi nemici pronti a tutto per far valere le loro ragioni e oggi giorno hanno tutti e tre ragione ed al tempo stesso torto. Leggendo di vari articoli dove i lupi vengono uccisi, sono rimasta sconvolta che nessuno faccia niente per rimettere a posto le cose e temo che il vero problema sia uno solo: alla gente sta bene così. Il lupo diventa così un nemico del pastore, che oggi giorno sussiste a malapena e nessuno lo risarcisce se preferisce la carne di pecora a quella di cinghiale, il cacciatore si arrabbia perché il lupo nei suoi confronti è un concorrente ed un pericolo ed infine i contadini si arrabbiano perché gli ungulati vanno a mangiare le gemme e le loro piante. Signori, anziché arrabbiarci e chiedere dei soldi, investiamo meglio i nostri e mettiamoci seduti ad un tavolo a discutere di come far risorgere l’artigianato, la pastorizia e l’agricoltura, aiutare la natura (flora e fauna) e fare in modo che ci sia un equilibrio tra prede e cacciatori, lupi e pastori, ungulati e contadini. Finchè continuiamo ad importare e mangiare roba che non abbiamo coltivato noi, a fare formaggio con latte che non è delle nostre mucche e a mangiare carne che non è del nostro bestiame, i capi di bestiame in Italia varranno sempre meno fino al crollo del settore alimentare, senza bisogno di dare la colpa ai lupi. Sfortunatamente la nostra società vive di pop corn e patatine fritte, piuttosto che latte di capra, pane fatto in casa e radicchio contadino. La gente non si vuole più sporcare di letame per coltivare, meglio la chimica? La gente non ha più voglia di tirare le tette alle mucche per il loro latte, meglio le macchine di mungitura? La gente non ha più voglia di girare con le pecore, meglio importarle pronte per il macello e poi in Italia la lana costa cara arabita? VERGOGNA!&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-Whl6nYW17JM/TmeUn-YoxwI/AAAAAAAAKeE/vow-EBD4-qw/image%25255B29%25255D.png?imgmax=800" width="520" height="380" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 4 – Immagino che Maria di Francia non se lo fosse immaginato così il lupo mannaro, altrimenti la storia sarebbe stata diversa…molto diversa! La storia ed il tradimento di Wolverine nel film assomigliano molto a quelli del lais di Maria di Francia, strano ma vero!&lt;/p&gt;  &lt;h2 align="left"&gt;Fonti bibliografiche&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;AA.VV. (1992). &lt;i&gt;Lais di Maria di Francia&lt;/i&gt; (II ed., Vol. 24). (G. Angeli, A cura di) Milano, Italia: Pratiche Editrice.&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Irsutismo&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Irsutismo&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Licantropia clinica&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Licantropia_clinica&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Lupo mannaro&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Licantropo&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Rabbia&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Rabbia&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;h2&gt;Note&lt;/h2&gt;  &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftnref1_7292" name="_ftn1_7292"&gt;[1]&lt;/a&gt; Per irsutismo, in campo medico, si intende una crescita di peli nel sesso femminile in sedi dove normalmente è assente. Le cause più frequenti di irsutismo sono:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;1. sindrome dell'ovaio policistico;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;2. assunzione di farmaci quali fenitoina (usato come anticonvulsivante), diazossido, minoxidil, corticosteroidi, progestinici;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;3. iperplasia surrenale congenita, disfunzione delle ghiandole surrenali, con abnorme produzione di ormoni androgeni a seguito di difetti genetici di enzimi della steroidogenesi; in questi casi l'irsutismo è spesso associato ad acne;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;4. tumori endocrini: la presenza di un tumore deve essere sospettata quando la crescita di peli sia improvvisa e rapida, anche se non accompagnata da segni di virilizzazione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In alcuni casi di irsutismo non è possibile risalire a una causa precisa. Le pazienti non presentano irregolarità mestruali, talvolta presentano livelli di androgeni nei limiti della norma, possono condurre a termine una o più gravidanze e non presentano cisti ovariche o masse tumorali. In questi casi si parla di irsutismo idiopatico e lo si attribuisce a una maggiore attività dei recettori degli ormoni androgeni.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftnref2_7292" name="_ftn2_7292"&gt;[2]&lt;/a&gt; Dopo il morso da parte di animali affetti da rabbia, si possono rilevare sintomi aspecifici, quali febbre, cefalea, mialgia. L'unico sintomo specifico, che si presenta nel 60% dei casi, è una parestesia nella sede del morso. Dopo un'incubazione che varia da 10 giorni ad un anno: di solito dalle 3 alle 8 settimane la cui durata varia molto in proporzione alla sede di inoculo ed alla carica infettante. Tipica di questa fase è l'idrofobia, un laringospasmo doloroso in seguito al tentativo di far bere il paziente. L’ultima fase si ha quando il virus ha colonizzato i tessuti del sistema nervoso centrale ed in cui si hanno sintomi neurologici. La sintomatologia prevalente (75% dei casi) è di tipo furioso (forma furiosa), con aggressività, irascibilità, perdita di senso dell'orientamento, allucinazioni, iperestesia, meningismo, lacrimazione, aumento della salivazione, priapismo, eiaculazione spontanea, paralisi delle corde vocali ed idrofobia. Nel restante 25% dei casi si ha una sintomatologia di tipo paralitico (forma paralitica).&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-509994588101844749?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/509994588101844749/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=509994588101844749' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/509994588101844749'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/509994588101844749'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/09/il-lupo-tradito-biclavret.html' title='Il lupo tradito (Biclavret)'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh4.ggpht.com/-MmQksQ2rfMA/TmeUbjaCtyI/AAAAAAAAKdw/Wu6s_JgnZRI/s72-c/image%25255B7%25255D.png?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-7950660637324767877</id><published>2011-09-07T10:57:00.000+02:00</published><updated>2011-09-07T11:00:39.190+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Maria di Francia'/><title type='text'>Il lais della madre pentita (Il Frassino)</title><content type='html'>&lt;p&gt;Questo lais ha tutto il sapore di una favola medievale, nello stile con cui le conosciamo e le abbiamo sentite raccontare. Si tratta di una storia dove non c’è un tradimento tra moglie e marito, ma tra genitori e figli, molto più grave del primo. La storia è ambientata in Bretagna come altri lais di Maria di Francia e ha come protagonisti due vicini, le cui mogli sono le protagoniste dell’inizio. La storia comincia con la nascita di due gemelli (cosa rara nel Medioevo, ma non impossibile, certo non avevano la genetica). Il padre dei pargoli è felice e lo comunica al suo vicino dicendogli che gliene manderà uno per allevarlo e farlo diventare un buon cavaliere. Viene mandato un messaggero a dare la notizia e il destinatario della notizia sta tenendo banchetto e saputa la notizia se ne rallegra, ma la moglie che è maligna e invidiosa pensa bene di dire la sua, in modo del tutto inopportuno.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Ma la moglie del cavaliere,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che sedeva a mensa accanto a lui, rise con sarcasmo, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;perché era subdola e altezzosa&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e maldicente e invidiosa.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Pronunciò folli parole!&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e disse dinanzi a tutti: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Che Dio mi aiuti, mi meraviglio &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che quel galantuomo abbia deciso &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;di far conoscere a mio marito &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la sua vergogna e il suo gran disonore, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;cioè che sua moglie ha avuto due figli, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;c tutti e due ne sono disonorati! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Sappiamo bene di che si tratta: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mai è stato né sarà &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;nè avverrà il caso &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che in un solo parto&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;una donna abbia due figli,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ameno che non siano concepiti da due uomini ». &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Suo marito la guardò,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;molto duramente la biasimò: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Signora, egli dice, lasciate stare! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non dovete parlare così! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La verità è che questa dama&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ha sempre goduto di buona reputazione ».&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Le persone che erano in casa&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;tennero a mente quelle parole; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;vennero ripetute e rese note,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;risapute in tutta la Bretagna.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Per questo la dama fu molto odiata; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e in seguito gliene venne gran danno.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Tutte le donne che lo seppero,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;povere e ricche, gliene vollero male.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Colui che aveva portato il messaggio &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ha riferito tutto al suo signore. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Quando egli lo sentì dire e raccontare, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ne rimase addolorato, non sapeva che fare; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;cominciò ad odiare sua moglie&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e a sospettarla fortemente, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e molto la tormentava &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;senza che lei lo meritasse.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 25-65)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;L’idea, nel Medioevo, che per avere due gemelli bisognasse andare con due uomini era piuttosto diffusa. La conoscenza del corpo umano è ancora rudimentale nel XII secolo e si pensava che una donna posse fare un solo figlio alla volta, Mendel non aveva ancora giocato coi piselli per cui non c’erano nemmeno rudimenti di genetica, la paternità andava a somiglianza tanto è vero il detto: &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Mater semper certa, pater autem incertus&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La madre è sempre certa, il padre invece no.&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Così i gemelli omo- o eterozigoti diventavano per forza di cose motivo di sospetto di tradimento e non solo, in taluni casi di sospettava perfino che una tal cosa fosse frutto di un diabolico patto e si tendeva così, purtroppo, ad eliminare uno dei due bambini, spesso che quello che sembrava essere il più forte o, come capita in questo lais e che spero sia più vero della prima possibilità, tendevano, per evitare l’infanticidio e così il peccato, ad abbandonarli nei pressi di monasteri e abbazie dove erano sicuri che avrebbero avuto un sicuro futuro. Infatti, la dama che ha così sparlato orrendamente della sua vicina rimane presto incinta e ha due gemelle, capisce che il male che ha fatto le si è ritorto contro e medita di far sparire una delle due bambine, magari ucciderla, ma siccome questa spregevole azione le viene sconsigliata e una fanciulla si offre di portarla lontano, presso il monastero, ecco che la soluzione per liberarcisi della bambina si presenta.&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Adesso è disperata,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e fra sé si lamenta: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Ahimè, dice, che farò?&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Perderò onore e dignità per sempre! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Sono infamata, è la verità! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Mio marito e tutti i suoi parenti&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non mi crederanno mai, sicuramente,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;quando sentiranno questa storia; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;perché io stessa mi sono giudicata,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ho oltraggiato tutte le donne.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non ho forse detto che mai avvenne&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e mai si era visto&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che una donna partorisse due figli &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;senza essere stata con due uomini? &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ora ne ho due anch'io! È chiaro, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;su di me è ricaduto il peggio! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Chi sparla degli altri e mente &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non vede la trave nel suo occhio; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;a volte si parla male di persone &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che sono più meritevoli di noi. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Per evitare l'infamia, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;devo uccidere uno dei bambini; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;preferisco rendere conto a Dio&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che avere onta e vergogna ».&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 73-95)&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La dama aveva al suo séguito una fanciulla di buona famiglia; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;da molto tempo la teneva con sé, la educava &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e molto l'amava e le voleva bene. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Essa sentì piangere la sua signora, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e lamentarsi forte e dolersi; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ne provò allora un gran dispiacere. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Si recò da lei e si mise a consolarla: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Signora, le dice, non serve a niente: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;smettete di angustiarvi, sarà meglio! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Datemi una delle bambine: ve ne libererò,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;in modo che non sarete svergognata&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e non la vedrete mai più.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La lascerò in un monastero,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;dove la condurrò sana e salva; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;qualche buon uomo la troverà: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;a Dio piacendo, la farà nutrire ».&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La signora ascoltò quelle parole; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ne ebbe un gran sollievo e le promise che,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se le avesse reso un tal servizio,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;avrebbe ricevuto una bella ricompensa.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;In una pezza di finissimo lino&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ecco che avvolgono la piccola,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e sopra le mettono un drappo di seta a rosoni; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;il marito della dama glielo aveva portato&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;da Costantinopoli, dov'era stato: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non se n'era mai visto uno più bello! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Con un nastro&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;le lega al braccio un grosso anello; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;c'era un'oncia d'oro puro,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;aveva, incastonato, un rubino,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e attorno c'era una scritta: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;almeno, là dove troveranno la bambina,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;sapranno con sicurezza che è di nobili origini.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 100-135)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;La bambina viene allora portata presso il monastero, con tutto quel ben di Dio addosso a simboleggiare le sue origini e l’indomani viene notata da una specie di guardiano che la porta a casa dalla figlia e poi parla del tutto alla badessa, la quale si prende l’impegno di allevare e crescere la piccola come una figlia, anche se quando la fanciulla crescerà la considererà una zia. La bambina è stata trovata sotto ad un frassino e per questo verrà chiamata così: Frassino. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il tempio passa ed ecco che ritroviamo la fanciulla in età da marito e guarda caso qualcuno si innamora di lei:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;A Dol viveva un gran signore: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;né prima né poi ce ne fu uno migliore! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Vi dirò il suo nome: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;nel paese lo chiamano Guron.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Sentì parlare della fanciulla&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e cominciò ad amarla.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Si recò ad un torneo,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e tornando passò dall'abbazia.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Fece chiedere della fanciulla:&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la badessa gliel'ha mostrata.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La vide così bella e raffinata,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;saggia, cortese e delicata.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Se non otterrà il suo amore,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;sente che ne soffrirà molto.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Angustiato, non sa che fare,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;perché, se torna spesso,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la badessa potrebbe accorgersene; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mai più l'avrebbe potuta vedere.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Pensò allora ad un mezzo: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;farà doni all'abbazia; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;elargirà tanta terra&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;da renderla ricca per sempre,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;perché vuole avere agio di tornare&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e avervi ospitalità e dimora.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Per diventare membro della loro comunità,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ha regalato molti suoi beni all'abbazia,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma il suo scopo non è certo&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;quello di guadagnarsi l'assoluzione!&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 245-270)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Il cavaliere compra così non l’assoluzione, ma il permesso di andare e venire senza che siano fatte domande inopportune ed imbarazzanti, anche se in ogni caso, non era certo strano nel Medioevo raggiungere il paradiso a suon di soldi!&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Dopo aver avuto modo, senza insospettire nessuno, almeno così vuole far credere, il cavaliere si dichiara alla fanciulla e le offre di andare via con lui. Lei accetta e insieme vanno dalla badessa che dopo essersi raccomandata e dopo aver detto tutto alla fanciulla riguardo le sue origini e di come fu trovata le dà i beni che erano presenti nella culla e la fanciulla li custodisce. Eccoli che partono i due innamorati, verso un destino ignoto, ma almeno inizialmente e apparentemente felice, senza ombre di dolore. Poi accade che come spesso succede, la gente non si fa mai i…fatti suoi e cominciano a fare pressioni al loro signore, senza preoccuparsi di dover ricorrere anche al ricatto, di prendere moglie.&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;A lungo è vissuta con lui, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;finché i feudatari&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non gliene mossero rimprovero. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Molte volte gli dissero di sposare una gentildonna e di lasciare l'altra; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;sarebbero stati lieti che egli avesse un erede&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;in grado di ereditare la sua terra e i suoi possedimenti.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Molto sarebbero stati danneggiati&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se lui avesse rinunciato, per l'amante,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ad aver figli da una moglie.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non lo vorranno più per signore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;né di buon grado lo serviranno&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se non farà quello che vogliono.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il cavaliere ha garantito&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che si sposerà, come da loro consigliato: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;adesso provvedano a chi scegliere! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Sire, dicono, qui vicino a noi&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;c'è un gentiluomo vostro pari; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ha una figlia, che è sua erede: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;assieme a lei potrete avere molti possedimenti! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La fanciulla si chiama il Nocciolo; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;in questa terra nessuna è più bella di lei.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Per il frassino, che lascerete,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;avrete in cambio il nocciolo; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;quest'ultimo porta nocciole e piaceri,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mentre il frassino non ha frutti! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Andremo a chiedere la ragazza per voi; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;con l'aiuto di Dio, ve la daremo in moglie.»&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Cercarono di combinare il matrimonio&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e ottennero il consenso delle due parti.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ahimè! Che sfortuna&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che quei gentiluomini non conoscessero&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la storia delle ragazze&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che erano sorelle gemelle! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il Frassino è quella che è rimasta nascosta;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;l'amico suo ha sposato l'altra.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 315-350)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Il cavaliere, se avesse un po’ di spina dorsale si potrebbe opporre, ma siccome è debole cede al ricatto e lascia oltretutto ad altri la scelta di portagli qualcosa di meglio, se così possiamo dire, quelli gli combinano le nozze e guarda caso la fortunata è la sorella gemella del Frassino, cioè il Nocciolo che a differenza del Frassino, così dicono, porta frutti e piacere. Maria di Francia doveva aver poca dimestichezza con le piante medicinali e con la botanica in generale. Il Frassino (&lt;i&gt;Fraxinus&lt;/i&gt; gen., Oleaceae) è una specie resistente, che riesce a sopravvivere in condizioni ambientali difficili e oltretutto ha spiccate proprietà medicinali: i frutti, le foglie, le radici e la corteccia di frassino hanno proprietà lassativa, diuretica, antinfiammatoria, antireumatica, antiartritica. Dalla linfa che sgorga dalle ferite del tronco di alcune specie, come il &lt;i&gt;F. excelsior&lt;/i&gt; ed in special modo il &lt;i&gt;F. ornus&lt;/i&gt;, si estrae una sostanza chiamata &lt;i&gt;manna &lt;/i&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftn1_7791" name="_ftnref1_7791"&gt;[1]&lt;/a&gt;. Il Nocciolo (&lt;i&gt;Corylus avellana&lt;/i&gt;, Betulaceae), invece, ha solo i frutti che si mangiano o come tali o come ingredienti e le foglie che sono usate come antiinfiammatori per il contenuto di fenoli e flavonoidi, ma nel Medioevo era conosciuto forse esclusivamente per i frutti ed il loro consumo alimentare. A parte queste nozioni di botanica farmaceutica che in questo contesto non centrano, e rischiano di farci andare fuori strada, il nostro cavaliere ha preferito il nocciolo, alla fonte di manna che probabilmente gli ha mandato la Provvidenza. Se c’è di mezzo la Provvidenza, non tutto deve essere perduto per questo Frassino che è sopravvissuto per merito del buon senso umano delle nutrici della dama che aveva così sparlato della sua vicina per fare forse la sua stessa fine. Arriva il giorno delle nozze e già questa madre che sa che il futuro genero ama un’altra, medita come far sparire quest’ultima. &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Gli hanno condotto la sposa.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Sua madre è venuta con lei; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;temeva che la fanciulla&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;tanto amata dal signore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;volesse mettere in cattiva luce sua figlia&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;presso di lui con tutti i mezzi.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La caccerà dalla sua casa; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;consiglierà a suo genero&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;di maritarla a un brav'uomo: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;così, dice, se ne sbarazzerà.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 363-372)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Si tratta sicuramente di una donna con qualche paranoia di troppo, questa madre che per difendere i propri interessi (i matrimoni combinati non erano mai un interesse per gli sposi, ma per le famiglie) è disposta a eliminare una persona che manco conosce. C’è solo da augurarsi e Maria di Francia non ne fa cenno, che il Nocciolo non porti frutti avvelenati dalla sua stessa radice. Il matrimonio avviene, con grande dolore del Frassino e si può vedere un parallelismo sia con la storia di Griselda (che però fu scritta due secoli dopo) e quella della sirenetta di Andersen, dove la protagonista viene scelta ad un’altra, che forse nemmeno ama il protagonista maschile della storia. Oltretutto in questo lais siamo in presenza di un’antagonista quanto mai reale e pronto a tutto per raggiungere il suo scopo. &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;La ragazza era nelle stanze; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;per ciò che vedeva&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non mostrò mai di soffrire&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;né di disperarsi.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Intorno alla sposa, anzi, affabilmente &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;serviva con molta grazia. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ne erano molto meravigliati i cavalieri e le dame che la guardavano. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Anche la madre la osservava, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e in cuor suo l'ammirava molto e con affetto; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;pensò e disse fra sé che, se avesse saputo com'era, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non l'avrebbe rovinata per sua figlia &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e non gli avrebbe tolto il suo signore.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 375-386)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Io non sopporterei, personalmente, una cosa simile, ma lotterei con tutti i mezzi perché a mio dire sarebbe una grande ingiustizia e forse ragiono così perché sono romantica o forse perché per la mia mentalità sarebbe una vera e propria disgrazia; mi chiedo come il Frassino possa stare all’ombra di un Nocciolo se rispetto ad esso è molto più grande e credo che lo stesso ragionamento lo abbia fatto Maria di Francia per mezzo della madre protagonista che sta meditando, indecisa, se tagliare o meno il problema alla radice. Il destino crudele vuole che il letto dove sarà consumato il matrimonio sia preparato dalla stessa fanciulla che per rendere onore al suo signore, nonostante tutto, sostituisce la grezza coperta messa dai domestici col suo drappo di seta! Ecco che tutto comincia a collimare quando entra la madre.&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Quando la camera fu pronta,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la signora vi ha condotto sua figlia.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Vuole metterla a letto,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e le dice di spogliarsi.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Guarda la coperta di seta sul letto,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non ne aveva mai vista una così bella&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;tranne quella che aveva lasciato&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;assieme alla bambina che aveva fatto scomparire.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Allora si ricorda di lei: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e un fremito le percorre il cuore.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Chiama il ciambellano: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Dimmi, sulla tua parola,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;dove è stata trovata questa coperta?&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;- Signora, egli risponde, lo saprete: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la portò la damigella, la stese sulla coltre&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;perché non le sembrava abbastanza bella. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Penso che il drappo sia suo ». &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La signora allora la chiama e lei si presenta. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Si slaccia il mantello e la madre le chiede: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Mia bell'amica, non mentite, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;dove è stata trovata questa coperta? &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Com'è arrivata fino a voi? Chi ve l'ha data? &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ditemi, vi prego, chi ve l'ha consegnata! » &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La giovane le risponde: « Signora, la zia che mi ha allevata, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la madre badessa che me la diede, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mi raccomandò di conservarla. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Questa coperta e un anello mi lasciarono&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;quelli che mi diedero ad allevare.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;- Bella, posso vedere l'anello?&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;- Certo, signora, con piacere! » &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Allora le ha portato l'anello&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e l'altra lo ha osservato a lungo.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;L'ha riconosciuto bene,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e anche la coperta che ha visto.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non ha più dubbi, ormai sa e crede fermamente&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che la fanciulla è proprio sua figlia.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Di fronte a tutti esclama, senza nascondere nulla: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Tu sei mia figlia, mia bell'amica! »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Dall'emozione&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;cade riversa e sviene.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 410-452)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Come accadeva un secolo dopo a Dante quando non sapeva più come continuare un canto, così anche Maria di Francia non sa più che far dire a questa madre e la fa svenire. Si tratta di un parallelismo molto debole, ma che esiste.&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;     &lt;table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" width="1016"&gt;&lt;tbody&gt;         &lt;tr&gt;           &lt;td valign="top" width="486"&gt;             &lt;p&gt;Di fronte a tutti esclama, senza nascondere nulla: &lt;/p&gt;              &lt;p&gt;« Tu sei mia figlia, mia bell'amica! »&lt;/p&gt;              &lt;p&gt;Dall'emozione&lt;/p&gt;              &lt;p&gt;cade riversa e sviene.&lt;/p&gt;              &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 449-452)&lt;/p&gt;           &lt;/td&gt;            &lt;td valign="top" width="528"&gt;             &lt;p&gt;La terra lagrimosa diede vento,&lt;/p&gt;              &lt;p&gt;che balenò una luce vermiglia&lt;/p&gt;              &lt;p&gt;la qual mi vinse ciascun sentimento; &lt;/p&gt;              &lt;p&gt;e caddi come l’uom cui sonno piglia.&lt;/p&gt;              &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Inferno&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Divina Commedia&lt;/i&gt;, Dante Alighieri – Canto III, v. 133-136)&lt;/p&gt;           &lt;/td&gt;         &lt;/tr&gt;       &lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;   &lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;La storia infatti riprende con il racconto della verità di questa madre pentita che chiama il marito e confessa la verità, sì perché nemmeno lui lo sapeva! &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;- Sire, giacché mi avete concesso il perdono,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ve lo dirò, ascoltatemi! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Tanto tempo fa, per la mia grande malignità,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;sparlai orrendamente della mia vicina: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la calunniai per i suoi due bambini.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ma così calunniai me stessa! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il vero è che rimasi incinta.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ebbi due figlie, e ne feci scomparire una;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;la feci abbandonare in un monastero&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ed assieme a lei misi la nostra coperta&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e l'anello che mi avevate regalato&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;al nostro primo incontro.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non può più esservi nascosto: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ho ritrovato la coperta e l'anello.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ho riconosciuto qui nostra figlia,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che avevo perduto per la mia follia; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ed è proprio la fanciulla&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;così buona, saggia e bella,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;amata dal cavaliere&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che ha sposato sua sorella. »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il signore risponde: « Ne sono davvero felice! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Mai sono stato contento come ora&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che abbiamo ritrovato nostra figlia! &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Grande è la gioia che Dio ci ha dato&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;prima che il male fosse raddoppiato.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Figlia mia, esclama, venite avanti! »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Molto si rallegrò la fanciulla&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;all'udire quella storia.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Suo padre non volle frapporre tempo in mezzo: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;si recò personalmente dal genero&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e condusse anche l'arcivescovo; &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;gli raccontò quell'avventura.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Il Frassino&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia – vv. 465-496)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Certamente la fanciulla è contenta di non aver subito altro male, riavrà il suo grande amore. L’indomani il matrimonio sbagliato viene sciolto e viene fatto invece quello giusto e la storia finisce bene, senza morale finale, perché era già contenuta nel testo e come detto all’inizio, molto simile a quella del lais di Equitan. Voglio sperare che questa storia sia del tutto inventata da Maria di Francia, anche se come ho già detto, ogni lais ha il suo fondo di verità e questo lais temo contenga un crudele e triste spunto reale: l’umana irresponsabilità!&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Fonti&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;AA.VV. (1992). &lt;i&gt;Lais di Maria di Francia&lt;/i&gt; (II ed., Vol. 24). (G. Angeli, A cura di) Milano, Italia: Pratiche Editrice.&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Frassino&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Fraxinus&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Frassino orno&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Fraxinus_ornus&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Manna&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Manna_%28alimento%29&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Nocciolo&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corylus_avellana"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Corylus_avellana&lt;/a&gt;&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Note&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;   &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftnref1_7791" name="_ftn1_7791"&gt;[1]&lt;/a&gt; Il decotto di manna, sostanza solida bianca-giallastra ricavata dal succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia e che si rapprende rapidamente a contatto dell'aria, raccolta in estate, è un blando purgante, ha anche proprietà bechiche e anticatarrali; può essere usato come collirio nelle congestioni oculari; pezzetti di manna sciolti in bocca lentamente hanno proprietà espettoranti. La coltivazione del frassino da manna risale presumibilmente alla dominazione araba (IX-XI secolo d.C.); il più antico documento che menziona la manna risale al 1080 in un diploma del vescovo di Messina. La Sicilia divenne la maggiore produttrice nella seconda metà dell'Ottocento. Oltre che in Sicilia, la manna veniva coltivata e prodotta anche in Calabria dove esistevano vaste piantagioni nelle comunità Arbëreshë del cosentino fondate dalla famiglia Baffa Trasci a cavallo dell prima e seconda metà del XIX sec. La composizione chimica della manna è molto complessa e dipende da diversi fattori tra cui: qualità, zona di provenienza, l'età del frassino e la sua esposizione, l'andamento stagionale e molti altri fattori. La manna in media contiene il 40-60% di mannitolo o mannite, 8-10% d'umidità, 3-5% glucosio e fruttosio, 12-16% manninotriosio, 6-12% manninotetrosio, 1-3% elementi minerali, 0,5%-0,1% resina e altre sostanze in quantità minori (vitamine, enzimi, mucillagini, pectine, tannini).&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-7950660637324767877?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/7950660637324767877/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=7950660637324767877' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/7950660637324767877'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/7950660637324767877'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/09/il-lais-della-madre-pentita-il-frassino.html' title='Il lais della madre pentita (Il Frassino)'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-7100242968773265724</id><published>2011-09-06T10:04:00.000+02:00</published><updated>2011-09-06T10:26:40.697+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Maria di Francia'/><title type='text'>Equitan e la moglie infedele</title><content type='html'>&lt;p&gt;Il lais di Equitan ha come tematica sempre il tradimento, ma non solo, anche la premeditazione di omicidio del marito della protagonista, una cosa che oggigiorno finirebbe sul banco di un giudice con capi d’accusa quali: omicidio premeditato, complicità in omicidio e occultamento di cadavere, roba da 30 anni di carcere e roba che nel Medioevo come minimo prevedeva una bella impiccagione, alla salute del popolo! &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il lais di Equitan, diversamente dagli altri, contiene una morale alla fine e che non vi anticipo per non rovinarvi la sorpresa e, sempre diversamente, dagli altri lais la storia comincia nel bel mezzo del tradimento. Equitan è il protagonista maschile della storia e viene descritto come un re che più che amare le leggi ed i principi, ama il divertimento e le donne e la caccia, salvo casi molto gravi che gli impediscano di dedicarsi a sé stesso e ai suoi svaghi. Equitan ha un siniscalco che praticamente governa per lui e questo siniscalco ha una moglie, della quale Equitan è innamorato da tempo, pur senza averla vista e quando finalmente può cominciare a vederla allora tende a volersi svagare sempre più da solo che in compagnia e va a trovare la dama, le fa doni e promesse d’amore, ma lei, Maria di Francia non fa accenni, sembra solo lusingata da codeste dichiarazioni. Dal momento che la protagonista del lais, di cui non vengono date informazioni diverse da quelle che ne descrivono l’aspetto, sembra solo lusingata, Equitan si tormenta.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;La notte non dorme né riposa,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma si biasima e si rimprovera :&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Ahimè !, dice, quale destino&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mi ha portato in questa contrada?&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Per questa dama che ho visto&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mi è penetrata nel cuore un'angoscia&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che mi fa tremare tutto :&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;penso che non potrò fare a meno di amarla.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;E se l'amo, commetterò un peccato ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;è la moglie del siniscalco ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;gli devo essere fedele e amico,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;così come desidero che lui sia per me.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Se, con qualche strattagemma, venisse a saperlo,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;sono sicuro che proverebbe un grande dolore.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Tuttavia sarà assai peggio&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se per lei sarò straziato.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Che peccato se una donna così bella&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non amasse e non avesse un amico !&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Che ne sarebbe della sua grazia,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se non si lasciasse andare all'amore?&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non c'è nessuno al mondo che, amato da lei,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non se ne sentirebbe gratificato.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Se il siniscalco ne venisse a conoscenza&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non dovrebbe forse dispiacersene troppo :&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non può tenerla per sé soltanto !&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;voglio dividerla con lui ! » Dopo aver così parlato, sospirò,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;poi si gettò sul letto e si mise a pensare.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Alla fine parlò e disse : « Ma di che&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mi sto tormentando e angustiando?&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non so ancora né ho saputo&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se lei mi vorrebbe come amico ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma tra poco lo saprò.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Se lei provasse quello che io provo,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;il mio dolore cesserebbe.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Dio mio ! Quanto tempo manca ancora all'alba!&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non riesco a trovare riposo; è tanto che mi sono coricato, ieri sera ! »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Equitan&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia, vv. 65-100)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;I tormenti sono gli stessi di Guigemar nel lais omonimo, ma questa volta, il protagonista, Equitan, fa un esame di coscienza del tutto originale: la donna che lui ama, essendo sposata, non dovrebbe essere infedele al marito che oltretutto è anche vassallo un suo vassallo, ma poi ci ripensa e arriva alla conclusione che quella moglie non può non essergli amica e che sarebbe un vero peccato se lo rifiutasse; arriva così alla conclusione che forse il siniscalco non sarebbe poi così contrariato a dividere la moglie e il letto con il re. Dopo essersi tormentato e rigirato comincia ad “ammalarsi” e il siniscalco preoccupato ha la brillante idea, ignaro ovviamente di come stanno davvero le cose, di far venire sua moglie a far compagnia al re. Equitan si dichiara a lei, incurante che lei lo corrisponda davvero o no. Questa donna non sa che pesci pigliare: non sa se essere fedele o no al proprio sposo, un dilemma shakespeariano della serie “essere o non essere”. &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Le aprì il suo cuore ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;le ha fatto sapere che muore per lei.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;–&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Sire, gli ha detto la dama,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;occorre che io rifletta ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;così di primo acchito&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non so che partito prendere.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Voi siete un re di grande nobiltà ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;io non ho pregi tali&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;da legarvi&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;in un rapporto d'amore.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Qualora aveste soddisfatto il vostro desiderio,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;lo so con sicurezza, non ho dubbi,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;mi lascereste subito,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e gran danno me ne verrebbe.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Se comunque vi dessi il mio amore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e accettassi la vostra proposta,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non sarebbe pari&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;fra noi due il rapporto amoroso.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Poiché siete un re potente &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e mio marito è vostro suddito, credereste, a parer mio,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;di avere un diritto sul mio cuore.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;L'Amore non è conveniente se non è pari.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Vale più un uomo povero e leale,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che sia saggio e valoroso,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e più felice è il suo amore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;di quello di un principe o di un re&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;quando non sia leale.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Chi ama persone superiori&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;alla sua condizione,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;nutre poi dubbi su qualsiasi cosa !&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;L'uomo potente stia attento, dal canto suo,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che nessuno gli tolga l'amica&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che egli vuole amare per diritto di signoria ! »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Allora Equitan le risponde :&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Di grazia, signora ! Non dite così !&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non sono veri gentiluomini&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma borghesi abituati a barattare&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;quelli che, per ricchezza e possessi,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;volgono ad oggetti vili la loro attenzione.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non c'è dama al mondo, se è saggia,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;cortese e schietta di cuore,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;purché degnamente voglia amare&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e non sia volubile,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;possieda pure solo il mantello,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;per la quale un principe potente&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non debba soffrire&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e provare leale amore.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Chi è incostante in amore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ed è abituato all'inganno,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;è gabbato e deluso ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;si è visto che accade a molti.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non c'è da stupirsi se va male&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;a chi se lo merita, con le sue azioni.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Mia cara signora, mi affido a voi :&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non consideratemi un re,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma vostro servitore e amico.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Vi giuro e dico in tutta sincerità&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che farò ciò che vi piacerà.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Non lasciate che io muoia per voi !&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Siate la padrona ed io lo schiavo,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;siate fiera ed io supplichevole ».&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Tanto le ha parlato il re&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e tanto le ha chiesto grazia&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che lei lo assicurò del suo amore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e gli concesse il suo cuore.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Si impegnarono reciprocamente con gli anelli,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;si giurarono fede a vicenda ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e la mantennero, si amarono molto,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;poi ne morirono e cessarono di vivere.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Equitan&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia, vv. 113-184)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;In questi versi Maria di Francia non manca di fare filosofia sull’amore e sulla costanza degli amanti, della differenza tra l’amore dei nobili e quello delle altre classi sociali, come se l’amore tra uomo e donna fosse diverso a seconda del ceto; la donna prima si comporta saggiamente rispondendo che l’amore di Equitan la lusinga ma la mette anche davanti ad una tremenda ed imbarazzante scelta: fare morire il re o amarlo e farlo vivere. &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« Lei può dargli intera consolazione&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e può anche farlo morire.»&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-LVnZE8gxbME/TmXUL03sI2I/AAAAAAAAKdo/BhnA5F5p4eM/image%25255B3%25255D.png?imgmax=800" width="500" height="591" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 1 – Le tre parche in una rappresentazione del XVI secolo. &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La donna viene così paragonata ad una parca, la terza per la precisione, Atropos, che taglia il sottile filo della vita; la parca è colei che decide della sorte dell’uomo, in passato erano anche chiamate &lt;i&gt;Fatae&lt;/i&gt;, cioè coloro che decidono il fato, il destino e il destino Equitan sicuramente non è rosa e fiori come può sembrare alla fine dei versi sopra citati. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Da quanto raccontano gli ultimi versi, sembra inoltre che i due amanti si sposino e quindi la protagonista femminile contrarrebbe la bigamia, perché è contemporaneamente sposata al siniscalco di Equitan. « &lt;i&gt;Molto tempo durò il loro legame senza che nessuno ne sapesse niente. Quando giungeva il momento del loro incontro, allorché dovevano parlarsi, il re faceva dire al suo seguito che si faceva fare un salasso in segreto. Si chiudevano le porte delle camere; non si sarebbe trovato nessuno tanto audace, a meno che il re non lo avesse mandato a chiamare, che entrasse una sola volta lì dentro.&lt;/i&gt;». (Equitan, Lais di Maria di Francia, vv. 185-194).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I maligni avrebbero voluto tanto sapere che tipo di salasso era e perché tanta segretezza. Il salasso era una pratica medica antica già nel Medioevo, anche se appena un secolo dopo, tale pratica fu messa in discussione proprio perché secondo i metodi galenici era non solo errata, ma spesso poteva provocare la morte &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn1_1564" name="_ftnref1_1564"&gt;[1]&lt;/a&gt;, specie se si considera che gli stati febbrili richiedevano salassi abbondanti. Anche se i maligni lettori di questo lais, in epoca medievale, avranno pensato a chissà quali salassi si sottoponesse il re della storia, non sarà mancato chi non si sia chiesto se per caso il siniscalco non si preoccupasse che il suo re si facesse salassare così tanto e fosse sempre in forma per permettersi di coltivare gli svaghi di sempre, mentre lui mandava avanti il regno.&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« Il siniscalco teneva corte,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ascoltava le cause e le dispute. »&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Poiché nel Medioevo un re che non prendeva moglie era mal visto dal popolo e dalla Chiesa, anche Equitan avrebbe dovuto prendere moglie, ma non ne voleva nemmeno sentir parlare e così dopo tanti rifiuti la sua “amica”, la moglie del siniscalco, andò da lui per chiedergli conferma del suo amore e la risposta di Equitan è alla stregua di un patto diabolico: la morte del siniscalco per il regno e la vita da regina e la sciagurata non osò rifiutare!&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Il re le ha detto con tutto il suo amore:&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Mia bella amica non abbiate paura !&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;State sicura che non mi sposerò&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;né vi lascerò per un'altra.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Sappiate con certezza e credetemi,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se vostro marito morisse,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;vi farei regina e mia sposa.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Nessuno potrebbe impedirmelo ».&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;La signora l'ha ringraziato&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e dice che gliene è molto grata ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e se le assicurasse&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;di non lasciarla per un'altra,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;cercherebbe al più presto&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;di far morire suo marito.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Cosa facile da ottenere&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;se il re volesse aiutarla.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Egli le risponde di sì :&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ogni cosa che lei suggerirà&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;egli eseguirà con tutti i suoi mezzi,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;bene o male che vada.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;« Sire, fa lei, se non vi spiace,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;venite a cacciare nella foresta -&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;nella contrada dove abito.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Nel castello del mio signore&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;prendete alloggio; vi faranno un salasso&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e, il terzo giorno farete il bagno.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Mio marito farà il salasso con voi&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e anche il bagno.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Ditegli bene, non lo dimenticate,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;di tenervi compagnia!&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Io farò scaldare il bagno&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e portare le due vasche;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;preparerò il suo bagno caldo e bollente: &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;non c'è uomo al mondo die non sarebbe scottato&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e straziato prima ancora di immergervisi. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Quando sarà morto e ustionato, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;farete venire i vostri uomini e i suoi, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;e mostrerete loro come è morto di colpo nel bagno. »&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il re le ha solennemente garantito che farà secondo la sua volontà.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Equitan&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia, vv. 220-265)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Viene così preparata una trappola per il terzo incomodo, il siniscalco. Gli eventi si susseguono come progettato dai due amanti, quando arriva il momento di farsi fare il salasso il re fa chiamare anche il siniscalco e lo invita a fare lo stesso, ma il siniscalco decide di alzarsi quasi subito dopo e di andare a svagarsi un po’ ed Equitan decide di approfittarne e fa chiamare la donna, la fa coricare accanto a sé e si divertono o come direbbe Maria di Francia «&lt;i&gt;si amarono&lt;/i&gt;», con una cameriera che doveva fare per loro la guardia. Accade però un imprevisto: il siniscalco torna e quando fa per tornare dal re, nella sua camera da letto, la trova chiusa con quella specie di cane da guardia ad impedirgli di oltrepassare; l’uomo però non cede e sfondata la porta sorprende i due amanti. &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Ecco che ha trovato il re e sua moglie&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;sdraiati e abbracciati.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Il re volse lo sguardo e lo vide venire ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;per coprire la sua onta&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;saltò a piè pari nella vasca ;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;era tutto nudo e spogliato,&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;ma non ci pensò neppure :&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;lì dentro si ustionò e morì.&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Equitan&lt;/i&gt;, Lais di Maria di Francia, vv. 290-298)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Ecco che Equitan viene punito, la sua lussuria e le sue brame gli si sono ritorte tutte contro e così anche i piani della sua amante e moglie del siniscalco. Poiché il siniscalco ha visto quanto è successo, ha capito quale era il piano dei due amanti e così prende la moglie e la getta nella vasca con acqua bollente e la storia finisce qui. Ecco allora la morale, che Maria di Francia non tarda a dare:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Chi volesse dedurre una morale &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;potrebbe qui trovare un esempio:&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;chi cerca di far male agli altri, &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;poi tutto il male ricade su di lui. &lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Secondo la morale, il male pensato, fatto o tentato torna sempre indietro a chi ne era il mandante e così è di Equitan e della sua amante. Se si tratti di un puro caso che il siniscalco sia andato via dopo il salasso e sia tornato proprio nel momento critico, quando i due amanti sono in piena bufera ormonale o se si tratti di una punizione provvidenziale ai due o ancora se sia per caso stato tutto calcolato dal siniscalco, sospettoso di essere stato tradito sono speculazioni cui Maria di Francia non fa accenno e comunque siano le cose, la morale vuole essere chiara e non lasciare dubbi.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;La morale nei lais e le basi nel ciclo arturiano&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;A dire il vero questo lais non è il solo ad avere una morale simile, anche i lais del &lt;i&gt;Frassino&lt;/i&gt; e quello di &lt;i&gt;Bisclavret&lt;/i&gt; (o &lt;i&gt;Garwaf&lt;/i&gt; in normanno), Lanval e Yonec conbtengono una morale, anche se non esplicita come in questo lais, dove il tradimento e il male fatto vengono sempre puniti. Questo lais, in vero, contiene un fondo di realtà probabilmente ed è difficile credere che sia stato inventato di sana pianta senza aver prima preso spunto da altre storie, come quelle del ciclo arturiano. Il concepimento di Artù avviene in una circostanza molto simile a quella descritta in questo lais, il tradimento però va buon fine per i traditori, se così li vogliamo chiamare. I lais di Maria di Francia e le opere di Chretien de Troyes e Goffredo di Monmouth sono tutte dello stesso breve arco di tempo: il XII secolo. I lais furono scritti tra il 1160 e il 1175 mentre le opere di Goffredo di Monmouth cominciarono dal 1135 e terminarono con la morte di Goffredo nel 1155. Il 1135 è l’anno di nascita di Chretien. Chretien ha 20 anni quando Goffredo muore e i lais di Maria di Francia non sono ancora stati scritti, se mettiamo questi tre grandi autori su di una linea temporale possiamo osservare che il primo di tutti è Goffredo ed il secondo Chretien, Maria di Francia è l’ultima e quindi non sarebbe stano se si fosse ispirata per i suoi lais ad alcune vicende del ciclo arturiano: come si diceva prima, il lais di Equitan assomiglia molto alla vicenda in cui fu concepito Artù. Igraine e Gorlois erano marito e moglie e duchi di Cornovaglia e Uther era destinato a diventare Grande Re di Britannia, quale che sia la versione di storia arturiana che scegliamo di prendere come punto di partenza per il nostro confronto. Le differenze si notano solo in merito al tradimento: secondo la versione celtica Igraine e Uther si amavano, ma mentre Uther era più disposto a tradire per avere Igraine, lei per principio preferiva non tradire, tuttavia non poteva nemmeno nascondere il suo amore e sarebbe stato Gorlois a tradire Uther per gelosia, ma perse e morì. Così Uther chiede a Merlino di dargli le sembianze di Gorlois per entrare a Tintagel e stare finalmente con Igraine. Lei lo crede Gorlois fino al mattino seguente quando dei soldati riportano la salma del duca di Cornovaglia e l’incantesimo cessa, Uther può legittimamente prendere Igraine come sposa, incorporare la Cornovaglia ai propri domini e porre una sicura discendenza sul trono della Britannia. La versione celtica altro non è che quella di Goffredo di Monmouth, scritta in riferimento al periodo immediatamente successivo alla caduta del 476 d.C. di Roma. Nella versione celtica la Britannia non è divisa solo tra barbari e indigeni, ma anche tra cristiani e pagani, seguaci del culto della Dea Madre. Igraine anche se ha sposato un cristiano è della religione pagana e così Uther e questa versione fu ripresa poi nel secolo scorso da diversi scrittori tra cui Marion Z. Bradley ne &lt;i&gt;Le nebbie di Avalon&lt;/i&gt;, si tratta di una versione che possiamo definire ufficiale anche se poi fu probabilmente riadattata e rimaneggiata nei secoli successivi per i motivi più svariati. Secondo alcune versioni rimaneggiate Gorlois sarebbe morto mentre si consumava il tradimento mentre secondo altre, non si tratterebbe di un vero e proprio tradimento da parte di Uther e di Igraine, piuttosto uno stratagemma per prendere due piccioni con una fava: la donna e la Cornovaglia! Come Gorlois probabilmente capì che sua moglie aveva deciso dentro di sé che non lo voleva più come marito, forse anche il siniscalco di Equitan aveva avuto la stessa impressione, ma mentre quest’ultimo scampa al tradimento, così non è per Gorlois che muore. Situazione analoga, ma in Equitan il tradimento e la premeditazione dell’omicidio sono più che espliciti, mentre nel ciclo arturiano secondo la versione ufficiale di Goffredo di Monmouth non ci sono premeditazioni di uccidere Gorlois da parte dei due amanti. Secondo versioni rimaneggiate Uther aveva avuto accesso ad Igraine e alla Cornovaglia solo dopo aver fatto un patto con Merlino: la donna e la Cornovaglia in cambio del frutto del suo tradimento e così Merlino avrebbe tolto ad Igraine il figlio e datolo in adozione ad uno dei soldati di Uther, Sir Ector. Secondo Goffredo, invece, Artù sarebbe cresciuto a Camelot e solo in tenera età sarebbe stato condotto via per essere iniziato ad essere un futuro Re. Probabilmente anche Goffredo non inventò niente e mescolò l’opera precedente di Nennio &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn2_1564" name="_ftnref2_1564"&gt;[2]&lt;/a&gt; con elementi della propria fantasia ed alcuni eventi storici reali. Difficile dire chì fu il primo a dire che le cose andarono in un certo modo, certo è che Maria di Francia non fu né la prima né l’ultima, ma solo una dei tanti.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Fonti bibliografiche&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;AA.VV. (1992). &lt;i&gt;Lais di Maria di Francia&lt;/i&gt; (II ed., Vol. 24). (G. Angeli, A cura di) Milano, Italia: Pratiche Editrice.&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Nennio&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Nennio&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Salasso&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Salasso"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Salasso&lt;/a&gt;&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;h2&gt;Note   &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref1_1564" name="_ftn1_1564"&gt;[1]&lt;/a&gt; Galeno credeva che il sangue fosse l'umore dominante, quello che avesse più bisogno di essere controllato. Al fine di bilanciare gli umori, un medico avrebbe rimosso il sangue in 'eccesso' (la pletora) dal paziente o gli avrebbe dato un emetico per indurre il vomito, o un diuretico per indurre la minzione. Galeno creò un complesso metodo per calcolare quanto sangue dovesse essere rimosso a seconda dell'età e della costituzione fisica del paziente, nonché della stagione, del clima e del luogo. La febbre, l'apoplessia e la cefalea erano considerati sintomi della pletora. Il sangue da asportare era di una natura specifica determinata dalla malattia: poteva essere arterioso o venoso, e lontano o vicino all'area affetta del corpo. Egli collegava i diversi vasi sanguigni ai diversi organi, secondo il loro presunto scarico. Per esempio, si doveva attingere alla vena della mano destra per curare problemi al fegato, mentre alla vena nella mano sinistra per problemi alla milza. Più era grave la malattia, più sangue si doveva prelevare. Le malattie febbrili richiedevano salassi abbondanti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref2_1564" name="_ftn2_1564"&gt;[2]&lt;/a&gt; Nennio è il nome di due personaggi almeno parzialmente leggendari, associati con la storia del Galles. Il meglio conosciuto dei due è Nennio, lo studente di Elvodugus. Elvodugus è comunemente identificato con il vescovo Elfoddw di Gwynedd che convinse la parte gallese della cristianità celtica a celebrare la Pasqua nello stessa data degli altri cattolici in Britannia nel 768 e che è ricordato, per l'ultima volta, negli Annales Cambriae per essere morto nel 809. Questo Nennio è tradizionalmente posto nell'inizio del IX secolo ed è identificato come l'autore di almeno una parte dei manoscritti che formano l'Historia Brittonum. Recentemente è stato fatto notare come il manoscritto che attribuisce a Nennio la paternità dell'opera sia di almeno due secoli posteriore (XI secolo) ma la maggior parte degli storici continua a riferirsi a lui come autore, o almeno redattore basandosi su testi precedenti, della versione della Historia giunta fino a noi.&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-7100242968773265724?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/7100242968773265724/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=7100242968773265724' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/7100242968773265724'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/7100242968773265724'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/09/equitan-e-la-moglie-infedele.html' title='Equitan e la moglie infedele'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh5.ggpht.com/-LVnZE8gxbME/TmXUL03sI2I/AAAAAAAAKdo/BhnA5F5p4eM/s72-c/image%25255B3%25255D.png?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-2019627656885057499</id><published>2011-09-05T15:01:00.001+02:00</published><updated>2011-09-05T15:04:50.260+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Maria di Francia'/><title type='text'>Guigemar e il nodo d’amore</title><content type='html'>&lt;p&gt;Il lai di Guigemar, scritto da Maria di Francia, tratta di tematiche molto care al pubblico delle corti medievali del XII secolo, tematiche che oggi lasciano indifferenti gli studenti che invece a mio parere dovrebbero acuire la loro attenzione su queste storie tanto antiche che hanno tanto da insegnare. Il lai infatti non è solo un componimento poetico in versi, contiene spesso tracce che rendono chiaramente un’idea di quella che era la mentalità del tempo in cui viene scritto e dei costumi, ma anche della cronaca del tempo e vi annuncio sin da ora che l’adulterio era al secondo posto sulla bocca della gente, se fossero esistiti già allora le gazzette ed i giornali li avremmo trovati in seconda pagina. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I temi dell’adulterio, dello scambio dei giuramenti amorosi e degli animali che parlano sono strettamente intrecciati tra loro in quanto nel lais di Guigemar la storia subisce una volta nel momento in cui il protagonista ferisce nel bosco una cerva; non solo magicamente la freccia torna indietro stile cartone animato, ferendo Guigemar, ma la cerva rimane comunque ferita e lo maledice dicendogli che non troverà la guarigione sino a quando non troverà anche una donna capace di farlo innamorare. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;&lt;i&gt;Gli è venuta voglia di andare a caccia;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;la notte raduna i suoi cavalieri,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;i cacciatori ed i valletti;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;la mattina entra nella foresta,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;poiché molto gli piace divertirsi così.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Si mettono sulle tracce di un grosso cervo e vengono sguinzagliati i cani.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;I cacciatori corrono avanti mentre il giovane si attarda;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;un valletto gli porta l’arco,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;il pugnale e il cane;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;se se ne presentava l’occasione, voleva tirare prima di allontanarsi di lì.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Nel folto di una grossa macchia ha visto una cerva col suo cerbiatto;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;la bestia era tutta candida e corna di cervo portava sulla testa.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;All’abbaiare del bracco uscì fuori:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;egli tese l’arco e scoccò la freccia!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;La colpì in fronte ed essa cadde di colpo;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;la freccia però tornò indietro e trafisse Guigemar nella coscia fino al cavallo,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;sì che subito dovette scendere giù:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;cadde a terra sull’erba folta accanto alla cerva che aveva colpito!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;La cerva che era ferita soffriva e si lamentava. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Poi si mise a parlare così:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;«ahimè infelice! Sono finita!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;E tu, cavaliere, che mi hai ferita, ecco qui il tuo destino:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;mai potrai trovare una medicina, fatta di erbe o di radici!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Né medico né filtro ti potranno guarire dalla piaga che hai nella coscia,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;fino a che ti risani colei che per amor tuo soffrirà pene e dolori così grandi,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;che mai donna abbia sofferto e tu soffrirai altrettanto per lei;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;di questo si meraviglieranno tutti quelli che amano ed hanno amato&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;o che poi ameranno ancora.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Vattene da qui, lasciami trovar pace »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;(Guigemar, Lais di Maria di Francia vv. 75-120)&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;In realtà sarebbe presente anche un quarto elemento che fa sempre parte del “magico” ed è la presenza quasi provvidenziale della nave che porterà Guigemar al porto dove si trova la torre-prigione, in cui sta rinchiusa colei che, Maria di Francia lo lascia intuire, lo potrà guarire. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il quarto elemento ed il terzo in realtà sono uno solo e quindi possiamo riassumere le caratteristiche del lais nello schema che fa seguito. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Una volta salito sulla nave provvidenziale, chiamiamola così, Guigemar ha modo di osservarla e tipico dei lais e dei romanzi medievali, la nave ha una descrizione che lascia il lettore senza fiato, illudendolo che mai i comuni mortali possano vedere nel corso breve della loro esistenza, una nave tanto bella. Le vele sono di seta, la nave è tutta nera fatta in ebano &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftn1_9549" name="_ftnref1_9549"&gt;[1]&lt;/a&gt;, un legno molto pregiato e non c’è tesoro che valga come quella nave. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si tratta per altro di una nave deserta, senza nessuno a bordo e con solo un letto, ed anche qui i dettagli e le descrizioni non mancano, non vengono risparmiati termini per descrivere la sublimità del letto stesso:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;&lt;i&gt;in mezzo alla nave trovò un letto i cui montanti e spalliere&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;erano d’oro sbalzato al modo di Salomone e intarsiato di cipresso e bianco ebano.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;La coperta che stava sopra era di seta intessuta d’oro.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Non so valutare le altre coltri,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;ma vi dico solo questo del guanciale:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;chi vi avesse posato la testa mai avrebbe avuto un capello bianco.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;La coperta di zibellino &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftn2_9549" name="_ftnref2_9549"&gt;&lt;b&gt;[2]&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; era foderata di porpora alessandrina.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;(Guigemar, Lais vv. 172-182)&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il cavaliere si adagia sul letto, crolla esausto e ferito, spossato e poco dopo quando sembra riprendersi da una specie di svenimento ecco che la nave, senza sapere né come né perché è salpata e si trova in altro mare, si guida da sola o qualcuno o qualcosa di invisibile e magico la guidano. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;È qui che ha inizio l’avventura del cavaliere, del protagonista. La nave approda in un porto vicino, guarda caso, alla torre dove sta rinchiusa la protagonista femminile del lais. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Prima di proseguire con la storia, Maria di Francia non manca di fare un’anticipazione di quella che è la vita della protagonista femminile, di cui non fa nemmeno il nome. Di Guigemar non vengono date indicazioni circa la sua età all’inizio della storia, viene solo detto che « &lt;i&gt;all’età giusta suo padre lo mandò al servizio del re&lt;/i&gt; » e in epoca medievale questo avveniva intorno ai 12-14 anni, qui iniziava il vero apprendistato che portava il fanciullo a diventare un cavaliere; ritroviamo poi Guigemar probabilmente già adulto e deve avere circa 25 anni età in cui si diveniva maggiorenni. E così anche della protagonista femminile non vengono fornite indicazioni circa l’età, ci viene solo presentata come la signora, complemento che indica il suo status civile di donna sposata, mentre la ragazza che le fa da dama di compagnia è appunto una fanciulla e quindi non sposata. Della signora ci viene solo detto è sposata ad un uomo molto più vecchio che per gelosia l’ha rinchiusa a chiave in quella torre, una prigione d’oro, ma pur sempre una prigione e senza vie di fuga. A guardia della prigione dorata vi era un prete che « &lt;i&gt;aveva perso le parti virili, altrimenti il signore non se ne sarebbe fidato&lt;/i&gt;». I presupposti per la protagonista di cedere al tradimento ci sono tutti qualora incontra Guigemar, ma è trattenuta da tante cose tra cui l’idea di commettere un grave peccato e di perdere la propria dignità, la paura di essere scoperta e magari uccisa dal marito vecchio e geloso. Guigemar viene soccorso dalla dama e dalla sua ancella e guarisce, ma mentre guarisce prende ad ammalarsi del male dei protagonisti dei romanzi medievali: l’Amore. L’autrice del lais non risparmia nulla e ci presenta il cavaliere come un moribondo in preda a deliri febbrili che fanno presagire il peggio e i suoi sospiri per amore di una donna in apparenza irraggiungibile. La protagonista femminile soffre a sua volta dello stesso male d’amore di Guigemar, sospira, non si dà pace e piange e maledice il prete che sta alla guardia della torre, il marito vecchio geloso, le convenzioni sociali e il galateo. Al diavolo il galateo, finalmente si decide ad andare dal cavaliere e dopo una serie di battute del tutto inutili e che servono solo a marcare i sentimenti dei due amanti, gli si concede, carnalmente e qui l’autrice non da mezzo dettaglio, dice solo:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;« &lt;i&gt;[…] stanno assieme sdraiati e parlano e spesso si baciano e si abbracciano&lt;/i&gt;»&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Di certo non si sono guardati solo negli occhi e dati bacini a fiori di labbra o abbracci casti, tutt’altro e questa situazione va avanti per un anno e mezzo senza che quel rimbambito del marito della donna si accorga di nulla, tuttavia il dubbio l’autrice lo instilla nel lettore e in prevenzione di una possibile soffiata i due amanti si fanno un giuramento che consiste in un nodo: un nodo così complicato che solo loro due possono scioglierlo, lei sulla camicia di lui e lui sulla cintura di lei.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sfortuna vuole che i due siano scoperti proprio quel giorno e così il marito geloso e tradito interroga Guigemar e vorrebbe ucciderlo, ma per non si sa quale motivo decide di cercare la nave provvidenziale con cui Guigemar è arrivato, lo fa buttare dentro la stessa e la nave riparte per tornare nella terra di Guigemar. Or bene, vi aspetterete che i due amanti siano caduti in catalessi per il dolore, niente affatto, hanno superato la fase critica quando si sono congiunti carnalmente, hanno soddisfatto i loro più reconditi desideri, ora sta all’amore, se c’è davvero, lavorare per ricongiungere queste due anime in pena, ma non così tanto sofferenti come la prima volta. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Guigemar torna in Bretagna dove è nato e dove ritrova tutto quanto gli era caro, viene accolto come un miracolo e non mancano le solite proposte di matrimonio, ma questa volta per sposare Guigemar la fanciulla deve essere tanto brava da sapere sciogliere il nodo senza tagliarlo via dalla camicia. Questo nodo d’amore fa parlare di sé in lungo e in largo e la fila delle pretendenti si allunga sempre più, come la muraglia cinese. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Qui si interrompe la storia di Guigemar e l’autrice torna alla sua dama, quella “signora” schiava di un amore impossibile e prigioniera di un vecchio geloso che ha deciso, dietro buon consiglio di qualche suo simile, di chiudere la moglie in una torre più sicura dove la donna patisce pene e sofferenze, sospira e piange e maledice il suo adulterio benedicendolo dentro di sé al tempo stesso. Se da un lato maledice la debolezza della carne umana, dall’altro lato benedice quell’amore che se pur di breve durata l’aveva resa felice e fatta sentire viva. Provvidenzialmente la porta della torre si apre e lei esce in una specie di cortile e non trova ostacoli, sicché raggiunge il porto forse con l’intento di annegarsi e farla finita o forse per cercare la nave provvidenziale. Guarda caso, la nave c’è e lei vi sale sopra, anche se il proposito di salire sulle fiancate e buttarsi a mare non la lascia. La nave salpa e parte e giunge in un porto della Bretagna, che fa parte dei territori di un feudatario di nome Meriaduc. Meriaduc è però anche un soldato in guerra, si è alzato presto per andare a dare battaglia al suo nemico, che non si aspetta un attacco e vede la nave quasi per caso, la raggiunge e dentro trova la protagonista, « &lt;i&gt;bella come una fata &lt;/i&gt;». Sebbene Maria di Francia non fornisca mai indicazioni precise riguardo ai suoi personaggi con descrizioni dettagliate e la loro età, i versi precedenti a quello appena citato fanno presumere che si tratti di una donna giovane, forse coetanea a Guigemar. Non dimentichiamo che nel Medioevo la differenza di età tra moglie e marito poteva essere anche abissale. Meriaduc si innamora di lei e vorrebbe sposarla ma la dama gli risponde che lo amerà e sposerà solo se riuscirà a sciogliere il nodo che ha in cintura. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;«&lt;i&gt; Udito questo, le rispose adirato:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;« In questa terra c’è anche un cavaliere di grande valore:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;rifiuta di prendere moglie col pretesto di un camicia che ha un nodo nel lembo destro;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;non si può scioglierlo se non con le forbici o col coltello. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Siete stata voi, credo, a fare quel nodo! »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;A queste parole essa sospirò e per poco non svenne.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Egli la prese tra le braccia, ruppe i lacci della tunica:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;voleva aprire la cintura, ma non poteva riuscirci.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Non vi fu poi cavaliere nel paese a cui egli non facesse tentare la prova.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Le cose restarono a lungo immutate,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;fino a che Meriaduc indisse un torneo contro il suo nemico,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;invitò ed ospitò molti cavalieri e so che venne anche Guigemar.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Lo aveva pregato, in restituzione di servigi, come amico e compagno d’armi,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;di non venirgli meno in quel frangente e di accorrere in suo aiuto.»&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Lais&lt;/i&gt;, Maria di Francia, vv. 730-752)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il vero pretesto di Meriaduc è possedere la donna carnalmente, almeno così direbbero i maliziosi del Medioevo e forse anche i moderni, ma indipendentemente da questo l’intento di Meriaduc si può realizzare solo se è davvero Guigemar colui che può liberare la dama dal suo giuramento. Probabilmente l’intento di Meriaduc, indicendo il torneo, è attirare Guigemar per farlo cadere in trappola, si tratta di speculazioni, certo, Maria di Francia non fa cenni alle stesse e prosegue il racconto. Guigemar arriva a destinazione, in quella che potrebbe rivelarsi una trappola e finalmente i due amanti si ricongiungono. La scena d’amore che segue non è proprio gradita a Meriaduc che fa buon viso a cattiva sorte. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;«&lt;i&gt;Meriaduc li guardava, molto gli dispiaceva quello spettacolo;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;ecco che sorridendo si rivolge a Guigemar:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;« Signore, - egli dice – se siete d’accordo, &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;questa fanciulla potrebbe tentare di sciogliere la vostra camicia,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;chissà che non ci riesca! ».&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;L’altro risponde « Va bene! »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Fa venire un ciambellano che teneva in custodia la camicia:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;gli ordina di portarla. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Viene data alla giovane &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftn3_9549" name="_ftnref3_9549"&gt;&lt;b&gt;[3]&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; che però non riesce a scioglierla.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;La signora intanto ha riconosciuto bene il nodo;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;in gran tormento è il suo cuore, &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;perché volentieri farebbe la prova&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;se solo potesse o osasse.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Meriaduc se ne accorge perfettamente:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;né è addolorato come non mai!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;« Signora, egli dice, perché non tentate di disfarlo? »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Appena sentito l’invito, prende il lembo della camicia,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;e lo scioglie con facilità.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Il cavaliere si meravigliò;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;l’ha davvero riconosciuta, ma tuttavia non riusciva ad esserne certo.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Le parlo allora così:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;« amica mia, dolce creatura.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Siete davvero voi? Ditemi la verità!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Lasciate che io veda la vostra persona, e la cintura con cui vi cinsi ».&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Le mette le mani ai fianchi e trova la cintura&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;« Bella, esclama, che fortuna avervi trovata qui! Chi vi ci ha portato?»&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;E lei gli racconta il dolore, &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;le grandi pene e la tristezza della prigione dove era stata,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;e quello che le era accaduto, come era arrivata a fuggirne.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Voleva annegarsi, aveva trovato la nave e c’era montata, &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;era giunta in quel porto ed il cavaliere l’aveva ospitata.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;L’ha trattata con grande onore, ma ogni giorno le faceva offerte d’amore.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Ora è tornata la sua gioia.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;« Amico, portate con voi la vostra amante! »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Guigemar si è alzato in piedi&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;«Signori, egli dice, ascoltate!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Ho ritrovato qui l’amica mia che credevo di aver perduto.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Prego e supplico Meriaduc:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;la restituisca a me, di grazia!&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Diventerò suo vassallo, lo servirò due o tre anni con cento cavalieri e più »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Allora gli rispose Meriaduc:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;«Guigemar, egli dice, mio bell’amico,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Non sono minacciato né afflitto da nessuna guerra &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;che giustifichi questa offerta.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Io l’ho trovata, quindi me la terrò&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;E la difenderò contro di voi! »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;All’udire queste parole, in fretta ordinò alla sua gente di salire a cavallo&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;Se ne va di lì e lo sfida,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;i&gt;molto gli duole lasciare la sua amica. »&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;(&lt;i&gt;Lais, &lt;/i&gt;Maria di Francia, vv. 790-856)&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ecco allora che la micidiale trappola scatta, da bravo scacchista l’altro ha approfittato della buona fede e della disponibilità di Guigemar e tutto per una donna! Scoppia la battaglia, ma come in tutti i racconti medievali che si rispettino, nella maggior parte dei casi, il protagonista trionfa, Meriaduc muore e Guigemar può vivere felice e contento con la sua dama. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Amor cortese, amor sacro e amor carnale&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Sfortunatamente per tutti coloro che credono che il Medioevo sia un periodo dove si vivesse in assoluta castità, tutt’altro, l’amor cortese era un’ipocrisia, ci credevano solo finchè leggevano di dame e cavalieri che si giurano amore e lealtà, ma che vanno a letto dopo aver fatto i conti con qualche non preciso principio morale. Insomma, dovevano in un qualche modo dare sfogo alle fantasie erotiche della gente, ma non solo, i racconti dell’amor cortese raccontano anche un aspetto della realtà storica e quotidiana che si tende a considerare o ignorare a seconda dei casi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In molti romanzi sull’amor cortese, in realtà non si tratta di amore vero e sacro, ma solo di rapporti carnali tra persone che si sono viste e piaciute, desiderate e che non si sono fatte scrupoli a commettere adulterio, quel peccato così tremendamente condannato e così ardentemente praticato. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il romanzo cortese diede in breve tempo origine ai romanzi cavallereschi e in entrambe le tipologie di racconto la donna è sempre una tentatrice, una creatura sensuale riluttante a cedere alle prime lusinghe ma poi accondiscendente e passionale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le scene di passione e di sesso non sono descritte dettagliatamente ma al lettore non sono nemmeno celate, i personaggi lo fanno e nel medioevo il termine “sesso” non esisteva, all’epoca si usava dire “amare” ed “essere amici” dove l’amico o l’amica sono in realtà amanti e il loro rapporto non è costruito sulle solide basi di una lunga e duratura amicizia o conoscenza, da reciproci interessi o esperienze comuni, ma semplicemente da un rapporto sessuale. Questa è la realtà storica? Durante i miei studi sull’amore cortese ho avuto modo di chiedermi, magari ingenuamente, se davvero la realtà storica ignorava e vietava l’esistenza di sentimenti onesti e genuini come l’amore e l’amicizia così come li si intende oggi? La donna dei romanzi cortesi e cavallereschi non è solo una dama, ma una vera e propria allegoria che rappresenta la femminilità così come era vista all’epoca: la donna è una creatura fatta a matriosca, un’anima dentro l’altra che l’uomo scopre prima adagio poi sempre più rapidamente per arrivare non al suo cuore, ma al suo corpo ed al piacere che ne riceverà. La donna dei romanzi cortesi spesso è una dama, vero, ma pur sempre una donna che rappresenta il sesso femminile, indiscriminatamente dal ceto sociale e questa donna è una macchina di piacere ed un forno per sfornare bambini che un domani sarebbero diventati signori o contadini, a seconda del letto in cui nascevano. Difficilmente la donna dei romanzi medievali è una donna di umili origini, questo perché gli autori (molti anonimi) dovevano scrivere per i loro signori e per avere la loro protezione dovevano scrivere storie che li avessero per protagonisti, nel bene e nel male, purchè trionfassero. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Il cavaliere: nobile e coraggioso o seduttore diabolico?&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Quanto al cavaliere, sia nei romanzi cortesi sia in quelli cavallereschi, si tratta sempre di un nobile e per lo stesso motivo appena scritto sopra. Questo cavaliere che è il protagonista indiscusso in ogni avventura, sia che le cose gli vadano bene sia che gli vadano male, è un uomo e non solo, rappresenta negativamente la piccola percentuale di membri del sesso maschile presenti nella nobiltà. Non sono uomini i cavalieri descritti dalle &lt;i&gt;chanson d’amour&lt;/i&gt;, e dalle &lt;i&gt;chanson de geste&lt;/i&gt;, ma sono burattini in mano a delle donne di cui non sanno nulla e a cui ambiscono più di qualsiasi altra cosa. Così Guigemar per amore cambia partito e si schiera contro lo stesso “&lt;i&gt;amico”&lt;/i&gt; che gli aveva chiesto aiuto e che lo ha attirato nella trappola, per una donna, quello stesso Meriaduc che dal primo momento in cui vede la protagonista si mette a farle proposte d’amore e che è disposto a tradire per lei, a tradire il legame del giuramento di fedeltà cavalleresco. Nella realtà storica, stando a quanto dice Maria di Francia, probabilmente il legame di fedeltà tra signore e cavaliere contava fino ad un certo punto, contava finchè non capitava il più ridicolo pretesto per violarlo e darsi guerra, fare i propri interessi. Per le donne, in questi romanzi, gli uomini cadono in stati catatonici &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftn4_9549" name="_ftnref4_9549"&gt;[4]&lt;/a&gt; gravi, deliri furibondi e spesso anche turpiloqui, ma poi cedono, rendendosi ridicoli a tal punto da essere spesso derisi negli stessi romanzi dalla loro stessa casta oltre che dai lettori nella realtà. L’uomo dei romanzi cortesi è un burattino nelle mani di un’avida seduttrice, se vogliamo vedere le cose nel lato più negativo e forse anche il più realistico, non c’è nessuna castità se non nelle parole, ma non nei pensieri e nelle azioni dei protagonisti. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Non si capisce se per scrittore e lettori ci sono giustificazioni per questi adulteri, anche perché la sposa è una ragazzina destinata per convenzione ad un vecchio bavoso e geloso che, per mancanza di virilità dovuta all’età, chiude il tesoretto nella torre sicuro che mai nessuno avrà diritto a usufruirne tranne lui. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Oltretutto, i cavalieri dei romanzi d’amore, dei primi almeno, sono soldati di nobili origini e la cavalleria non è ancora un ordine, una classe sociale con un proprio codice di comportamento e quindi l’amante della dama è spesso un nobile di rango inferiore, legato al marito della stessa da un giuramento di fedeltà e per mezzo del rapporto carnale tra i due, per mezzo dell’amplesso si stipula una specie di patto che consente la scalata sociale del protagonista maschile. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il protagonista maschile dei romanzi d’amore non sempre è un personaggio nobile e di rango inferiore alla protagonista femminile, a volte è lo stesso signore che si invaghisce della moglie di un proprio vassallo ed è disposto a tutto per averla, o la moglie di un proprio alleato, in uno stile del tutto simile alla leggenda arturiana in cui si narra del tradimento di Uther nei confronti di Gorlois per avere la moglie di questi, Igraine, madre di Morgana e poi di Artù. Viene così a ribadirsi un concetto che non lascia spazio alle interpretazioni: l’uomo, il maschio del Medioevo storico non è solo il burattino oggetto dei desideri femminili, ma anche il seduttore, disposto a tutto per avere la donna che desidera. Si tratta di una duplice personalità che più che mai emerge dai lais e non solo, anche dalle &lt;i&gt;chansons d’amour&lt;/i&gt;. Solo a partire da Chretien de Troyes il cavaliere diventa una figura diversa e la sua personalità evolve, tende a raggiungere obiettivi più nobili e spirituali che non terreni e carnali. Anche la donna non manca di questa doppia personalità, volutamente creata dallo scrittore dei romanzi medievali per comunicare ai lettori una realtà ben diversa dall’utopia descritta per far sognare, così la donna è sia una creatura casta sia una vorace seduttrice e Maria di Francia non manca di farlo notare in altri lais.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Note   &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftnref1_9549" name="_ftn1_9549"&gt;[1]&lt;/a&gt; L'ebano è un legno duro, compatto e scuro che si ricava da diverse specie di alberi del genere Diospyros, della famiglia delle Ebenacee. Con lo stesso termine vengono erroneamente designati anche altri legnami. La qualità di maggior pregio, per il suo colore nero e per la sua grana molto fine, è data dal Diospyros ebenum e dal Diospyros melanoxylon, provenienti dalle Indie.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftnref2_9549" name="_ftn2_9549"&gt;[2]&lt;/a&gt; Si tratta della pelliccia di un animale, un tempo diffuso nell'Europa settentrionale e successivamente scomparso in quelle zone mentre si osserva nell'Asia nord-orientale ancora oggi, sebbene sia ormai una specie protetta ed in via di estinzione. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;[3] Si tratta di un personaggio femminile che Maria di Francia presenta come la nipote di Meriaduc. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/MARIA DI fRANCIA/#_ftnref4_9549" name="_ftn4_9549"&gt;[4]&lt;/a&gt; La catatonia è una sindrome di tipo psichiatrico caratterizzata da anomalie motorie, emotive e comportamentali che può dipendere sia da patologie organiche sia psichiche. Le modalità di manifestazione della catatonia variano. I sintomi più caratterizzanti sono rigidità plastica, acinesia, stupor, manierismi, mutacismo, ripetizione automatica di parole (ecolalia) o frasi ripetute ininterrottamente a disco rotto. In alcuni casi l’immobilità viene improvvisamente interrotta da forti tremori, agitazione e talvolta fughe improvvise. Ovviamente nel Medioevo non conoscevano questa sindrome con questo nome, ma dovevano comunque conoscerne i sintomi e raramente li attribuivano all’amore, ma nella realtà storica erano piuttosto attribuiti a possessioni diaboliche. Il fatto che gli autori dei romanzi cortesi e cavallereschi usino le stesse descrizioni sintomatiche per parlare di amore, non significa che vedessero diversamente la faccenda, ma che piuttosto considerassero certe situazioni come possessioni e che vedessero gli uomini come creature deboli, possedute dall’irreprimibile desiderio sessuale nei confronti di una donna che dovevano avere a tutti i costi. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Fonti bibliografiche&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;AA.VV. (1992). &lt;i&gt;Lais di Maria di Francia&lt;/i&gt; (II ed., Vol. 24). (G. Angeli, A cura di) Milano, Italia: Pratiche Editrice.&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Catatonia&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Catatonia&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Ebano&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Ebano&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-2019627656885057499?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/2019627656885057499/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=2019627656885057499' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/2019627656885057499'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/2019627656885057499'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/09/guigemar-e-il-nodo-damore.html' title='Guigemar e il nodo d’amore'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-2616495398214308795</id><published>2011-07-22T14:55:00.001+02:00</published><updated>2011-07-31T21:54:32.217+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Maria di Francia'/><title type='text'>Maria di Francia ed i suoi Lais</title><content type='html'>&lt;h2&gt;&lt;a name="OLE_LINK6"&gt;Introduzione&lt;/a&gt;&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Di lei conosciamo solo il nome e le tre opere che, appunto per concordanza di «firma » — oltre che vicinanza di data e di elementi stilistici — sono uscite dalla sua penna: i &lt;i&gt;Lais, &lt;/i&gt;le &lt;i&gt;Fables &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;l Espurgatone. &lt;/i&gt;Nell'epilogo delle &lt;i&gt;Fables &lt;/i&gt;Maria aggiunge una postilla relativa al luogo d'origine, ma il toponimo non poteva essere più vago: &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;&lt;i&gt;Marie ai num, si sui de France&lt;/i&gt;». &lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;In apparenza laconiche, questa notizie sono già ricche se confrontate al panorama letterario in volgare del Medioevo, contraddistinto da testi senza autore e, a volte, da autori senza testo. Chi è il Turoldo che sigla la &lt;i&gt;Chanson de Roland &lt;/i&gt;nel manoscritto di Oxford? &lt;i&gt;Cosa &lt;/i&gt;ha scritto Bréri (o Bledhericus) che tanta parte sembra aver avuto nella diffusione della materia arturiana? D'altro canto, &lt;i&gt;chi &lt;/i&gt;ha scritto la &lt;i&gt;Vie de Saint Alexis, l’Aiol, Le Couronnement de Louis, Le Charroi de Nimes &lt;/i&gt;o, per farla breve, la più grossa percen­tuale della produzione oitanica fino al XII secolo? L'anoni­mato, fonte di suggestive e famose ipotesi, è un fenomeno esteso a macchia d'olio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel caso di Maria di Francia (definitivamente battezzata così da &lt;i&gt;Fauchet&lt;/i&gt; nel XVI secolo), siamo quasi fortunati. Quell'indicazione toponomastica alquanto generica a qual­cosa serve perché statuisce una diversità geografica, ambientale e linguistica fra la condizione di partenza dello scrivente e quella di arrivo. L’inattività di Maria va infatti sotto il segno dell’anglonormanno; la materia dei &lt;i&gt;Lais, &lt;/i&gt;le ci­tazioni di località della Bretagna insulare, la lingua, la conoscenza dell’inglese (Le&lt;i&gt; Fables &lt;/i&gt;sono tradotte da una raccolta anglosassone del Pseudo Alfredo) e altri dettagli interni rivelano la frequentazione della cerchia letteraria sviluppatasi alla corte di Enrico II Plantageneto. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;È naturale dunque che la scrittrice, non stando più in Francia (&lt;i&gt;France&lt;/i&gt; designa all'incirca l’Ile de France), sia portata a dire di esservi nata.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ulteriori coordinate si deducono dai testi, ma rare e ambigue. C'è un «re nobile, prode e cortese» e c'è un conte che si chiama Guglielmo. Ma di quale re e di quale Guglielmo si tratta? Premesso che le ipotesi ormai convergono su Enrico II e Guglielmo di Essex, ambedue morti nel 1189, fornisco un elenco delle identificazioni storiche che sono state di volta in volta proposte per Maria di Francia:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Maria contessa di Champagne&lt;sub&gt;?&lt;/sub&gt; figlia di Luigi VII ed Eleonora d’Aquitania; Maria sorellastra di Enrico II e poi badessa di Shaftesbury, autrice di &lt;i&gt;Una vie de Sainte Audre; &lt;/i&gt;Maria badessa di Reading; Maria figlia del conte normanno Galeran de Meulan, moglie di Ugo Talbot. Inutile dire che questa caccia al personaggio non ha portato a nulla.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Per contro, c'è chi ha smorzato lo slancio positivista di cui sopra (Richard Baum) con insinuazioni audaci che, se non altro, hanno il pregio di ridimensionare il puntiglio storico dell'indagine e ricondurre l'ago della bilancia ad un giusto mezzo. Non solo viene negata a Maria un'identità femminile: gliene viene sottratta una &lt;i&gt;tout count&lt;/i&gt;. Per diversità stilistiche e strutturali presunte, i &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;sarebbero stati eseguiti a varie mani, e in Maria si troverebbe una referenza astratta, sigla o segnale corrispondente ad una pluralità di autori. Se il meccanismo di tale decostruzione pare inaccettabile nella sua totalità, tuttavia l'importanza di una risultante troppo dimenticata: la convenzionalità del nome, elemento che accomuna molte firme di testi in antico francese. Detto questo, niente sarà da modificare nella designazione vulga­ta: la persona che ha redatto i &lt;i&gt;Lais, &lt;/i&gt;le &lt;i&gt;Fables &lt;/i&gt;e l’&lt;i&gt;Espurgatoire, &lt;/i&gt;uomo o donna che fosse, si è scelta una denominazione che, per semplicità ed economia, conviene rispettare e mantenere. La totale assenza di dati biografici porta a dare un ruolo di primo piano al contesto storico: al fatto cioè che Maria vive e scrive alla corte di Enrico, il sovrano che darà un'impronta decisiva alla rinascenza del XII secolo.&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Dopo il matrimonio con Eleonora d'Aquitania, nipote di Guglielmo IX ed ex moglie di Luigi VII, Enrico aggiunge alla Normandia e all’Angiò l’intero sudovest della Francia e si prepara ad essere incoronato re d'Inghilterra (1154). In pochi anni il suo regno si estende dai Pirenei all’Irlanda, dal Galles e alla Scozia, diventando un invidiabile modello di organizzazione giuridica ed amministrativa. Sul versante culturale e mondano fa riscontro un'analoga strategia «pro­mozionale», abbondantemente comprovata dallo scelto gruppo di studiosi e poeti che gravita attorno alla coppia reale: Pietro di Blois &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn1_8065" name="_ftnref1_8065"&gt;[1]&lt;/a&gt;, &lt;a name="OLE_LINK1"&gt;&lt;font color="#172f0e"&gt;Giovanni di Salisbury &lt;/font&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn2_8065" name="_ftnref2_8065"&gt;[2]&lt;/a&gt;, Walter Map &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn3_8065" name="_ftnref3_8065"&gt;[3]&lt;/a&gt;, &lt;a name="OLE_LINK2"&gt;&lt;font color="#000000"&gt;Giraud de Barri&lt;/font&gt;&lt;/a&gt;, &lt;a name="OLE_LINK3"&gt;&lt;font color="#172f0e"&gt;Benoît&lt;/font&gt; &lt;/a&gt;de SainteMaure &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn4_8065" name="_ftnref4_8065"&gt;[4]&lt;/a&gt;, Wace &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn5_8065" name="_ftnref5_8065"&gt;[5]&lt;/a&gt;, gli autori del &lt;i&gt;Roman de Thèbes &lt;/i&gt;e dell’&lt;i&gt;Eneas, &lt;/i&gt;per&lt;i&gt; &lt;/i&gt;non parlare della cerchia di trovatori che si avvalse della protezione di Eleonora nelle corti del Poitou e dell'Aquitania. Per questo e per congenite disposizioni che immutate traspaiono dai ritratti sia apologetici che denigratori, Enrico apparve come la vivente incarnazione del binomio &lt;i&gt;clercchevalier&lt;/i&gt;&lt;i&gt;.&lt;/i&gt;Amante del­la caccia e, anche per forza di cose, esperto guerra, il duca di Normandia coltivava altresì la passione delle lettere e dell’erudizione. Pietro di Blois, ambasciatore e anche se­gretario dell'arcivescovo di Canterbury, insiste sulle versa­tili propensioni del sovrano: ardito, eloquente, colto, libe­rale, munifico, morigerato, urbano, giusto. Fra tutte le doti spicca la saggezza ottenuta attraverso l'istruzione e lo stu­dio, perché il principe illetterato è come una nave senza re­mi, un uccello senza penne!&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;navis est sine remige, et volu­cris sine pennis»&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Meno ideale della sintesi armoniosa fra la penna e la spada pare essere il carattere inquieto di Enri­co che, sempre a detta di Pietro di Blois, era incapace di stare seduto e rifuggiva dai soggiorni a palazzo adottando la formula del movimento continuo. Così, quella che si con­sidera la prima monarchia moderna e centralizzata non ave­va affatto un centro. trascorrendo dall'isola al continente e dal continente all'isola, la corte dei dignitari &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn6_8065" name="_ftnref6_8065"&gt;[6]&lt;/a&gt;, eruditi, mimi, istrioni &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn7_8065" name="_ftnref7_8065"&gt;[7]&lt;/a&gt; e giullari si componeva e ricomponeva assumendo una fisionomia sempre più mondana.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quest’atmosfera cosmopolita e poliglotta &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn8_8065" name="_ftnref8_8065"&gt;[8]&lt;/a&gt; diventa, in quanto disinvolta mistura di sacro e profano, il bersaglio preferito della trattatistica in latino (famosa l'equazione di Walter Map: &lt;i&gt;curia &lt;/i&gt;= inferno). Ma si confà perfettamente a chi, come Maria di Francia, esperimenta la difficile fusione fra il messaggio cristiano e l'amor cortese. Niente di più fa­cile che il nome della poetessa sia addirittura il segno di questa compenetrazione: il divino (Maria) unito al terreno (Francia). &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;È già stato del resto ipotizzato un investimento&lt;i&gt; &lt;/i&gt;simbolico per la denominazione di Chrétien de Troyes (Ro­ger Dragonetti, &lt;i&gt;La vie de la lettre au Moyen Age, &lt;/i&gt;Paris, 1980): se &lt;i&gt;Troyes&lt;/i&gt; è Troia, l'autore di &lt;i&gt;Perceval &lt;/i&gt;è un cristianopagano e l'opera tutta si iscrive e sì spiega nello sdoppia­mento proposto dal dato onomastico. Anche per Maria si tratta di una duplicità consustanziale &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn9_8065" name="_ftnref9_8065"&gt;[9]&lt;/a&gt;, cioè più interna che esterna: la bipartizione fra opere di ispirazione religiosa co­me &lt;i&gt;L’Espurgatoire Saint Patrice &lt;/i&gt;e opere mondane come le &lt;i&gt;Fables &lt;/i&gt;e i &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;copre infatti quella più sottile che si svolge fra le trame favolistiche. Il compito sacrale che Maria si assume nel presentare i &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;riflette, oltre ad una norma poetica, il tentativo di conciliare una materia terrena e frivola con un messaggio educativo che superi la pura e semplice etica dell'amore. Siamo, insomma, in pieno «dilemma romanzesco». Ma la formula cortese è ormai vincente. Nel &lt;i&gt;Liber de Confessione &lt;/i&gt;Pietro di Blois, dopo aver premesso che “&lt;i&gt;nessuna emozione è salutare se non procede&lt;/i&gt;&lt;i&gt; dall'amore per Cristo&lt;/i&gt;», constata rassegnato che i racconti di Artù, Galvano e Tristano muovono alle lacrime l'udi­torio. Segno che le «favole menzognere» si erano ormai guadagnate il favore del pubblico.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;I Lais come nuovo genere letterario medievale&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Accanto al ciclo epicostorico e antico, i &lt;i&gt;Lais&lt;/i&gt; rappresentano e inaugurano, assieme ai romanzi di Chretien de Troyes, un genere nuovo, moderno e contrapposto ai primi. È il momento in cui, nella seconda metà del XII secolo, il fascino enigmatico della materia di Bretagna — definita     &lt;br /&gt;da Dante con la discussa espressione di «&lt;i&gt;Arturi regis ambages&lt;/i&gt;» finisce per dominare la scena letteraria in volgare francese, intrecciandosi strettamente alle modalità del &lt;i&gt;fin amor&lt;/i&gt;. Non sorprende trovare nel prologo dei &lt;i&gt;Lais&lt;/i&gt; una vera e propria dichiarazione di fede in chiave di &lt;i&gt;querelle&lt;/i&gt; tra &lt;i&gt;anciens&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;modernes&lt;/i&gt;. Maria elogia l'operato dei predecessori, saggi e autorevoli, elogia lo studio paziente, il lavorio di traduzione, glosse e rifacimenti moralizzati. Ma annuncia l’intenzione di far cosa diversa ed abbandonare sia &lt;i&gt;auctoritates c&lt;/i&gt;he modelli consacrati per dedicarsi ad argomenti moderni. Che sono, nella specie, i &lt;i&gt;Lais&lt;/i&gt; o racconti brevi diffusi per tradizione orale e destinati a perire nella memoria collettiva.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In questa premessa, ancora sottoposta a letture ingegno­se, è palese il motivo del &lt;i&gt;puersenex&lt;/i&gt; o della lungimiranza dei giovani rispetto agli anziani. Il famoso adagio di Bernardo di Chartres &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn10_8065" name="_ftnref10_8065"&gt;[10]&lt;/a&gt; — &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;&lt;a name="OLE_LINK4"&gt;noi siamo come dei nani sulle spalle dei giganti e per questo il nostro sguardo va oltre il loro&lt;/a&gt;» &lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;riecheggiato da Pietro di Blois, &lt;a name="OLE_LINK5"&gt;&lt;font color="#172f0e"&gt;Alano di Lilla&lt;/font&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn11_8065" name="_ftnref11_8065"&gt;[11]&lt;/a&gt;, (Giovanni di Salisbury, è in fondo un'arma a doppio taglio: l'orizzonte dei nani è comunque più ampio. Ma nel &lt;i&gt;topos, &lt;/i&gt;oltremodo corrente, Maria nasconde un'allusione datata e precisa in direzione dei moderni più vicini e meno audaci in fatto di scelte. Il &lt;i&gt;Roman d'Alexandre&lt;/i&gt;, il &lt;i&gt;Roman de Thèbes&lt;/i&gt;, l’&lt;i&gt;Eneas&lt;/i&gt; volgarizzano una materia antica; Wace, fortunato diffusore della leggenda arturiana col &lt;i&gt;Roman de Brut, &lt;/i&gt;non si esime     &lt;br /&gt;dal riagganciare la genealogia bretone ad origini troiane, riscattando in questo modo la sospetta nobiltà della sua storia. Questo ambiente così permeato di eloquente ossequio &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn12_8065" name="_ftnref12_8065"&gt;[12]&lt;/a&gt; alla sapienza dei classici — poco importa che tale ossequio fosse poi smentito nella lettera da vistose innovazioni — è il punto di riferimento di Maria di Francia. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I suoi &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;sono una risposta disinvolta all'esigenza, da molti proclamata, di comunicare il proprio sapere ed acquistare il privilegio, per sé e per l'opera scritta, dell'immortalità. L'anonimo autore     &lt;br /&gt;del &lt;i&gt;Roman de Thèbes &lt;/i&gt;vanta con sfacciata immodestia l'alta qualità del suo racconto lanciando strali &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn13_8065" name="_ftnref13_8065"&gt;[13]&lt;/a&gt; a quelli che saranno, di lì a poco, i temi dei &lt;i&gt;fabliaux: &lt;/i&gt;«Non vi parlerò di pellai, né di villani, né di pastori: ma vi narrerò di due fratelli...». Dal canto suo Maria, senza arrivare ai pellai e ai villa     &lt;br /&gt;ni, recide il patto con una tradizione elevata. Non più Eteocle e Polinice, né Enea, né Latino, ma cavalieri patinati di magia bretone e appena sfiorati dal tocco della regalità arturiana: ancora dubbia, del resto, viste le non poche perplessità che circolavano attorno alla figura del figlio di     &lt;br /&gt;Uther. Lo stesso Giraud de Cambrai, cappellano, segretario, ambasciatore, riformatore e storico della corte plantageneta, parla con ironico scetticismo nella &lt;i&gt;Descriptio Kambriae, &lt;/i&gt;verso la fine del secolo, del «nostro famoso, per non dire favoloso Artù». E il termine «favoloso», cioè «non veridico», ricorre anche nel già citato &lt;i&gt;Liber de Confessione &lt;/i&gt;di Pietro di Blois.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ciò non toglie che Maria assuma appieno i rischi dell'in­novazione, in parte autorizzata dai supporti della cronaca latina di &lt;i&gt;Geoffrey de Monmouth&lt;/i&gt; — &lt;i&gt;Historia regum Britannìae &lt;/i&gt;— e della sua traduzione — il &lt;i&gt;Roman de Brut &lt;/i&gt;di Wace —, in parte rafforzata da modelli narrativi già di successo. È Wace che menziona «novellieri» e «favolisti» alle prese con i prodigiosi fatti di Bretagna, avvalorando la tesi di una moda celtica sviluppatasi già nella prima metà del XII secolo. Di questi &lt;i&gt;fabulatores&lt;/i&gt; non è rimasto neppure un rigo, ma bastano rimandi espliciti e notizie indirette per dar corpo ad un filone arturiano da cui hanno origine leggende famo­se come quella del Graal e del re pescatore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La stessa parola &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;(&lt;i&gt;laid &lt;/i&gt;in antico irlandese) è di radice celtica^ designa originariamente non tanto un racconto, cioè una forma narrativa, quanto una melodia, una canzone. A lungo è stato discusso se tali canzoni fossero prive di parole o se una storia accompagnasse e forse precedesse sinteticamente (tali le razos dei provenzali) la parte musicale rendendo così possibile l’esplicitazione scritta. Tra l'ipotesi esclusivamente strumentale e quella strumentale-vocale, te­stimoniate con sensibili oscillazioni e quindi ambiguamente da Maria di Francia e successori, la seconda è meno&lt;sub&gt; &lt;/sub&gt;costosa e più plausibile. Dalla difficoltà la prima trae invece il suo fascino, compendiabile in non poche implicazioni enigmati­che. Quale «avventura» sta alla base del lai musicale e poi del racconto (&lt;i&gt;contè&lt;/i&gt;)? Quanta parte ha l'invenzione nella ste­sura scritta?&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Quale che sia la fonte, semplice melodia o melodia più voce, è innegabile il ruolo primario attribuito ai titoli, spes­so forniti in più lingue e specificati con estrema minuzia: tanto da assumere l'aspetto di preziosi residui o tracce di un evento altrimenti votato all'oblio. &lt;i&gt;Bisclavret&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Guigemar&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Laùstic&lt;/i&gt;, più che semplici segnali mnemonici tradotti e quin­di indicati esaustivamente al modo dei &lt;i&gt;jongleurs &lt;/i&gt;(il pubblico della Gran Bretagna nel XII secolo era potenzialmente tri­lingue: si parlava Anglonormanno, il celtico e l'inglese), sono nucli capaci di generare la materia narrativa per la lo­ro intrinseca forza evocatrice. Il racconto è in qualche mo­do conseguenza del nome. Si presta bene a servire da esem­pio il &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;più breve e anche più famoso. In &lt;i&gt;Chievrefoil &lt;/i&gt;Maria riporta un episodio marginale della leggenda tristaniana. Ormai separato dalla regina, il nipote di Marco cerca disperato di mettersi in contatto con lei ed escogita uno stratagemma. Taglia un ramo di nocciolo, vi incide sopra il suo nome e lo lascia nella foresta che Isotta dovrà di lì a poco attraversare per recarsi ad una festa. Isot­ta vede il bastone intagliato, ordina al suo seguito di fer­marsi e raggiunge Tristano. Il senso del messaggio è più o meno questo: lui non può vivere senza di lei, né lei senza di lui, così come il caprifoglio e il nocciolo avvinghiati muoio­no quando si cerca di dividerli &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn14_8065" name="_ftnref14_8065"&gt;[14]&lt;/a&gt;. Dopo il distacco Tristano, eccellente musico, compone un nuovo &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;che gli inglesi chiamano &lt;i&gt;Gotelefe &lt;/i&gt;i francesi &lt;i&gt;Chievrefoil. &lt;/i&gt;A sua volta Maria porta a compimento l'opera dell'amante artista trascriven­do in distici di ottonari l'intero episodio. Episodio breve ma quanto mai travagliato da interpretazioni sottili di cui trattengo solo quella che rimanda alla virtualità generativa del nome. La metafora dell'unione-scissione, indicata aper­tamente dal testo, rispecchia quella della scrittura che evo­ca amore e dolore perché l'atto dell'incisione è marca di violenza e testimonianza di infelicità. Le lettere del nome Tristan, o meglio, secondo una tradizione attestata, Tristram (cioè «triste ramo») sono una esplicitazione dello sta­to dilemmatico in cui vivono i due innamorati e in cui si ri­sòlve, senza niente concludere, il racconto stesso. &lt;i&gt;Tristram, &lt;/i&gt;come titolo intercambiabile rispetto a &lt;i&gt;Chievrefoil &lt;/i&gt;che lo rappresenta, assume e riassume l'essenza stessa di quell'av­ventura che Maria si è limitata a commemorare (o che Ma­ria ha ricostruito se &lt;i&gt;remembrer = &lt;/i&gt;«riunire le sparse mem­bra»), equiparandosi al Tristano cantore musico del &lt;i&gt;lai. &lt;/i&gt;In scala cronologica si possono allora distinguere tre ruo­li e tre fasi:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="clip_image002[4]" border="0" alt="clip_image002[4]" src="http://lh5.ggpht.com/-vaQk8Cuvg84/TilzLgWhtaI/AAAAAAAAJc0/8YkXvIPHONc/clip_image002%25255B4%25255D%25255B3%25255D.png?imgmax=800" width="800" height="414" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;em&gt;Figura 1 – Ruoli e fasi di Tristano secondo Maria di Francia&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Questo gioco speculare di &lt;i&gt;auctores &lt;/i&gt;e di nomi è riconoscibile «anche nel &lt;i&gt;Chaitivel, &lt;/i&gt;in cui si narra di una dama che ha &lt;i&gt;i &lt;/i&gt;pretendenti e non sa decidere a quale di essi concederà il proprio amore. Nel dubbio, li incoraggia tutti quan­ti. Per acquistare gloria ai suoi occhi, i cavalieri si impegna­no in un torneo rischioso che costerà a tre di loro la vita. Al superstite però non tocca alcun privilegio. La dama non può, per dignità e rispetto degli altri, cedere all'unico so­pravvissuto. Inoltre è realmente affranta dal dolore e deci­de di comporre un &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;per tramandare la tragica storia di cui è stata spettatrice e partecipe; onde non fare ingiustizie, sceglie un titolo che le pare meglio riassumere la condizione sua e dei suoi innamorati &lt;i&gt;(Quatre Dols = I quattro dolori). &lt;/i&gt;L'esito della storia rinvia, come nel &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;tristaniano, ad un ambito metaforicopoetico, perché l'azione in sé cessa di procedere e si conclude in una commemorazione lirica che Maria di Francia raccoglie e mette in versi. Tuttavia il rac­conto suscita nell'epilogo ulteriori riflessioni sulla centrali­tà del titolo. Il cavaliere superstite supplica infatti la dama di trasformare &lt;i&gt;Quatre Dols &lt;/i&gt;in &lt;i&gt;Chaitivel &lt;/i&gt;con un duplice sco­po: ottenere imperitura memoria e avere il riconoscimento di un oggettivo surplus di dolore. Fra tutti e quattro è in­fatti lui il più infelice &lt;i&gt;(chaitis &lt;/i&gt;= meschino, misero) perché, pur essendo sopravvissuto, è condannato alla più atroce delle condanne: vivere accanto alla donna amata e non go­dere presso di lei di nessun favore.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il processo rituale che si svolge attorno al titolo di &lt;i&gt;Chaitivel &lt;/i&gt;indica nettamente che al nome, in quanto detentore del­l'essenza lirica originaria, è legata la ricostruzione dell'av­ventura e del suo senso. Ma in questa catena ci sono parec­chi anelli mancanti. &lt;i&gt;Se Eliduc &lt;/i&gt;è, al pari dei due &lt;i&gt;lais &lt;/i&gt;ora cita­ti, foriero &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn15_8065" name="_ftnref15_8065"&gt;[15]&lt;/a&gt; di soluzioni contenutistiche — perché la denomi­nazione originaria &lt;i&gt;(Guilliadon e Guildeluec) &lt;/i&gt;racchiude l'a­nagramma di quella prescelta e suggerisce la storia &lt;i&gt;(Elidue &lt;/i&gt;= «eles deus» con l'indicazione del tema: «l'uomo dalle due mogli») —, altri racconti sono meno rivelatori e ancora lunga è la strada da percorrere in questa direzione. Senza contare i rischi di analisi anche troppo acute. Goethe dice­va, con suprema vaghezza, che la bellezza dei &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;era l'effetto della «nebbia degli anni» e del mistero che invariabil­mente protegge ogni opera lontana nel tempo. Ora, dopo che filologia e storia hanno diradato tale nebbia e ridotto la distanza, si scrutano i giochi complessi della lettera e le funzioni del nome. Conforta ricordare che è la stessa Maria ad autorizzarci: &lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;I filosofi lo sapevano, / essi stessi capiva­no / che, col passar del tempo, / il senso dei loro scritti sa­rebbe apparso più sottile»&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Senza arrivare ad applicazioni del moderno concetto di polisemia della scrittura delle donne, c'è chi ha tentato, sul­la scia della destinazione salottiera dei &lt;i&gt;Lais, &lt;/i&gt;di estrarre dal {lattato un contenuto unitario di marca femminista, come l'elogio, incondizionato dell'amore o l'apologia del sesso de­bole. Ma nessun indizio decisivo in questo senso trapela dai casi che Maria sottopone con imparzialità di giudizio e sen­za precisi scopi. È questa una discriminante rispetto al &lt;i&gt;fa­bliau, &lt;/i&gt;altro esponente della narrativa breve in cui è convo­gliata con ritmo costante una morale spiccia ma pur sempre esemplificatrice. Solo in &lt;i&gt;Equitan, &lt;/i&gt;dove per l'appunto la donna viene gettata in un calderone d'acqua bollente, un autentico proverbio suggella la punizione degli amanti col­pevoli:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Chi volesse dedurre una morale potrebbe qui trovarne un esempio: chi cerca di far male agli altri, poi tutto il male ricade su di lui. »&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Non so se l'eccezionalità derivi dalla natura abnorme di questo racconto, che già Bédier liquidò sommariamente tacciandolo di «volgare fatto di cronaca». I protagonisti del &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;sono comunque rei di tentato omicidio ai danni di un marito ingombrante e non stupisce che su di loro ricada la giustizia divina e la disapprovazione della narratrice. Ma allora perché il figlio di Milun, d'accordo col padre, medita impunemente l'assassinio dell'innocente patrigno per riuni­re i genitori? E perché, a parità di condizioni, esiti così di­versi contrassegnano amori contrastati? Il motivo del mari­to geloso e della moglie vittima è trattato, ad esempio, con estrema varietà: posto che il matrimonio infelice è un lega­me a buon diritto passibile di scissione, non si capisce per­ché, sempre nell'ipotesi di un'etica del cuore, &lt;i&gt;Laùstic, Yonec &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Guigemar &lt;/i&gt;propongano sviluppi tanto distanti. C'è chi vive felice assieme all'amata, chi resta per sempre separato da lei e chi muore. Altrove, legami puri e degni di corona­mento si concludono con una tragedia &lt;i&gt;(Deus Amanz) &lt;/i&gt;e rap­porti illeciti con un lieto fine &lt;i&gt;(Eliduc): &lt;/i&gt;e dovunque Maria sembra assentire, come se ogni situazione avesse una sua logica interna coincidente con quella del fatto avvenuto e così tramandato.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Allora, più che un’etica, adrà ricercato semmai un orientamento psicologico dell’autrice verso la piega che di volta in volta prendono gli eventi. Insomma, degli indizi di partecipazione emotiva che tradiscano una propensione o un rifiu­to nei confronti, del caso o delle reazioni umane. Il compor­tamento di Maria non va però al di là di un contenuto e prevedibile «interventismo» da interpretarsi meno come una presa di posizione morale che come un sottofondo rit­mico: al modo in cui la musica, nelle sequenze filmiche, anticipa, avverte o sottolinea. «Ah! se avessero saputo che erano sorelle», esclama la narratrice quando Gurun deve sposare Codre per ragioni dinastiche e di rango lasciando Fresne, la trovatella che ama. E a turno troviamo cenni di approvazione e disapprovazione «Che barbara azione ha commesso!»), di compianto: «Come è in­felice uno straniero privo di soccorso in un paese non suo!») e profetico sgomento «Dio, per­ché non era al corrente dell'inganno che aveva ordito quel vigliacco!»). &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Queste notazioni, che vogliono soprattutto stringere un legame ideale tra voce narrante e pubblico, non escono da schemi di repertorio e non aiutano a traccia­re una mappa del senso dei &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;che superi la generica esaltazione dell'amore sincero.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si ricava quindi un'impressione di prospettiva frammen­taria e cangiante — per cui Spitzer parlò di &lt;i&gt;Problem-Mär­chen, &lt;/i&gt;o favole che illustrano un problema ogni volta diverso — che è anche conseguenza dell'opzione strutturale di Ma­ria per la forma breve; opzione che cela, in rapporto alle scelte coeve &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn16_8065" name="_ftnref16_8065"&gt;[16]&lt;/a&gt;, un notevole grado di sperimentalismo e di innovazione. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Basta guardare alla produzione circonvicina che, tradotta in cifre, stava toccando punte vertiginose. Benoit sfiorerà i 30.000 versi col &lt;i&gt;Roman de Troie, &lt;/i&gt;dopo i 15.300 del Roman de Brut e i 10.000 dell'&lt;i&gt;Eneas&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;Roman de Thèbes. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Maria invece si rifugia nelle misure piccole e non a tor­to la troviamo spesso paragonata ad una miniaturista di­screta, amante delle mezze tinte e dei toni pacati. Ma, agli albori della letteratura cortese tutto è miniatura. L'autore dell'&lt;i&gt;Eneas &lt;/i&gt;impiega complessivamente trecento ottonari per descrivere la tomba e la sepoltura di Camilla e quasi mille per analizzare i dilemmi dell'amore nascente nel cuore di Lavinia, centellinando frazioni emotive e parcelle di muta­menti psicofisici. Altrettanto si può dire di Benoit de Sainte-Maure, audace trascrittore della saga troiana: anche lui mira al dettaglio, e l'amplificazione va in profondità. Il quadro classico galante della lunga guerra mantiene tutto sommato dimensioni ragionevolmente prevedibili mentre all'interno dello spazio così delimitato i particolari si accu­mulano in una imprevedibile congerie di prolungamenti esornativi, al modo di certe tele fiamminghe. L'esorbitante è dunque una naturale conseguenza del gusto per la micro­scopia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Senza abbandonare la metafora, Maria è allora, fra tanti maestri della miniatura, quella che più tiene un equilibrato dosaggio fra sfondo e soggetti. E in questo senso il parago­ne con i romanzi antichi non è né casuale né soltanto esem­plificatore, perché i &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;propongono, con una serie antite­ticamente omogenea di soluzioni, una tecnica diversa per le stesse situazioni cortesi ormai diventate di moda.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sulle tracce della favolistica classica, la dimensione ester­na è contenuta e, all’interno, il tocco narrativo è sobrio: raramente l'autrice indulge in pezzi di bravura pur nell'esecuzione di motivi ereditati e ormai famosi. A tal proposito, è stato osservato più volte che Maria è debitrice &lt;i&gt;all'Eneas di &lt;/i&gt;alcuni dei passi più significativi. Guigemar e la dama soffrono le stesse pene d'amore di Enea e Lavinia, su Lanval grava un sospetto di omosessualità proprio come su Enea, il ritratto dell'amica di Lanval risente dell'influsso di Camil­la, in &lt;i&gt;Equitan &lt;/i&gt;l'innamoramento è esplicitato con termini si­mili a quelli usati per Didone, Lavinia ed Enea, Eliduc soc­corre il signore di Exeter come Enea viene in aiuto a Lati­no: e così di seguito. C'è poi chi ha pensato che Maria, nel redigere i suoi racconti, tenesse costantemente sotto gli oc­chi il rifacimento di Virgilio e chi ha concluso, per tagliar corto, che l’&lt;i&gt;Eneas &lt;/i&gt;l'avesse scritto lei, saltando a pie pari obiettive discrepanze e di data e di stile. E vero invece che l'autrice dei &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;non cede così vistosamente alla moda ovidiana — via &lt;i&gt;Eneas &lt;/i&gt;e riadattamenti «antichi» — senza un preciso disegno concorrenziale e alternativo. Il primo e l'ul­timo &lt;i&gt;lai, &lt;/i&gt;con due tipi diversi di distorsione, possono bene servire da esempio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In &lt;i&gt;Guigemar, &lt;/i&gt;quando l'eroe approda nel paese in cui una bellissima fanciulla vive prigioniera di un marito geloso, Amore scocca i suoi dardi, apre piaghe profonde e getta le sue vittime nel ben noto stato di ambiguo tormento. Lui langue e monologa nottetempo oscillando fra opposte de­terminazioni: quanto a lei, soffre e veglia e poi va in chiesa di primo mattino, indebolita da una ferita «di cui niente traspare all'esterno». In contesto diverso è lo stesso mecca­nismo escogitato per l’innamoramento-fiume del poema virgiliano rivisitato. Ma i travagli e le incertezze durano poco. Guigemar confessa il suo amore e chiede di essere ri­cambiato; secondo uno dei tanti schemi previsti, la dama si ritrae, ha paura di una resa troppo facile. A questo punto l'eroe mostra di voler concludere; spazzate via le intermi­nabili esitazioni, i sottili argomenti e le postille speciose del modello, forza l'amata con piglio brusco: al limite della «scortesia». L'epilogo fa precipitare la situazione verso un livello medio basso: «finiamola con questa diatriba!» («&lt;i&gt;finons cest plait&lt;/i&gt;!»). Tanto spirito pratico non può essere in­nocente. Appare anzi come una risposta alle incontenibili disquisizioni della fonte con cui Maria continua a dialogare e a cui sottrae incastri preziosi restituendoli stravolti in ag­giornate combinazioni.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nel caso dell'ultimo &lt;i&gt;lai, Eliduc, &lt;/i&gt;i frammenti citazionali assumono una funzione di contrappunto meno chiaramente provocatoria ma altrettanto eloquente. L'eroe del racconto omonimo è caduto in disgrazia presso il suo re e si vede co­stretto ad emigrare in un paese straniero per offrire con profitto i suoi servigi. Il vecchio signore di Exeter, che lo ha accolto con gioia anche perché afflitto da continue guer­re, ha una figlia che si innamora a prima vista del cavaliere ignorando che quest'ultimo è sposato. A partire da questo momento il racconto segue passo passo la vicenda di Didone nell’Eneas. Quando il protagonista del &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;deve lasciare il paese, richiamato come Enea alla sua missione, la figlia del re si dispera e minaccia il suicidio mimando con fatti e pa­role, ma in forma abbreviata, il percorso della «&lt;i&gt;infelix Dido&lt;/i&gt;» in versione medievale. Eliduc però, con decisione im­provvisa, si porta dietro la fanciulla e, rotta la catena dei parallelismi testuali, apre la strada al dilemma del marito con due mogli. Questa volta Maria sdrammatizza e riduce la misura del rifacimento più sul piano tematico che retori­co, affermando la sua autonomia col «tradire» la fonte fino ad allora seguita. Al modello si applica insomma una violen­za non immediatamente percepibile, tanto da essere spesso confusa col plagio: mentre il registro più vicino è semmai quello della parodia. Simili manipolazioni vanno infatti si­tuate nel contesto delle trasformazioni culturali e letterarie di questo scorcio di secolo e adeguatamente interpretate. La materia di Bretagna, come si è già osservato, soppianta a quest'altezza nel gradimento del pubblico sia l'epopea na­zionale sia il riadattamento classico, per cui ogni citazione dei generi concorrenti — quanto meno sospetta — deve es­sere sottoposta a cauzione.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;La tecnica della scrittura dei lais&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Il rapporto col più importante esponente della trilogia antica serve ad illustrare, attraverso la disinvolta scissione da modalità romanzesche che vengono piegate a nuovi usi, una delle scelte fondamentali che presiedono ai &lt;i&gt;Lais. &lt;/i&gt;Al ge­nere narrativo breve si addice uno stile conciso e, di conseguenza, ferma restando l’adesione al gusto ovidico, al centralismo dell'intreccio, erotico e allo splendore mutuato influssi orientali, le se sequenze presenti negli archetipi vengono tagliate. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In ogni caso Maria ha una sua personalità tecnica di quello che, in assenza di termine italiano corrispondente, possiamo chiamare &lt;i&gt;decoupage: &lt;/i&gt;ci sono scene brevissime laddove ci aspetteremmo un maggiore respiro (viene in mente l'estrosa velocità di Stendhal) e, a dispetto     &lt;br /&gt;della rigorosa economia interna, scene dilatate con funzione rappresentativa più che descrittiva. La gestualità sottolineata con tanta frequenza, come l'atto del personaggio che si toglie il mantello &lt;i&gt;(Lanval, Fresne), &lt;/i&gt;lo ripiega, lo adagia sotto la testa &lt;i&gt;(Lanval), &lt;/i&gt;potrebbe far pensare ad un inutile spreco: mentre siamo di fronte ad un calcolato gioco di am­plificazioni ed ellissi che suggerisce con insistenza un im­pianto visivo, una sorta di proiezione in immagini del testo scritto. Si osservi, in &lt;i&gt;Yonec, &lt;/i&gt;lo stacco deciso che copre uno spazio di anni: «Con suo marito rimase giorni e giorni...» e, per contro, la rallentata progressione del pel­legrinaggio notturno: la dama salta dalla finestra con una semplice camicia addosso e cerca le tracce di sangue, per­corre un sentiero, arriva ad una collina, trova un varco, lo attraversa e vede un prato chiazzato di rosso, prosegue e scorge le mura di cinta di una città. Il colore è la dominante della lunga sequenza: spicca il sangue sui lenzuoli e, fra le tenebre, nel sentiero, nel verde del prato, nel pavimento del palazzo. Per tutta la durata del cammino il nostro sguardo coincide con quello della dama fino alla fatidica terza stanza dove giace morente il cavaliere.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Una simile concezione dello spazio e del tempo, lungi dall'obbedire alle regole delle Arti Poetiche, sembra rispon­dere a strategie espressive alquanto sorprendenti. Nella &lt;i&gt;dispositio&lt;/i&gt; era ammesso, accanto all’&lt;i&gt;ordo naturalis&lt;/i&gt;, l’&lt;i&gt;ordo artificialis&lt;/i&gt;. Ma, col termine «artificiale», si intendevano anticipazioni o posticipazioni dei fatti avvenuti, al modo in cui Virgilio, nell’&lt;i&gt;Eneide&lt;/i&gt;, rompe la storia lineare con analessi &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn17_8065" name="_ftnref17_8065"&gt;[17]&lt;/a&gt; e prolessi &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn18_8065" name="_ftnref18_8065"&gt;[18]&lt;/a&gt;. Quanto alla trattazione della materia nella prospettiva della durata, le poetiche medievali, con appropriazione indebita di schemi classici (spostamento dell’applicazione dal piano delle idee a quello della redazione dell'opera), prevedevano due possibilità: amplificare o abbreviare.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La scarsa fortuna della &lt;i&gt;brevitas&lt;/i&gt; è nota. I procedimenti dell’&lt;i&gt;amplificatio&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;interpretatio, comparatio e descriptio&lt;/i&gt;) assumono invece un grande peso. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Pur prendendo partito per l'ordine naturale, rende artificiale, se così posso dire, l'amplificazione. Sull'asse che Barthes chiama «aspettuale o durativo» i rallentamenti seguono spesso (è il caso di &lt;i&gt;Yonec) &lt;/i&gt;principi non codificati e le accelerazioni sono altrettanto anomale. &lt;i&gt;Digressio &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;descriptio &lt;/i&gt;non funzionano più, o non sempre, da parametri perché il racconto si impone con un ritmo proprio in cui si fondono componenti psicologiche e di resa espressiva. Di tale fatta è, ad esempio, il movimento che occupa la parte centrale di &lt;i&gt;Yonec. &lt;/i&gt;Da un lato, sfruttando il mezzo della dilazione, Maria tende a mettere in rilievo una ricerca che è strutturalmente fondamentale: dall'altro, la lunga peregrinazione è anche direttamente proporzionale all'amore della dama e alla sua colpa per eccesso dello stesso amore (la &lt;i&gt;desmesure).&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Come in parecchi &lt;i&gt;découpages &lt;/i&gt;d'autore, si sfiora lo stato di grazia della gratuità. È il caso di quei «sottili fatti di lu­ce» — così li chiama Contini —, bianchi raggi lunari, chiarori del mattino, ombre che si profilano (quella dell'a­store in &lt;i&gt;Yonec) &lt;/i&gt;facendo presagire misteriose apparizioni. Altrove, improvvisi primi piani irrompono relegando sullo sfondo l'azione: ma si tratta spesso, più che di «dettagli inutili» — pur così frequenti in questa narrativa che ama indulgere nel quotidiano —, di sottolineature simboliche che preparano l'evento straordinario. Così il cavallo di Lanval si mette d'un tratto a tremare «Ma il suo ca­vallo tremava forte» quando l'eroe arriva nel prato dove incontra la fata; e, alla vista dell'astore che si trasforma in uomo, la dama ha un sussulto, freme e fa Fatto di coprirsi la testa «Grande paura ebbe, si coprì la te­sta». Sono i segni premonitori di un elemento strettamen­te connesso all'amore e che, per comodità, chiamo «avven­tura».&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;I lais come storie di avventura&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;A dire il vero il termine &lt;i&gt;aventure &lt;/i&gt;non ha ancora il senso enigmatico che assumerà con l'autore di Lancelot e se­guaci. Nei &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;è sinonimo di storia, vicenda che si suppone degna eli essere tramandata alla memoria dei posteri. Ma, a prescindere da rigorose corrispondenze testuali, nella mag­gior parte dei casi d'amore illustrati, un ruolo determinante sostiene l'improvvisa tensione o costrizione del protagonista ad una partenza verso mete sconosciute (l'avventura, appunto, in senso stretto). Guigemar entra in una nave sen­za equipaggio e si lascia trasportare inerte verso una sorte che si rivelerà straordinaria; la fanciulla che ama si affida alla medesima imbarcazione sempre priva di timoniere; Elidue attraversa il mare senza un preciso disegno; Lanval va­ga nella foresta; l'amante di Muldumarec segue intrepida le tracce di sangue del cavaliere ferito a morte. Il motivo del piaggiò è dappertutto, anche nel distacco che segnala vita di Fresne. Colpevole di un parto gemellare, la madre di Fresne la consegna alla domestica più fidata perché se ne sbarazzi secondo le consuete norme. Di notte la neonata percorre un bosco misterioso (la traversata notturna è qui la marca di un'elezione) e si allontana per sempre dalla casa natale. Quanto a Bisclavret, è costretto a errabondare per la foresta con sentimenti di uomo e sembianze di lupo. E i due amanti del &lt;i&gt;lai &lt;/i&gt;omonimo &lt;i&gt;(Deus Amanz) &lt;/i&gt;muoiono al ter­mine di una corsa che è metafora di allontanamento dal veto originario.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nei &lt;i&gt;Lais &lt;/i&gt;l’&lt;i&gt;errance &lt;/i&gt;è tuttavia., più che un fine come nei romanzi arturiani, il mezzo di gran lunga più frequente per l’espletamento dei singoli destini. Solo nel caso di Guige­mar sì può avanzare l'ipotesi di un'avventura esterna che coincide con un approfondimento interiore: il cavaliere gio­vane ma noncurante dell'esperienza amorosa si avvia, dopo l'incontro fantastico con una cerva che parla, verso una presa di coscienza totale del proprio io. La nave in cui sale lo porta proprio a colmare una mancanza fondamentale (amare e quindi soffrire), e soltanto dopo non poche vicissi­tudini in cui il binomio gioia dolore è ampiamente speri­mentato l'eroe può dire che il suo apprendistato è com­piuto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Un dato costante dell'itinerario è il legame con l'evento meraviglioso, tipico tratto della materia di Bretagna. Lanval trova nella foresta una fata che lo protegge e gli prodiga doni e parte con lei verso la mitica Avalon; l'amante di Muldumarec giunge in uno splendido palazzo incantato; su Bisclavret che vaga per i boschi pesa un sortilegio che lo trasforma in lupo mannaro; Guilliadon, attraversa il mare, muore e risuscita grazie alle virtù di un fiore magica Come se la messinscena di un prodigio fosse il modo più idoneo a mettere in rilievo il carattere simbolico del viaggio nella sua configurazione di processo e apprendimento. L'elemento sovrannaturale non è però finalizzato con geometrica precisione ad una strategia della conoscenza. La sua funzione è anzi la stessa che generalmente troviamo nelle fiabe, cioè in quelle «forme semplici» che soddisfano l'esigenza utopisti­ca dell'uomo di vedere trionfare giustizia e verità: e, alla fin fine, di essere telici. Maghi e fate, trasformazioni e facoltà divine, abolizione del tempo e permutabilità degli spazi sono «miracoli» accettati nella misura in cui esteriorizzano desideri e conflitti propri dell’umana condizione. Tutti i personaggi su cui incombe l’avventura sono nei Lais, in uno stato di mancanza cosciente o incosciente. Guigemar, novello Ippolito, rientra nel primo caso. Ha avuto tutto dalla natura meno l'amore «Ma la natura aveva commesso l'errore di non dargli alcun pensiero d'amore» e ognuno lo considera perduto (peri). Va a caccia e, scoccata una freccia, ferisce una cerva; ma la freccia torna indietro e lo colpisce mentre 1'animale, in punto di mor­te, enuncia la sua profezia. Indipendentemente dall'origine del motivo, che può essere celtico o mitologico o biblico o latamente folclorico, l'auto ferimento è la trasposizione fi­gurata dell'essere che mette in discussione se stesso e che poi può trarre impulso da questa violenza per un'effettiva estroversione. Il viaggio in mare altro non è che l'inevitabi­le sviluppo di questa lacerazione. Guigemar si affida all'ac­qua in una sorta di ritorno alle origini da cui dipende la sua rigenerazione: e la nave incantata lo conduce alla vita attra­verso la morte (il celtico &lt;i&gt;imrama&lt;/i&gt;).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In altri &lt;i&gt;lais&lt;/i&gt; la lacuna è cosciente e l'assenza o l'attesa di una piena realizzazione porta un segno inconfondibile: è marcata cioè da lemmi costanti che indicano preoccupazio­ne o tristezza. Pensieroso è Lanval quando si sdraia sul pra­to e quando scorge le ancelle della fata «Mut est pensis»; pensieroso è anche Eliduc «Mes il esteit tuz jurs pensis» dopo il ritorno in patria e prima della miracolosa resurre­zione di Guilliadon. Ma è soprattutto nel lai di Yonec che la prostrazione trova, sempre sulla base di una «pensività» esistenziale, la formulazione teorica più completa. In un ce­lebre monologo la futura madre di Yonec, tipica figura di malmaritata, lamenta la prigionia a cui la costringe il mari­to vecchio e geloso, lo maledice e sogna per sé un'avventu­ra simile a quelle che ha sentito raccontare, rimedio ideale per quelli che soffrono (appunto «les pensis»):&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;Ho spesso sentito raccontare&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;che un tempo si solevano incontrare &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;avventure, in questo paese, che rallegravano le anime afflitte.»&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Segue immediatamente l'evocazione della fiaba: magici incontri, amanti che scompaiono e riappaiono, incantesimi che rendono possibili amori impossibili. L'amica di Muldumarec fantastica di storie meravigliose che contrastano con dura realtà della claustrazione e della giovinezza sacrifi­cata. Su questo bagaglio «romantico» si fondano le sue speranze:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p&gt;I cavalieri trovavano fanciulle a loro talento, gentili e belle, e le dame trovavano amanti belli e cortesi, prodi e valorosi, in modo da non esserne biasimate che nessuno all'infuori di loro poteva vederli. »&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;Molti secoli dopo queste illusioni susciteranno l’inclemente risposta del principio di realtà. Non si può non pensare alle rosee letture tinteggiate di malinconia, rifugio consolatorio a cui l'eroina di Flaubert attinge segretamente le proprie ragioni di vita, salvo poi essere sconfessata dalle forme complesse del quotidiano. Ma per Maria di Francia l'immaginario è vincente. La dama penetra a tal punto nel sogno da renderlo attivo, sì che l'avventura diventa la rappresentazione del desiderio che il monologo aveva formulato. Le favole narrano di cavalieri che diventano invisibili a loro piacimento e Muldumarec entra nella vita della fanciulla sotto le sembianze di un astore, assume forme umane, libera metaforicamente la fanciulla dalla cattività. L'eroe è dunque il frutto di un'infelicità tanto profonda da superare il limite esistente fra fantasia e realtà. Ma si può andare oltre. Il circolo chiuso e perfettamente armonico della finzione condensa il rapporto che l'autrice stabilisce con l'intera raccolta. Del tutto inverosimili, i &lt;i&gt;Lais&lt;/i&gt; sono veri perché vere sono le fonti, come l’incredibile apparizione dell’uomo-uccello è credibile sulla base di testimonianze credute. Maria sta cioè alla sua opera come i personaggi stanno all'avventura. Lo illustra con particolare efficacia il simbolismo favolistico che funge da perno in &lt;i&gt;Yonec. &lt;/i&gt;In via eccezionale il racconto si avvale di quel procedimento compositivo che Gide, nel &lt;i&gt;Journal &lt;/i&gt;del 1893, definisce col termi­ne, oggi sfruttato, di &lt;i&gt;mise en abîme. &lt;/i&gt;Analogamente agli specchi convessi di certe tele di Memling o Quentin Metsys che «riflettono l'interno della scena in cui è rappresentata la scena dipinta», le parole della fanciulla proiettano in for­mato ridotto la situazione generale del &lt;i&gt;lai. &lt;/i&gt;Il quadro di Ma­ria è stilizzato, l'organizzazione spaziale stereotipata ma non per questo poco incisiva. Nella lugubre torre che in ge­nere ospita la malmaritata, una fanciulla si lamenta guar­dando il cielo aperto. Arriva sul davanzale della finestra un uccello, l'uccello è un principe, il principe l'ama da sempre, starà sempre con lei. Sullo sfondo, in piccolo, nelle stesse architetture, si muovono gli stessi personaggi. E la scena del desiderio che presiede a quella della sua attuazione e che ne garantisce l'autenticità. Ma l'autenticità di &lt;i&gt;Yonec &lt;/i&gt;si iscrive nell'insieme dei dodici &lt;i&gt;lais, &lt;/i&gt;sottratti alla morte da un difficile lavoro testuale «grevose ovre» e interamente attraversati dal paradosso del «fantastico ma vero». La &lt;i&gt;mise en abîme &lt;/i&gt;primaria è dunque l'immagine di Maria che scri­ve, all'inizio di Guigemar «Les contes que jo sai verrais, [...] Vos conterai assez briefment». E in primo piano spiccano questi racconti veri sulla «materia di Breta­gna».&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Fonti&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;AA.VV. &lt;i&gt;Lais di Maria di Francia.&lt;/i&gt; II. A cura di Giovanna Angeli. Vol. 24. Milano, Italia: Pratiche Editrice, 1992. &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. &lt;i&gt;Alano di Lilla.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alano_di_Lilla"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Alano_di_Lilla&lt;/a&gt; &lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Bernardo di Chartres.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bernardo_di_Chartres"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Bernardo_di_Chartres&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Eleonora d'Aquitania.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eleonora_d%27Aquitania#Gli_anni_della_prigionia"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Eleonora_d%27Aquitania#Gli_anni_della_prigionia&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Giovanni di Salisbury.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_di_Salisbury"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_di_Salisbury&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Maria di Francia.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Maria_di_Francia_%28poetessa%29"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Maria_di_Francia_%28poetessa%29&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Marie de France.&lt;/i&gt; Vers. ENG. s.d. &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Marie_de_France"&gt;http://en.wikipedia.org/wiki/Marie_de_France&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Pietro di Blois.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_de_Blois"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_de_Blois&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Tristano ed Isotta.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tristano_e_Isotta_%28mito%29"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Tristano_e_Isotta_%28mito%29&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;—. &lt;i&gt;Walter Map.&lt;/i&gt; Vers. ITA. s.d. &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Map"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Map&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Note    &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref1_8065" name="_ftn1_8065"&gt;[1]&lt;/a&gt; Pierre de Blois, Pietro di Blois o Petrus Blesensis (1135 circa – 1203 circa), è stato un diplomatico francese e poeta in lingua latina.Studiò legge a Bologna e teologia alla Sorbona. Fu probabilmente durante gli anni di studentato che compose una serie di sequenze alla maniera goliardica, alcune delle quali si sono conservate nella collezione dei Carmina Burana. Suo fratello era il meno famoso Guglielmo di Blois, religioso e letterato. Pierre de Blois non va confuso con il contemporaneo omonimo religioso e letterato, anch'egli originario di Blois, ma di lui più anziano, che fu canonico della cattedrale di Chartres. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref2_8065" name="_ftn2_8065"&gt;[2]&lt;/a&gt; Giovanni di Salisbury (Salisbury, 1120 – Chartres, 25 ottobre 1180) è stato un filosofo, scrittore e vescovo cattolico inglese. Di origine sassone andò in Francia nel 1136 dove studiò a Parigi come allievo di Abelardo e Guglielmo di Conches e strinse amicizia con Pietro di Celle (1115 ca.1183). Giovanni dopo aver partecipato al Concilio di Reims, tornò in Inghilterra nel 1150 dove divenne segretario di Theobaldo di Bec a Canterbury e fu da questo spesso inviato in missione presso la Santa Sede. Dopo la morte di Theobaldo di Bec nel 1161 divenne segretario di Thomas Becket, di cui scrisse un'autobiografia, avendo una parte importante nella lunga disputa tra il primate e il sovrano Enrico II d'Inghilterra. Morì a Chartres il 25 ottobre 1180. Il suo pensiero si rifà al probabilismo accademico nella convinzione che poche sono le affermazioni dimostrate razionalmente mentre la più parte delle nostre conoscenze sono semplicemente probabili. Vi sono comunque conoscenze certe basate sui sensi, sulla ragione e sulla fede.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref3_8065" name="_ftn3_8065"&gt;[3]&lt;/a&gt; Walter Map (Galles, ca. 1135 – ca. 1210) è stato uno scrittore britannico. Appartenente a una nobile e ricca famiglia gallese, studiò teologia a Parigi dove ricevette anche gli ordini minori. In patria, fece parte della corte di Enrico II d'Inghilterra (1154 1189) che lo nominò giudice. Conobbe intorno al 1160 Thomas Becket e fu canonico di San Paolo a Londra, partecipò al Concilio Lateranense III, tenutosi a Roma nel marzo 1179. Cancelliere di Lincoln fino al 1186, fu arcidiacono di Oxford fino al 1196 e canonico della cattedrale di Hereford. Fu anche candidato per due volte alla carica di vescovo, senza però riuscire a ottenerla. I monaci cistercensi riuscirono a fargli revocare i benefici goduti sulle rendite della chiesa di WestburyonSevern, nel Gloucestershire e sembra che quest'episodio abbia provocato la sua violenta ostilità contro l'Ordine cistercense, arrivando a dileggiarne il personaggio di maggior prestigio, Bernardo di Chiaravalle. Nel suo De nugis curialium, una collezione di racconti, aneddoti e varie notizie, iniziata nel 1181 e curata dopo la sua morte da un anonimo, mette in ridicolo i tentativi di Bernardo di produrre dei miracoli: Walter Map è una delle fonti più antiche che riferiscano dell'esistenza dei valdesi&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref4_8065" name="_ftn4_8065"&gt;[4]&lt;/a&gt; Benoît de Sainte-Maure (Sainte-Maure-de-Touraine, ... – 1173) è stato un poeta francese del XII secolo. Benoît de Sainte-Maure fu un chierico appartenente all'ambiente di Enrico II Plantageneto al quale si deve una fortunata versione in poesia del Roman de Troie composta nel periodo che va dal 1160 al 1170. Di questo autore si conosce anche una versificazione della Chronique des Ducs de Normandie che gli venne commissionata nel 1175 da Enrico II per continuare il Roman de Rou di Robert Wace che era rimasto incompiuto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref5_8065" name="_ftn5_8065"&gt;[5]&lt;/a&gt; Robert Wace (1115 ca. – 1183) è stato un poeta anglonormanno nato nell'isola di Jersey e portato in Normandia; terminò poi la sua carriera come ecclesiastico a Bayeux. Si discute se il nome che gli viene ascritto, Robert, sia reale o meno, anche perché già Wace è di per sé un nome. Studiò a Parigi e divenne canonico di Bayeux negli ultimi anni di vita. Wace è conosciuto soprattutto per i suoi tre capolavori:&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;· La &lt;i&gt;Vie des Saints &lt;/i&gt;(Vita dei Santi), opera in versi, che includono le vite di santa Margherita e san Nicola&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;· Le &lt;i&gt;Roman de Brut o Brut d'Angleterre &lt;/i&gt;(circa 1155, dedicato a Eleonora d'Aquitania)&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;· Le &lt;i&gt;Roman de Rou&lt;/i&gt;, epopea sui duchi di Normandia.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref6_8065" name="_ftn6_8065"&gt;[6]&lt;/a&gt; Detentore di un ufficio o di una carica di rilievo; spec. nell’ambito di un potere costituito o di un apparato regale: i d. della corte imperiale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref7_8065" name="_ftn7_8065"&gt;[7]&lt;/a&gt; Chi prendeva parte ad azioni sceniche, nell’antica Roma ♦ Oggi, spreg., attore che indulge ad una recitazione enfatica, volta a suscitare plateali emozioni; estens., persona che nell’atteggiamento e nel comportamento assume pose insincere o esibizionistiche.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref8_8065" name="_ftn8_8065"&gt;[8]&lt;/a&gt; Persona che conosce e parla correttamente più lingue.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref9_8065" name="_ftn9_8065"&gt;[9]&lt;/a&gt; Identico quanto alla sostanza e alla natura: attributo delle tre persone della SS. Trinità ~ generic. Connaturato&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref10_8065" name="_ftn10_8065"&gt;[10]&lt;/a&gt; Bernardo di Chartres (Bernardus Carnotensis) (... – 1126 o 1130) è stato un filosofo francese confuso con Bernardo Silvestre e con Bernardo di Moëlan. Filosofo e grammatico, ebbe fama di grande maestro di retorica nella scuola della cattedrale di Chartres, dove insegnò dal 1114 al 1119, e successivamente a Parigi. Suoi discepoli furono Giovanni di Salisbury, che lo considerò &amp;quot;il più perfetto fra i platonici&amp;quot;, Guglielmo di Conches e Riccardo di Coutances. Di lui non ci è pervenuta alcuna opera; Giovanni di Salisbury ci ha lasciato notizie sull'amore del maestro per i classici, in particolare per Cicerone e Quintiliano, e sulla sua filosofia che si collegava alla tradizione platonica. Accanto agli auctores antichi, Bernardo stimava anche i contemporanei. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref11_8065" name="_ftn11_8065"&gt;[11]&lt;/a&gt; Alano di Lilla, o Alano delle Isole (in latino: Alanus ab Insulis; Lilla, 1125 circa – Citeaux, 1202), è stato un teologo e filosofo francese.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref12_8065" name="_ftn12_8065"&gt;[12]&lt;/a&gt; Forma di deferente rispetto verso persone di cui si riconosce il prestigio sociale o spirituale, o anche la superiorità gerarchica.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref13_8065" name="_ftn13_8065"&gt;[13]&lt;/a&gt; strale ‹strà·le› s.m. &lt;b&gt;&lt;i&gt;lett. o poet&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;. Freccia, dardo.♦ fig. Efficacia pungente o dolorosa.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref14_8065" name="_ftn14_8065"&gt;[14]&lt;/a&gt; Si tratta di due specie botaniche che nella realtà dei fatti non hanno bisogno l’una dell’altra per vivere e non solo, si tratta di due specie scelte arbitrariamente nel corso della storia per narrare il mito di Tristano ed Isotta. Il nocciolo era una pianta sacra per i Celti (popolazione di cui Isotta faceva parte, anche se erano i celti irlandesi). Per quanto riguarda invece il caprifolio (genere &lt;i&gt;Lonicera)&lt;/i&gt; viene comunemente chiamato anche “Abbracciabosco” e deriverebbe dal suo portamento rampicante che spesso avvolge, danneggiando la pianta ospite. I greci ad esempio chiamavano queste piante &amp;quot;peryclimenon&amp;quot; (che tradotto liberamente significa “accerchiamento”) e può essere questo il motivo per cui cerfoglio e nocciolo vengano messi insieme e usati come paragone per descrivere l’amore tragico e disperato di Tristano ed Isotta.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref15_8065" name="_ftn15_8065"&gt;[15]&lt;/a&gt; Annunciatore, precorritore&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref16_8065" name="_ftn16_8065"&gt;[16]&lt;/a&gt; Che si svolse od operò nello stesso tempo&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref17_8065" name="_ftn17_8065"&gt;[17]&lt;/a&gt; Ripetizione di una parola. In un testo narrativo, riferimento a fatti precedenti il tempo della narrazione.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref18_8065" name="_ftn18_8065"&gt;[18]&lt;/a&gt; L’anticipazione di una o più parole rispetto all’ordine richiesto dal costrutto consueto.&lt;/p&gt;  &lt;h1&gt;download&lt;/h1&gt;  &lt;p&gt;&lt;iframe style="padding-bottom: 0px; background-color: #fcfcfc; padding-left: 0px; width: 98px; padding-right: 0px; height: 115px; padding-top: 0px" title="Preview" marginheight="0" src="https://skydrive.live.com/embedicon.aspx/Maria%20di%20Francia?cid=43ed3e9585fbb3d8&amp;amp;sc=documents" frameborder="0" marginwidth="0" scrolling="no"&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-2616495398214308795?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/2616495398214308795/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=2616495398214308795' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/2616495398214308795'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/2616495398214308795'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/07/maria-di-francia-ed-i-suoi-lais_22.html' title='Maria di Francia ed i suoi Lais'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh5.ggpht.com/-vaQk8Cuvg84/TilzLgWhtaI/AAAAAAAAJc0/8YkXvIPHONc/s72-c/clip_image002%25255B4%25255D%25255B3%25255D.png?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-32384827530538524</id><published>2011-07-20T10:52:00.001+02:00</published><updated>2011-08-02T16:21:16.925+02:00</updated><title type='text'>Volete togliervi la curiosit� di sapere come ragionavano i poeti nel Medioevo? Ecco qui una collana solo per voi!</title><content type='html'>&lt;h2&gt;Collana: Biblioteca medievale&lt;/h2&gt;  &lt;table border="0" cellspacing="0" cellpadding="2" width="999"&gt;&lt;tbody&gt;     &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-Q9bkuYo2lCk/TiaWXNHbTsI/AAAAAAAAJZo/U8AKkhyaPo0/image12.png?imgmax=800" width="200" height="337" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Canzoni d'amore e di taverna. Nel Trecento alla corte di Shiraz&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Hafez            &lt;br /&gt;A cura di Saccone C.             &lt;br /&gt;Ed., 2011 - 343 pp.             &lt;br /&gt;            &lt;br /&gt;Nella Shiraz del Trecento, in una corte dove si alternano principi gaudenti e principi bacchettoni, emerge il genio di H�fez (1319-1390), il pi� grande lirico persiano da qualcuno paragonato a Petrarca, ammirato da Goethe e da Emerson che lo conobbero in traduzione. Lo &amp;quot;stilnovo&amp;quot; hafeziano canta le grazie di un bellissimo e innominato amico, in cui, a seconda delle prospettive ermeneutiche adottate, � dato vedere vuoi un amore proibito, vuoi un simbolo dell'Amico divino, vuoi una controfigura del principe lodato. Poeta mistico o poeta epicureo? Le sue immagini ci appaiono comunque traslucide di realt� soprannaturali: il vino pu� rimandare a mistiche ebbrezze, il bel coppiere pu� ricordare il Dio del Corano (LXXVI, 21) che versa il vino ai beati; e la condotta trasgressiva, il peccato ostentato in barba alla legge e ai dottori, pu� magari sottilmente rinviare a una ricerca di santit�. Ma sopra ogni cosa colpisce il frammentarismo strutturale e irriducibile di questa poesia, densa e tersissima, soffusa di quella grazia squisita e ineffabile che � nelle tante miracolose &amp;quot;sospensioni nel vuoto&amp;quot; che si producono nel passaggio da un verso all'altro, l� dove l'autore sa spesso introdurre novit� repentine di tono, cambi imprevisti di giro d'immagini, alternanze inattese di pensieri, arguzie, argomenti, ironie. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-rDvjCxETa8A/TiaWYM55wJI/AAAAAAAAJZs/ON1rs5YNMww/image20.png?imgmax=800" width="200" height="322" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Vino, efebi e apostasia&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Hafez            &lt;br /&gt;A cura di Saccone C.             &lt;br /&gt;Ed., 2011 - 324 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Vino, efebi e apostasia sono un po' i tre pilastri, sotto il profilo tematico, della poetica persiana classica, che tipicamente predilige motivi &amp;quot;mal-famati&amp;quot; o bad-n�m, un termine dal trasparentissimo etimo indoeuropeo. Abilmente orchestrando questi elementi, H�fez ha saputo produrre una poesia che si libra tra il Sensibile e il Sovrasensibile, tra il terreno e il celeste, qualcosa che incant� il vecchio Goethe, il quale rese omaggio a H�fez nel suo West-Oestlicher Diwan e lo defin� &amp;quot;il mio gemello orientale&amp;quot;. Poeta edonista e cantore della vita libertina all'apparenza, le sue immagini sono traslucide di realt� soprannaturali: il vino pu� rimandare a mistiche ebbrezze, il bel coppiere pu� ricordare il Dio del Corano (LXXVI, 21) che versa il vino ai beati; e la condotta trasgressiva, il peccato ostentato in barba alla legge e ai dottori, pu� magari sottilmente rinviare a una ricerca di santit�. Ma sopra ogni cosa colpisce il frammentarismo strutturale e irriducibile di questa poesia, le tante &amp;quot;sospensioni nel vuoto&amp;quot; che si producono nel passaggio da un verso all'altro, l� dove l'autore sa spesso introdurre sorprese, novit� repentine di tono, cambi imprevisti di giro d'immagini, alternanze inattese di pensieri, arguzie, argomenti, ironie. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-4EBm7-E0wuM/TiaWZaHdM4I/AAAAAAAAJZw/SRHVhMiNaeQ/image17.png?imgmax=800" width="200" height="327" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Poesie e canzoni&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Wolkenstein Oswald von            &lt;br /&gt;A cura di Waentig P.             &lt;br /&gt;Ed., 2011 - 120 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Questa breve antologia di componimenti autobiografici di Oswald von Wolkenstein intende presentare il trovatore tardomedievale sudtirolese attraverso alcune canzoni su viaggi ed avventure, poesie sull'alternarsi delle stagioni, sulla gioia e la fatica del vivere, la terra natale, l'amore, nonch� attraverso alcune riflessioni filosofiche e religiose. Spiccano in particolare la complessit� e l'originalit�, ma anche l'intensit� espressiva della vena lirica e musicale del cavaliere-poeta, cos� lontano eppure cos� vicino per le tematiche trattate e le impressioni rievocate. Le poesie, in traduzione italiana con testo in tedesco protomoderno a fronte, sono accompagnate da commenti letterari e stilistico-linguistici. Una introduzione critica sulla vita e le opere di Wolkenstein, sulle edizioni e i manoscritti e sugli aspetti linguistici e musicali dei suoi componimenti completa questa prima traduzione italiana. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-z_pkCsB34bE/TiaWaervVYI/AAAAAAAAJZ0/nYF04_oLOBI/image23.png?imgmax=800" width="200" height="327" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Adamo ed Eva. Le Jeu d'Adam: alle origini del teatro sacro&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;A cura di Barillari S. M.             &lt;br /&gt;Ed., 2010 - 318 pp. &lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Il &amp;quot;]eu d'Adam&amp;quot; � la prima opera teatrale interamente in volgare tramandataci dalla tradizione manoscritta. Databile attorno alla met� del XII secolo e conservato in un solo codice del secondo quarto del XIII (Tours, Biblioth�que municipale, n� 927, ce. 20r-40r), � con tutta probabilit� di origini anglo-normanne. La sua maggiore innovazione, almeno stante la tradizione superstite, � la netta ripartizione degli ambiti riservati al latino e al volgare: il primo preposto da un lato a registrare Xincipit delle lectiones e dei responsori che introducono e scandiscono le sue sezioni, e dall'altro a descrivere l'allestimento e lo svolgimento della messinscena; il secondo riservato al testo recitato dai protagonisti. Un aspetto saliente di tale strutturazione � l'inclusione di quelle che con un anacronismo potremmo definire &amp;quot;note di regia&amp;quot;, intese a regolamentare l'esecuzione del testo: vi sono descritti con cura scenografia e costumi, ma soprattutto presentano le indicazioni da fornire agli attori affinch� la loro interpretazione sia efficace. Una particolare attenzione � rivolta ai tempi dell'azione scenica e alle modalit� della recitazione: le entrate e le uscite di scena, l'attacco delle battute, il tipo di gestualit� da associare a queste ultime, gli spostamenti che devono compiere gli attanti all'interno dello spazio riservato alla performance. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-4F4pY2p8PO4/TiaWbbdky4I/AAAAAAAAJZ4/SEk1BHqWy1c/image26.png?imgmax=800" width="200" height="296" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Sulle rune tedesche&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Grimm Wilhelm            &lt;br /&gt;A cura di Garuti Simone G.             &lt;br /&gt;Ed., 2010 - 320 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Ueber deutsche Runen (&amp;quot;Sulle rune tedesche&amp;quot;), pubblicato nel 1821, s'inserisce nell'intento di produzione globale dei fratelli Grimm di scrivere un'ideale storia della letteratura (e della cultura) nazionale tedesca che facesse sentire ai Tedeschi, non legati da uno stato unitario, di costituire comunque un unico popolo. L'opera si prefigge un duplice scopo: dimostrare che anche presso le popolazioni germaniche continentali era stata impiegata in passato la scrittura runica, sebbene soltanto fonti letterarie secondarie e non fonti primarie, vale a dire iscrizioni runiche, confortassero tale ipotesi; fornire un manuale di runologia, una trattazione a tutto campo, secondo le conoscenze del tempo, della scrittura runica. &lt;/p&gt;          &lt;p&gt;L'impostazione prettamente germanistica e l'impianto comparatistico-diacronico costituiscono i presupposti metodologici (non esplicitati) che guidano l'analisi: delle attestazioni latine della scrittura runica negli autori classici e alto-me-dioevali; dell'affinit� tra la scrittura runica e l'alfabeto gotico; dell'origine e dei nomi delle rune; del significato e dell'etimologia del termine runa nelle lingue germaniche; dei runica manuscripta; delle rune epigrafiche; del confronto tra le diverse tradizioni runiche; dei poemetti runici; del possibile impiego delle rune per la divinazione. La traduzione � preceduta da una prefazione del runologo tedesco Klaus Diiwel. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-D0pulfx4Vrw/TiaWcSxxHKI/AAAAAAAAJZ8/nQN6ZZbQloM/image29.png?imgmax=800" width="200" height="337" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Tristrant&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo tedesco a fronte            &lt;br /&gt;di Oberg Eilhart von             &lt;br /&gt;A cura di Mazzadi P.             &lt;br /&gt;Ed., 2010 - 160 pp. &lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Le vicende di Tristano e Isotta, dell'eroico nipote di re Marco di Cornovaglia e della bella principessa irlandese, hanno goduto di una popolarit� pari a quella dei cavalieri di re Art� e di Lancillotto e Ginevra, diffondendosi in tutta Europa. Quella di Eilhart von Oberg ne � la prima versione medievale tedesca. Datata al 1170-1190 circa, � di sicuro valore filologico poich� � l'unica versione della vicenda tristaniana ad esserci giunta integra in due manoscritti del XV secolo e ad essere con ogni probabilit� la sola a rifarsi al testo originale, perduto, noto come Estoire. La vivacit� della narrazione, la bellezza dei dialoghi, l'attenzione alla psicologia dei personaggi e l'abilit� dimostrata dall'autore nella commedia dell'intreccio e dell'equivoco entusiasmano il lettore. Caratterizzato da un linguaggio stringato e conciso e da un stile rapido e incalzante, il poema di Eilhart � stato a lungo messo in ombra dall'opera, di tutt'altro spessore, del pi� tardo Gottfried von Stra�burg. Attento ai particolari e curato nei dettagli, Eilhart muove i protagonisti del suo romanzo di Tristano sullo sfondo di un grande affresco, mettendo potentemente in luce la dimensione guerriera della societ� nella quale il poema � stato composto, e offrendo al lettore uno spaccato di ambiente medievale e una caratterizzazione dei personaggi capaci di appassionare, ma anche di far riflettere.&amp;#160; &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-VY7nd4sx088/TiaWdSIK9qI/AAAAAAAAJaA/_CDAJUhY-ps/image32.png?imgmax=800" width="200" height="330" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Nihon ryoiki. Cronache soprannaturali e straordinarie del Giappone&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;A cura di Migliore M. C.             &lt;br /&gt;Ed., 2010 - 210 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Per la prima volta in italiano viene pubblicato un testo-chiave del buddhismo giapponese: storie di pescatori, mercanti, finti monaci e santi autentici, mendicanti, principesse e imbroglioni... scritte dal monaco Kyokai probabilmente tra l'810 e l'824. Una lettura piacevole grazie al suo stile scarno, ma incredibilmente attuale. &lt;/p&gt;                 &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;          &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-9Oo2tHN2uf8/TiaWea7s-AI/AAAAAAAAJaE/11fgbEXy0tY/image%25255B2%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="327" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La vita e i buoni costumi del saggio re Carlo V&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Pizan Christine de            &lt;br /&gt;A cura di Rossini V.             &lt;br /&gt;Ed., 2010 - 375 pp. &lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Il Livre des fais et bonnes meurs du sage roy Charles V � da considerarsi una delle opere fondamentali della produzione politica di Christine de Pizan. Tradurre l'opera dal medio francese, lingua di difficile accesso, fatto salvo per gli specialisti, permette oggi un approccio diretto a uno dei testi-chiave per la comprensione della situazione politica francese all'epoca della follia del re Carlo V, della reggenza non ufficializzata dei principi di sangue reale e alla vigilia delle guerre civili. Si tratta di un libro che ci permette non solo di comprendere il momento di svolta nella produzione letteraria della scrittrice e la sua scelta di impegno civile, ma soprattutto ci introduce nel cuore della corte di Francia e delle questioni pi� sensibili che la toccano per quanto riguarda il ruolo del sovrano, la partecipazione della nobilt� al governo, ma anche le grandi questioni internazionali quali lo Scisma, l'elezione imperiale, la guerra franco-inglese. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-x-4L4SkyWEQ/TiaWfi737dI/AAAAAAAAJaI/jXSbSaKt21k/image%25255B5%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="338" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Otia imperialia. Libro III. Le meraviglie del mondo. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo latino a fronte&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;di Gervasio Di Tilbury&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;A cura di Latella F.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Ed., 2010 - 428 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Concepito per un sovrano (Enrico Plantageneto il Giovane, morto prematuramente) e realizzato per un altro (l'imperatore Ottone IV di Brunswick), il libro degli &amp;quot;Otia imperialia&amp;quot;, frutto di una gestazione durata trent'anni, racchiude il distillato delle esperienze e delle conoscenze di un autore dalla vita dinamica e dal temperamento curioso. Opera enciclopedica ma anche speculum principis, tocca gran parte dello scibile del suo tempo, dal campo storico a quello geografico ma anche religioso, politico, letterario e folclorico; e proprio la parte connessa alle tradizioni popolari, grosso modo circoscritta al terzo capitolo oggetto di questa traduzione, risulta essere la pi� innovativa per la propria epoca - per il ricorso ad una cultura alternativa e non canonica qual era quella orale - e la pi� interessante per il lettore moderno. Attingendo a piene mani al serbatoio del fantastico, del fabuloso, del leggendario e non discriminando tra sfera religiosa e sfera pagana, Gervasio di Tilbury evoca un mondo popolato da creature singolari per forma e poteri: santi dalle eccezionali virt�, esseri umani zoomorfi, animali con qualit� umane, donne-serpente, fate, streghe, licantropi, folletti e fantasmi, tutto un creato parallelo e coesistente a quello reale e, soprattutto, percepito come non meno vero. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-VQCaapmRlDA/TiaWg8XkoVI/AAAAAAAAJaM/wYmToIviess/image%25255B13%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="341" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Sonetti amorosi e tenzone&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Rustico Filippi            &lt;br /&gt;A cura di Buzzetti Gallarati S.             &lt;br /&gt;Ed., 2009 - 276 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Questo volume va idealmente unito a quello, gi� apparso nella stessa collana, dei &amp;quot;Sonetti satirici e giocosi&amp;quot; di Rustico Filippi: si ricomporr� cos� il profilo insolito e suggestivo di un poeta delle origini che si ciment� in due generi antitetici. Avventuroso sperimentatore, nei sonetti comici, di un linguaggio ora esplicitamente osceno, ora - e pi� spesso - velatamente gergale, metaforico e allusivo, Rustico offre di s� contemporaneamente, e in pari misura, tutt'altra immagine letteraria nei versi d'amore, nutriti di una sostanziosa conoscenza della scuola siciliana e della poesia trobadorica, costruiti intorno a un nucleo espressivo e lessicale forte, con un'accentuata ricerca di musicalit�, dalla cifra personale ed apprezzabile. Filippi riesce, nelle sue prove migliori e sia pur con una certa intermittenza, a creare un'atmosfera intima e lievemente malinconica; l'&amp;quot;io&amp;quot; lirico � ancora molto vicino al soggetto dell'amore cortese, ma, bench� non si possa definirlo n� storico n� tantomeno autobiografico, non appare neppure sempre e del tutto impersonale. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-RUv4_qX_9K8/TiaWh7HOp5I/AAAAAAAAJaQ/45xyTl0fTDQ/image%25255B16%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="325" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Contro la divinazione. Consigli astrologici al re di Francia (1356). &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo francese a fronte            &lt;br /&gt;di Oresme Nicole             &lt;br /&gt;A cura di Rapisarda S.             &lt;br /&gt;Ed., 2009 - 288 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Nella storia del razionalismo occidentale il &amp;quot;Livre de divinacions&amp;quot; di Nicole Oresme (1366) occupa un posto di rilievo. � un trattato dedicato a dissuadere il principe dal praticare le scienze divinatorie ed � uno dei primi testi che sperimenta nella prosa scientifico-filosofica una &amp;quot;nuova&amp;quot; lingua, il francese. Sebbene l'aspirazione alla pre-conoscenza del futuro fosse formalmente condannata, era frequente che sovrani e uomini di governo pretendessero di utilizzare l'astrologia per trame auspici e pronostici. Oresme scrisse il Livre per convincere Carlo V, il suo re, a non fidarsi troppo dell'astrologia e delle altre scienze divinatorie. Oresme non fu il primo a tentare di confutare l'astrologia, ma il primo che abbia cercato di dimostrarne gli effetti politicamente nocivi, sollecitando i sovrani a non ricercare negli influssi celesti la causa degli eventi umani. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-gyyAm6-p3zs/TiaWjXt_DSI/AAAAAAAAJaU/NQKLB83CPh4/image%25255B20%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="300" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;I trovatori e la crociata contro gli albigesi&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Zambon Francesco            &lt;br /&gt;Ed., 2009&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;La grande fioritura della poesia trobadorica coincise, nella seconda met� del XII secolo, con l�irresistibile diffusione - in una parte della stessa area geografica, la Linguadoca occidentale - dell�eresia catara. Quando la Chiesa, per reprimerla, scaten� la Crociata contro gli Albigesi, i trovatori non tacquero: sentirono incombere una minaccia di distruzione su tutta la civilt� cortese che avevano cantato e fecero sentire la loro voce di rivolta e di speranza. I resti poetici raccolti in questo volume sono fra i pi� belli e i pi� importanti d� una produzione civile e politico-religiosa che ebbe esponenti di altissima levatura. come Peire Cardenal, Guilhem Figueira o l�Anonimo autore della seconda parte della Canzone della Crociata albigese autori di fra le pi� feroci satire o invettive anticlericali (oltre che antifrancesi) che ci abbia lasciato la letteratura medievale. Non che questi trovatori - a eccezione di qualche caso isolato - aderissero alla fede eterodossa: ma i loro argomenti polemici si trovano spesso in cos� stretta consonanza con quelli dei Catari, che molti eretici -come attestano i documenti dell�Inquisizione- ne conoscevano a memoria le poesie. Ci� che le rende oggi ancora pi� emozionanti � il fatto che si tratta della testimonianza dei vinti, dei portavoce di quel mondo di Paratge - &amp;quot;Nobilt�&amp;quot;, &amp;quot;Patria&amp;quot;, &amp;quot;Civilt�&amp;quot;, occitana - che stava crollando sotto i colpi congiunti della Chiesa e della monarchia francese. Il sogno di Raimon de Miraval, che era certo del pronto recupero del suo castello conquistato dai Crociati di Simone di Montfort - �poi donne e amanti potranno/tornare alla gioia che hanno perduto� non si sarebbe pi� realizzato.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-Vd2H5xu8BC4/TiaWkdTWVHI/AAAAAAAAJaY/gLVf8-zabts/image%25255B32%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="298" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La parola e l'amore. Studi sul �Cantico dei cantici� nella tradizione francese medievale&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Paradisi Gioia            &lt;br /&gt;Ed., 2009 - 221 pp. &lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Libro tra i pi� affascinanti ed enigmatici della Sacra Scrittura, il Cantico dei Cantici, grazie all'interpretazione allegorica e spirituale, rappresenta nel Medioevo l'ars amandi Deum per eccellenza, lo straordinario racconto della storia d'amore che unisce il Verbo creatore alla sua creatura (sia essa intesa come l'anima, la comunit� dei fedeli o la Vergine). &amp;quot;La parola e l'amore&amp;quot; individua, nella complessa ricezione medievale del Cantico, il costituirsi di una tradizione esegetica in lingua francese, fra Due e Trecento. Il volume presenta al lettore i risultati di una ricerca che riannoda tale fenomeno ad alcuni momenti preliminari ed essenziali: l'eredit� medievale di Origene, la prassi della lectio divina, le letture elaborate in ambito monastico nel corso del XII secolo. Sono inoltre indagate le pi� antiche parafrasi metriche del Cantico in lingua d'oil, in una prospettiva che intreccia alla discussione delle questioni filologiche e interpretative la messa a fuoco dei temi ideologici e letterari proposti nelle diverse riscritture del libro biblico. In queste opere, nell'apparente labirinto dell'ermeneutica puntuale della Parola, sono riconoscibili ardui percorsi ascetici e devozionali, scanditi dalla meditazione della Passione, dall'esposizione di nozioni dottrinali (la &amp;quot;carit� ordinata&amp;quot;, l'umanit�-divinit� di Cristo), dal riaffiorare di immagini e concetti (il &amp;quot;cuore amoroso&amp;quot;, la &amp;quot;coscienza&amp;quot;) che, ben oltre il Medioevo, godranno di larghissima fortuna nel discorso mistico occidentale. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-rvcXlUn5xO0/TiaWlKiQIXI/AAAAAAAAJac/VWGcYdrTSXs/image%25255B35%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="323" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La saga di B�si. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo norreno a fronte&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;A cura di Fort G.             &lt;br /&gt;Ed., 2008 - 120 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;La &amp;quot;Saga di B�si&amp;quot;, tradotta e commentata in questo volume sulla base della sua redazione pi� antica (stilata in Islanda attorno al 1400), ha tutte le carte in regola per essere annoverata fra le &amp;quot;saghe leggendarie&amp;quot; (fornaldars�gur): vi compaiono personaggi nordici, con tanto di genealogie, riferimenti a figure o occorrenze storiche o pseudostoriche, oppure appartenenti ad altre saghe del corpus leggendario; l'ambientazione � fondamentalmente scandinava, con elementi riconducibili alla mitologia locale. La &amp;quot;Saga di B�si&amp;quot; si distingue per� anche per un gusto marcato per il fantastico e l'osceno, e per il ripetersi di tematiche stereotipe quali le scene di seduzione, il ratto della sposa, la fanciulla prigioniera di mostri e di megere, e la principessa sorvegliata dall'eunuco: aspetti che tradiscono la penetrazione di un nuovo genere di intrattenimento dai caratteri non totalmente autoctoni. Il testo che ne risulta � una saga assai godibile e colorita, limitata forse da elementi di maniera e dalle prime avvisaglie di un gusto che ormai sta cambiando, ma arricchita da uno stile vivace e da elementi tradizionali che, qualunque sia la loro effettiva funzione e derivazione, ne fanno lettura raccomandabile per chi gi� abbia frequentato testi norreni, e accattivante introduzione alla letteratura delle saghe per chi per la prima volta vi si accosti. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-ESipfzJQ65Y/TiaWmcDIEpI/AAAAAAAAJag/blt_plN90ok/image%25255B38%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="339" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Volusp�. Un'apocalisse norrena&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;A cura di Meli M.             &lt;br /&gt;Ed., 2008 - 222 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;La &amp;quot;Volusp�&amp;quot; � stata redatta intorno all'anno 1000. � un testo apocalittico, in cui sono narrati a Odino, per bocca di una profetessa, l'origine del cosmo e la sua fine, la creazione dell'uomo, le vicende dei giganti e degli esseri divini, la descrizione di luoghi inospitali e terrificanti ai margini del mondo conosciuto, il sorgere di un nuovo mondo dopo l'incendio finale. L'autore, anonimo ma certamente poeta dotto e raffinato, delinea gli episodi fondamentali della storia cosmica con pochi e suggestivi tratti, lasciando all'uditore il compito di ricostruire l'ordito della narrazione. Il testo norreno � accompagnato dalla traduzione e da un commento approfondito che ha il compito di offrire al lettore le coordinate culturali in cui inserire un componimento poetico di fascino straordinario ma anche di notevole difficolt�. Se c'� un mito che ha condizionato in vari modi e misure il Novecento � certamente quello del Crepuscolo degli Dei: la Volusp� ne costituisce il racconto originario e fondamentale. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-GLnc_dlor_g/TiaWnthKxkI/AAAAAAAAJak/7AKXRVUiXuQ/image%25255B41%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="329" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;King Horn&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;A cura di Rizz� L.             &lt;br /&gt;Ed., 2007 - 127 pp. &lt;/p&gt;          &lt;p&gt;King Horn � certamente nata come opera di intrattenimento che mirava a soddisfare i gusti di un pubblico bramoso di storie che tenessero con il fiato sospeso: il protagonista, infatti, si trova perennemente in situazioni pericolose e deve dimostrare ogni volta grande spirito di iniziativa per superare i diversi ostacoli. I suoi fruitori originari non erano per� necessariamente di umile origine e di scarsa cultura ed erano in grado di apprezzare non solo il tenore degli eventi narrati ma anche la qualit� della narrazione. L'anonimo autore ha allora adottato una tecnica compositiva apparentemente semplice, ma coerente e rigorosa: concentrandosi sempre su un singolo gesto e un singolo episodio, mostra un gusto che si potrebbe definire cinematografico nel collegamento delle azioni che accrescono progressivamente la statura dell'eroe fino alla conquista finale di un regno e di una regina. Questa traduzione costituisce pertanto una rivalutazione di &amp;quot;King Horn&amp;quot;, che la tradizionale definizione di testo &amp;quot;popolare&amp;quot; ha spesso relegato tra le opere minori, interessanti pi� come testimonianze di un'epoca che per le loro qualit� letterarie. L'analisi testuale svolta dalla curatrice ha rivelato invece tanto coerenza nella trama quanto vivacit� e dinamismo nel racconto, il che consente di apprezzare le doti narrative del poeta e di rivalutare in generale l'attivit� del &amp;quot;jongleur&amp;quot;, figura tipica dello spettacolo medievale. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-Vs-lwYg2DlQ/TiaWovbN_1I/AAAAAAAAJao/DGPgxGaXYNo/image%25255B44%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="334" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Del carnale amore&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Guittone d'Arezzo            &lt;br /&gt;a cura di Capelli R.             &lt;br /&gt;Ed., 2007 - 158 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;La corona di sonetti di Guittone d'Arezzo, nota finora con il titolo fuorviante di &amp;quot;Trattato d'amore&amp;quot;, costituisce un punto di riferimento importante nel dibattito poetico e culturale fra Due e Trecento sulla &amp;quot;natura dell'amore&amp;quot;. L'opera, tr�dita dal solo codice latino e.III.23 della Real Biblioteca di San Lorenzo dell'Escorial di Madrid, riprende e reinterpreta in chiave moralistica un motivo di lunga tradizione letteraria, che dai &amp;quot;Remedia amoris&amp;quot; di Ovidio si prolunga idealmente fino ai trovatori, viene teorizzato nel &amp;quot;De amore&amp;quot;, il trattato in prosa di Andrea Cappellano, e giunge fino ai poeti della Scuola siciliana. Composto da Guittone dopo la sua conversione, avvenuta nel 1265, il ciclo di componimenti del codice Escorialense � concepito come un macrotesto lirico coeso attorno al tema della &amp;quot;rappresentazione dell'amore&amp;quot;, sviluppato in chiave allegorica e attraverso gli strumenti logici e formali dell'argomentazione dimostrativa a fini didascalici. La descrizione di Amore in &amp;quot;figura&amp;quot;, come fosse cio� un'immagine dipinta, serve a smascherare la natura diabolica e peccaminosa della passione amorosa, personificata con le fattezze di un fanciullo alato, nudo, cieco, dotato di zampe unghiute da uccello rapace per ghermire l'innamorato e di frecce infuocate per colpirlo a morte. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-E4Oz9rdZYSk/TiaWpsC0-pI/AAAAAAAAJas/W0SM4otXpPY/image%25255B51%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="330" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La volpe Reinhart. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo tedesco a fronte           &lt;br /&gt;di Heinrich der Glichesaere            &lt;br /&gt;A cura di Del Zotto C.            &lt;br /&gt;Ed., 2007 - 219 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Un potente sovrano, il leone, impegnato nello sterminio di un formicaio. Un lupo forte beffato, deturpato e tradito dalla volpe, suo socio. Un processo che vede l'impunit� del colpevole mentre gli altri animali perdono la pelliccia o la vita. Satira politica, parodia della civilt� cortese, novella morale sulla giustizia e il potere nel XII secolo? L'epos di Heinrich � il primo romanzo sulla volpe in lingua tedesca, rifacimento originale della materia renardiana desunta dal ciclo romanzo e dalla tradizione latina. Indirettamente, attraverso rielaborazioni medievali e moderne in fiammingo e in bassotedesco, la storia di Reinhart, &amp;quot;il Mascalzone&amp;quot;, giunge fino a Goethe come la &amp;quot;bibbia profana&amp;quot;, &amp;quot;materia di ieri e di oggi&amp;quot;. Il suo valore universale � compendiato nei versi del Reinke, opera di un epigono del Quattrocento: &amp;quot;Se vuoi sapere come gira il mondo, compra il libro, questo � il consiglio&amp;quot;. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-cBNV6tuHIGA/TiaWqy5_2XI/AAAAAAAAJaw/SDfhy3FxTCo/image%25255B54%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="320" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;I fabliaux.&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt; Testo francese a fronte           &lt;br /&gt;di Rutebeuf            &lt;br /&gt;A cura di Limentani A. e Piacesi W.            &lt;br /&gt;Ed., 2007 - 108 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Nella ricca e variegata produzione di Rutebeuf, attivo a Parigi tra il 1249 e il 1280 e considerato come una delle pi� originali personalit� poetiche del XIII secolo, spiccano gli attacchi satirici contro i Domenicani e i Francescani, i &amp;quot;poemi della sventura&amp;quot;, dove l'ispirazione personale si coniuga con la metafora ludica, e un gruppo di cinque fabliaux, che vengono qui riproposti nella traduzione di Alberto Limentani. Nei personaggi di questi racconti comici dominano la sopraffazione e l'ipocrisia, l'intreccio giocoso � illuminato e deformato da una luce livida e beffarda. Ma da questo corrucciato umor nero, che non si esaurisce nel moralismo e nella sentenziosit�, emerge come nel &amp;quot;Testamento dell'asino&amp;quot; e nel &amp;quot;Peto del villano&amp;quot; - un enorme buffoneria, un'acre, eversiva cifra giullaresca, che sembra prefigurare l'avvento di Villon. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-g3fuQ2zMKZc/TiaWsPS9X4I/AAAAAAAAJa0/QhoK0k4JbiU/image%25255B62%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="329" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Cos� rossa � la rosa. Scenari d'amore pre-cortese, a Baghdad.&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt; Testo arabo a fronte           &lt;br /&gt;di Abu Nuwas            &lt;br /&gt;A cura di Capezzone L.            &lt;br /&gt;Ed., 2007 - 135 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Stabilire con certezza chi sia l'inventore di una nuova figura dell'amante, lo schiavo d'amore, che partecipa, col fascio di elementi differenziati che veicola, della costruzione di un discorso d'amore completamente nuovo che si va affermando a Baghdad fra l'VIII e il IX secolo, non � un'operazione feconda se la si riduce a un semplice problema di storia letteraria. Provare a vedere in quale luogo del mondo, e in quale contesto un poeta possa produrre un'etica della deriva d'amore, e una semiotica del corpo innamorato che produce conoscenza, pu� essere un modo diverso di impostare una riflessione vecchia pi� di un secolo sulle origini dell'amor cortese, e sulle dibattute influenze della poesia araba andalusa sulla lirica trobadorica medievale; influenze dietro il cui viaggio si stagliano non solo modelli letterari che superano la frontiera tra Andalusia islamica e Occidente latino, ma anche modelli sociali cristallizzati intorno alla concezione dell'amore, che la periferica Andalusia ha ereditato dal centro a cui si ispira, l'Oriente islamico. Abu Nuwas e la sua scuola, nella Baghdad del IX secolo, rinnovano la poesia amorosa araba in una maniera cos� profonda da creare tutte le premesse per un genere di poesia particolare, che amplia a dismisura la problematizzazione letteraria dell'amore e di chi ne � colpito; Abu Nuwas conferisce alla figura dell'amante disperato, il &amp;quot;folle d'amore&amp;quot; della tradizione poetica precedente, un nome e una cittadinanza nuovi: lo schiavo d'amore anticipa il martire per amore. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-7V1VBqsivNQ/TiaWtKSMHjI/AAAAAAAAJa4/BEQThWeVDmA/image%25255B69%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="336" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Delle occasioni amorose&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Al Ghaz�l�           &lt;br /&gt;a cura di Saccone C.            &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Fratello minore del pi� celebre Abu Hamid, il grande teologo sistematico dell'islam medievale, Ahmad Ghazali si distingue come originale cantore della &amp;quot;santit�&amp;quot; di Satana, inopinatamente eretto a modello dell'amante mistico, e scrive con questo breve trattato una densa, originale riflessione sui fondamenti e la &amp;quot;fisiologia&amp;quot; dell'amore. Sequela dal ritmo travolgente di aforismi e stringate argomentazioni, intervallati da aneddoti e versi, questo testo ha sedotto e affascinato nei secoli innumerevoli sufi e poeti dalla Persia all'India musulmana. Scandagliando il tema dell'eros, Ahmad Ghazali porge una sottile, profonda &amp;quot;teologia della bellezza e dell'amore&amp;quot;, sicch� la sua analisi dell'amore umano si rivela essere in realt� una ineguagliata, raffinatissima meditazione sull'amore divino e sulle leggi misteriose che lo regolano. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La Canzone di Guglielmo&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo           &lt;br /&gt;A cura di Fass� A.            &lt;br /&gt;Ed., 2007 - 360 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Siamo soliti identificare la grande epica francese del Medioevo con la Chanson de Roland, con il suo eroismo sublime, il suo pathos, le sue calcolate e superbe simmetrie. Ma con la Chanson de Guillaume (1140 ca.) irrompe un mondo diverso, dominato dal basso e dal vile, dai corpi, dalla paura. Le riarse distese dell'Archamp sono il rovescio di Roncisvalle: qui Guglielmo e i suoi uomini avanzano a fatica nella calura, �coperti di fegato e di sangue�, travagliati dalla fame e dalla sete, come animali braccati ed esausti. �Oh, grossa asta, come pesi sul braccio! / Con te non aiuter� Viviano all'Archamp, / che con doloroso affanno si batte! / Oh, grande scudo, come pesi al collo! / Con te non aiuter� Viviano in pericolo mortale! / Oh, buon elmo, come stordisci la testa! / Con te non aiuter� Viviano nella mischia, / che sull'erba si batte all'Archamp!� In questa atmosfera desolata, abbandonata da Dio, risplendono per� Guglielmo, possente e vorace, vicino ad Eracle, a Th�rr, al Bh�ma del Mahabharata, Guiburt, la fedele compagna, garante della sua sovranit�, il nipote Gui, puer indomito, Rainouart, grossolano, impuro, comico, ma depositario, pi� di ogni altro, del coraggio e del valore. Attraverso sovrasensi mitici, spinte vitalistiche e triviali, queste figure ci riportano, potentemente, alle lontane radici indoeuropee della societ� nobiliare. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-wL_RkhivNP0/TiaWuS8VOaI/AAAAAAAAJa8/gubXIujcAxI/image%25255B73%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="330" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Flamenca&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo provenzale a fronte           &lt;br /&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;A cura di Mancini, M.            &lt;br /&gt;Ed., 2006 - 311 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Il romanzo provenzale di Flamenca (1250 ca.) apparve ai suoi primi lettori come un romanzo di costume, come una fonte preziosa per conoscere la vita delle corti, le feste, i tornei. � certamente tutto questo, ma oggi siamo attratti dalla vicenda dell'eroina che � narrata con fine senso della psicologia e con irridente amoralismo. Per il sapiente gioco delle atmosfere, ora i notturni delle visioni, ora la luminosit� delle scene di azione, per la mescolanza degli stili, per la lucida fantasia, per il ritmo leggero e pieno di humour questo romanzo � considerato come uno dei gioielli della letteratura medievale. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-RWDnFZrcH5c/TiaWvRLXX3I/AAAAAAAAJbA/A0UpknzBKyg/image%25255B76%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="329" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Lapidari. La magia delle pietre preziose. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo latino a fronte           &lt;br /&gt;di Marbodo di Rennes            &lt;br /&gt;a cura di Basile B.            &lt;br /&gt;Ed., 2006 - 176 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Marbodo di Rennes (1035-1123), coltissimo prelato e poeta, � autore di un poemetto &amp;quot;De lapidibus&amp;quot; e di altri tre testi sullo stesso argomento, due in prosa e uno ancora in versi redatti, forse, nel 1093. Qui riuniti in un'edizione tradotta e commentata, costituiscono una silloge capace di scrutare la natura fascinosa delle gemme preziose, per un epoca che ne percepiva a un tempo la polarit� di scienza e di allegoria. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-M3pjNGtPgug/TiaWwtxkw5I/AAAAAAAAJbE/wdGlQ4XPrPA/image%25255B79%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="326" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Jaufre.&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt; Testo francese a fronte           &lt;br /&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;A cura di Lee C.            &lt;br /&gt;Ed., 2006 - 454 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Nel giorno di Pentecoste la festa alla corte di re Art� viene turbata dalla mortale aggressione a un suo cavaliere perpetrata dal malvagio Taulat de Rogimon, che minaccia di ripetere il gesto ogni anno. Chieder� il privilegio di andare alla sua ricerca il cavaliere novello, Jaufre. Il suo viaggio � soprattutto un'iniziazione all'amore per l'incontro con la bella castellana Brunissen, che sar� sua sposa. Il romanzo di Jaufre, di un anonimo autore occitano, propone dunque il tipico schema di armi e amori che caratterizza il romanzo arturiano medievale fin dalla sua codificazione ad opera di Chr�tien de Troyes. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-DNgw9cvf6ls/TiaWxi-wkwI/AAAAAAAAJbI/NSJiqFxSoT4/image%25255B88%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="331" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Favole. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo francese a fronte           &lt;br /&gt;di Maria di Francia            &lt;br /&gt;a cura di Morosini R.            &lt;br /&gt;Ed., 2006 - 176 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Primo tentativo di rimare in volgare i racconti di Esopo, le &amp;quot;Fables&amp;quot; di Maria di Francia, sulla cui reale identit� permane il pi� enigmatico mistero, sono anche lo specchio di una societ� feudale che vede avvicinarsi, inesorabile, il tempo della propria fine. Composti verosimilmente fra il 1189 ed il 1208, la critica letteraria ha sinora dedicato scarsa attenzione a questi componimenti, forse per via della convinzione, generalizzata, che la favola sia una forma di letteratura per i pi� piccini, ma anche dalla convinzione che si tratti di una traduzione. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-Sfr1TqlP9oo/TiaWy38u9mI/AAAAAAAAJbM/z3qmyu94LLw/image%25255B96%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="334" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Dissertazione letifica. Racconti e satire della Shir�z del Trecento&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Z�k�ni 'Obeyd           &lt;br /&gt;A cura di D'Erme G. M.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 220 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Nel 1258 il mondo musulmano � colpito da una catastrofe inimmaginabile: dopo aver conquistato la Persia e le altre regioni orientali, i Mongoli &amp;quot;idolatri&amp;quot; espugnano Baghdad e uccidono l'ultimo Califfo. In Persia, poi, la lentissima metabolizzazione del disastro � compromessa da un altro flagello: le devastanti incursioni dell'uzbeko Tamerlano. Insicurezza e timore generano tirannide, opportunismo e fughe nei reami consolatori dell'ultramondano. A questo mondo volgare, credulone e feroce 'Obeyd Z�k�ni, poeta alla corte di Shir�z neI XIV secolo, fa mostra di adeguarsi adottando un linguaggio salace e spesso sconcio. Questo sforzo &amp;quot;mimetico&amp;quot; per�, non riesce a celare lo sguardo beffardo che a quel mondo rivolge chi, in verit�, fieramente lo disprezza. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-lS3CLOHJBhY/TiaWz4fcJMI/AAAAAAAAJbQ/nchfnNfjMog/image%25255B99%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="321" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Sonetti satirici e giocosi&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Rustico Filippi           &lt;br /&gt;A cura di Buzzetti Gallarati S.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 285 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Satirico e burlesco, realistico e giocoso, sorridente e ironico, beffardo, aspro: cos� si atteggia nei suoi ventinove sonetti comici il poeta fiorentino Rustico Fiippi, avventuroso sperimentatore, alle origini della nostra letteratura, di un linguaggio ora violento, espressionistico, esplicitamente osceno, ora gergale, metaforico e allusivo, che costruisce sotto a un primo ordine di discorso, leggibile come &amp;quot;ingenuo&amp;quot;, un secondo, ben pi� malizioso, su situazioni e temi relativi alla sfera dell'erotismo etero e omosessuale. Di tali sonetti si propone qui una lettura documentata, per recuperare il senso e la specificit� della produzione satirica e giocosa del Filippi rispetto, per esempio, a quella del pi� noto Cecco Angiolieri. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-Ip1BR0lQ7ME/TiaW0x4vhII/AAAAAAAAJbU/cPenJwwkOWU/image%25255B102%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="329" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Il lai di Aristotele. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo francese a fronte           &lt;br /&gt;di Henri d'Andeli            &lt;br /&gt;a cura di Infurna M.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 114 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;A inizio Duecento comincia a circolare in Europa una buffa e irriverente leggenda su Aristotele: il maestro di Alessandro Magno, rimproverato l'allievo di trattenersi troppo con l'amata, si fa subito dopo sorprendere a quattro zampe con in groppa la donna. Il racconto ha un enorme fortuna e per almeno tre secoli la provocante immagine di Aristotele cavalcato adorna chiese, palazzi pubblici e privati, i margini dei manoscritti e i pi� svariati oggetti, a testimonianza della sua ambigua fascinazione. Se dal pulpito la disavventura del filosofo viene evocata come exemplum della malizia femminile, nei testi di ambito profano alla vena misogina si mescola la divertita considerazione sulla debolezza della carne e la vanit� del sapere. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-Q-pGk_119-E/TiaW2PHM-GI/AAAAAAAAJbY/BENSK9YgrOc/image%25255B105%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="305" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Il maestro Sufi e la bella cristiana&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Saccone Carlo           &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 315 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;L'immagine del fenomeno religioso e culturale che chiamiamo Islam che emerge da questo volume � lontana anni luce da quella stereotipata ed appiattita sull'estremismo e sulla violenza che prevale oggi nei mass media. Il poeta che qui viene rappresentato, tipico esempio della poesia persiana medievale, mostra disprezzo o fastidio per i religiosi ortodossi ed una certa noncuranza rispetto ai precetti enunciati da Maometto. Altro aspetto di rilievo di questo volume � quello dell'immagine che del mondo cristiano emerge dalle pagine dei poeti arabi, dove l'&amp;quot;infedele&amp;quot;, la bella cristiana, si pu� metaforicamente leggere come una guida iniziatica alla verit�. Carlo Saccone � ricercatore di Letteratura medievale persiana a Bologna e docente di Islamologia a Padova. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-5xxRETnwsL4/TiaW3KyfS1I/AAAAAAAAJbc/3ga99gis71o/image%25255B108%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="330" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Il romanzo di Silence&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Heldris di Cornovaglia           &lt;br /&gt;a cura di Air� A.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 301 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Sofferta riflessione di una fanciulla che, costretta fin dalla nascita dal volere paterno, indossa abiti maschili e inscena un'esistenza sotto il segno dell'ambiguit�. Ambigua la sua formazione, che la vede impugnare le armi invece del fuso, ambiguo il suo fascino che ammalia la regina invaghita del/la bel/la giovinetto/a; Le Roman de Silence mostra la sua ambiguit� fin dalla penna che l'ha tracciato: di uomo o di donna sotto lo pseudonimo di Heldris di Cornu�lle. Silence, un transgender del XIII secolo, si aggira per le corti di Cornovaglia, Inghilterra e Francia, mostrando le sue abilit� di guerriero in numerose avventure. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-ptCWNOwg_-M/TiaW4VLlSVI/AAAAAAAAJbg/KbPu5T5HMcU/image%25255B111%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="323" /&gt;          &lt;br /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Proverbi morali. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo spagnolo a fronte           &lt;br /&gt;di Sem Tob de Carri�n            &lt;br /&gt;a cura di Ciceri M.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 138 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Sem Tob, ebreo di Carri�n de Los Condes, probabilmente rabbino e autore di varie opere in ebraico, dedica al re Pedro I di Castiglia, detto Pedro &amp;quot;el cruel&amp;quot;, appena salito al trono (1350), uno dei libri pi� affascinanti della letteratura spagnola medievale. I Proverbios morales, titolo attribuito all'opera dal marchese di Santillana, non si presenta per� certo come un'opera didattica, seppure inviti ad agire rettamente e con misura, ma piuttosto come una profonda riflessione sul mondo, sull'uomo e sulla vita. Sem Tob, nella dedica posta all'inizio e alla fine del libro, si dichiara subito ebreo, si direbbe con un certo orgoglio, dovuto non tanto alla sua origine ma alla consapevolezza del suo sapere e della sua autorit� morale. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-cP_vYrhpSnI/TiaW5UZi1zI/AAAAAAAAJbk/mCuSW5DKe10/image%25255B114%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="329" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Manuali medievali di chiromanzia. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Testo latino a fronte           &lt;br /&gt;di Anonimo            &lt;br /&gt;a cura di Rapisarda S. e Piccione R. M.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 315 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Tra gioco e superstizione, ciarlataneria ed esoterismo, sopravvive ai giorni nostri la chiromanzia, praticata nei salotti buoni e agli angoli delle strade, da signore borghesi e da decifratori nomadi e venali. Ma nel Medioevo, quando i primi trattati latini cominciarono a circolare per l'Europa, la chiromanzia era scienza &amp;quot;naturale&amp;quot;, pi� stretta parente della medicina e della fisiognomica che della divinazione e dell'augurio. Era, almeno all'inizio, disciplina razionale e filosofica, che si diffuse in Occidente sul sentiero stretto tra il lecito e l'illecito, tra la lettura di segni naturali e la previsione di eventi futuri. Stefano Rapisarda � ricercatore di Filologia medievale presso l'Universit� di Catania. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-dYF7oP_kJGw/TiaW6UPiX3I/AAAAAAAAJbo/6srtq6swmZ4/image%25255B118%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="325" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Poesie.&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt; Testo francese a fronte           &lt;br /&gt;di Muset Colin            &lt;br /&gt;A cura di Chiamenti M.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 153 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Poco o nulla si sa sulla vita di Colin Muset, ma il nome ha tutta l'aria di essere uno pseudonimo d'arte di tipo giullaresco. La sua produzione poetica, invece, � ascrivibile appieno alla pi� classica tradizione trobadorica provenzale e, come d'uso, � rivolta a una donna. Ed � proprio tramite la dimensione del femminile che il poeta si relaziona al mondo circostante, infarcendo i suoi testi di riferimenti autobiografici. Colin � anche musicista e i suoi componimenti, come tutti quelli pi� popolareggianti, erano eseguiti con accompagnamento di strumenti. Massimiliano Chiamenti ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia dantesca presso l'Universit� di Firenze. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-TuHgbGaLQ_8/TiaW7SZL-VI/AAAAAAAAJbs/-mka1XNelaI/image%25255B121%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="297" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Gioie cavalleresche. Barbarie e civilt� fra epica e lirica medievale&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di1 Fass� Andrea           &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 300 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Insieme alle culture classica e cristiana, la cultura barbarica dei Franchi ha contribuito in modo decisivo alla formazione dell'Europa. Sua espressione primitiva � la chanson de geste, epopea di uomini fondata sulle virt� del coraggio, dell'onore, della fedelt�. Joie � il termine usato nelle chansons de geste per indicare l'ebbrezza dell'assalto e Monjoie il grido di guerra dei Franchi. Nel XII secolo inizia un processo di civilizzazione a opera della Chiesa, che crea l'ideale del cavaliere difensore della giustizia e dei grandi signori, che attraverso la poesia dei trovatori propongono un modello di guerriero prode e misurato, per il quale l'amore � &amp;quot;servizio&amp;quot; alla dama e fonte di virt�; la gioia sar� allora lo stato di estasi prodotto dall'amore. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-K3rmFtEkisY/TiaW8QuiphI/AAAAAAAAJbw/OsfCTS6bdwQ/image%25255B125%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="300" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Piramo e Tisbe&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo           &lt;br /&gt;A cura di Noacco C.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 112 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;La novella cortese Piramo e Tisbe, che si iscrive all'interno della tradizione mitografica del medioevo, rappresenta una testimonianza del grande fascino che le Metamorfosi di Ovidio hanno esercitato sull'immaginario medievale. Soprattutto, la storia dell'amore di Piramo e Tisbe ribadisce il legame indissolubile tra la passione amorosa e la morte, un legame che qui - pi� ancora che nella leggenda di Tristano e Isotta o in quella, rinascimentale, degli amanti di Verona - porta a suggellare, per mezzo della morte, l'amore pi� raffinato. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Lettere amorose e galanti&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Balderico di Bourgueil, Marbodo di Rennes, Ildeberto di Lavardin           &lt;br /&gt;A cura di Sanson M.            &lt;br /&gt;Ed., 2005 - 144 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;           &lt;br /&gt;Fra la seconda met� del secolo XI e gli inizi del successivo, quasi contemporaneamente al sorgere della poesia dei trovatori, alcuni scrittori latini che ricoprirono importanti cariche ecclesiastiche nelle citt� della Loira e delle regioni circostanti (Angers, Tours, Orl�ans, Poitiers, Rennes, Chartres) svilupparono una sorprendente produzione di lettere poetiche indirizzate a donne e caratterizzate da toni oscillanti fra l'ammirazione, l'affetto, la complicit� e una ardente sensualit�. Tra gli autori spiccano i nomi di Balderico di Bourgueil (1045/1046-1130), Marbodo di Rennes (1035-1123) e Ildeberto di Lavardin (1055-1133). Le destinatarie sono grandi signore, come la contessa Adele di Blois o la regina Matilde d'Inghilterra, oppure giovani monache appassionate di poesia come Muriel, Costanza, Emma e Agnese, o semplicemente ragazze di buona famiglia che frequentavano le scuole monastiche per poi tornare nel mondo. Se in un componimento come quello dedicato da Balderico alla contessa Adele � che i cortigiani 'contemplano senza ricompensa', reputando 'un grande favore nutrirsi di vane speranze' � sembra delinearsi gi� la figura della dama inaccessibile delle corti trobadoriche, nelle lettere indirizzate a giovani religiose o a nobili educande i premurosi insegnamenti morali � mantenetevi pure, pregate, leggete i testi sacri� � si volgono spesso in galanteria quando non in bruciante passione. Come in una serie di poesie inviate da Marbodo ad alcune amicae del monastero di Notre Dame a Le Ronceray e sulle quali per molto tempo ha gravato un imbarazzato silenzio editoriale, o in certe lettere di Balderico a Costanza, che sembrano anticipare il raffinato e paradossale erotismo della fin'amor: 'La carne e le viscere non si eccitano davanti a te, / ma senza inganno ti amo appassionatamente. [...] � un amore eccezionale, non accompagnato da lascivia / e non offuscato da passione illecita. / Continuo a prediligere la tua verginit�, / amo la purezza del tuo corpo'.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-_MPWHm7FYo8/TiaW9iFi46I/AAAAAAAAJb0/g9I-ILJK13w/image%25255B128%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="331" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La Fenice. Da Claudiano a Tasso&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo           &lt;br /&gt;A cura di Basile B.            &lt;br /&gt;Ed., 2004 - 195 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;La leggenda della Fenice, nome del misterioso uccello di splendida livrea e lunga vita capace di risorgere dalle sue stesse ceneri, � riconducibile alle credenze religiose degli antichi egizi. Ma � solo in epoca classica e medievale che ha assunto, in letteratura, il valore allegorico della resurrezione. In questa originale antologia sul mito feniceo, compaiono brani tratti dalle opere di Claudiano, Lattanzio, Petrarca, Tasso, sino ad un poco noto saggio dedicato all'argomento da Giacomo Leopardi. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-hZOqGW04xC8/TiaW-5ZPQMI/AAAAAAAAJb4/U8viz4e76Bo/image%25255B131%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="326" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Carmi di Sigurd.&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt; Testo feroese a fronte           &lt;br /&gt;A cura di Falanga G.            &lt;br /&gt;Ed., 2004 - 125 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;I &amp;quot;Carmi di Sigurd&amp;quot; in lingua feroese costituiscono una testimonianza della ricchezza di forme e motivi della tradizione nibelungica. Pregevole esempio di poesia orale popolare che affonda le radici nelle pi� antiche tradizioni letterarie nordiche e germaniche, la ballata tardomedievale ci giunge da un'area remota e isolata della cultura europea e va ad inserirsi in quel gi� vasto panorama di testimoni di uno dei cicli leggendari pi� fortunati del Medioevo europeo. La leggenda di Sigfrido, il giovane eroe in lotta fra meravigliose imprese, amori e passioni fatali, si ripropone in una versione vivace ed originale. La traduzione in lingua italiana (la prima in assoluto dalla lingua feroese), � attenta a conservare al meglio la forma metrica. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-GGiUxOKwS-c/TiaW_4eUsbI/AAAAAAAAJb8/Jknv0vJC5-g/image%25255B142%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="327" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La favola&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Torroella Guillem de           &lt;br /&gt;A cura di Compagna A.M.            &lt;br /&gt;Ed., 2004 - 159 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;In questo racconto in versi l'autore sembra rifiugiarsi nel mondo della letteratura per trovare nell'immaginario collettivo i valori di cui ha bisogno per portare avanti la propria causa; si tratta in ogni caso di un testo famoso, se nel secolo XV il suo titolo, quasi come un predicatore nobiliare, serve a identificare un ramo della famiglia Torroella. Il racconto costituisce una sorta di prosecuzione della Mort Artu: alla letteratura catalana, dunque, va il merito di continuare, oltre alla poesia trobadorica, anche, per certi versi, il romanzo cortese. L'autore narra come gli sia capitato di arrivare in maniera magica e misteriosa nell'isola dove ha trovato rifugio Art� dopo la battaglia di Salisbury. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-31_in5Akn44/TiaXA6jr-wI/AAAAAAAAJcA/JTIDIQEfMU0/image%25255B145%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="298" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Da Enid a Guinevere. Le storie arturiane di Tennyson&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Rusticali Grazia           &lt;br /&gt;Ed., 2004 - 239 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Con gli &amp;quot;Idylls of the King&amp;quot; Tennyson si colloca nel solco del revival medievalista. Tra gli elementi innovativi della materia arturiana, spicca l'attenzione prestata alla caratterizzazione dei personaggi attraverso l'approfondimento psicologico. Ed � su questo aspetto distintivo degli &amp;quot;Idylls&amp;quot; che si sofferma principalmente il presente lavoro: una lettura del poema incentrata sulla ricomposizione di alcune sue figure femminili, da Enid a Ginevra. Anche quando il personaggio pu� richiamare una tipologia sociale o morale significativa per il contesto vittoriano la specificit� del suo ritratto � tale da non appiattirlo mai in quel tipo. La sua ricchezza e la sua complessit� gli danno &amp;quot;profondit�&amp;quot; e verit� umana, rendendolo unico e nuovo. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;&amp;nbsp;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La citt� delle dame&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Pizan Christine de           &lt;br /&gt;A cura di Caraffi P.            &lt;br /&gt;Ed., 2004 - 528 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;&amp;quot;Ahim�, mio Dio, perch� non mi hai fatta nascere maschio? Tutte le mie capacit� sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere...&amp;quot; Partendo dall'amara coscienza dell'esclusione - del sapere del padre, grande scienziato, medico di corte, pu� &amp;quot;rubare&amp;quot; solo qualche briciola - ma salvandosi dall'abisso del dubbio e della malinconia, Christine de Pizan arriva a porre al centro del suo pensiero e della sua intensa e multiforme attivit� di scrittrice, che ne fanno una delle personalit� pi� affascinanti dell'autunno del Medioevo, proprio la differenza di genere.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-mnQNTVRGWKE/TiaXByxxKpI/AAAAAAAAJcE/S462HFUP7ZM/image%25255B148%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="296" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Poetica medievale tra Oriente e Occidente&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;A cura di Bagni P., Pistoso M.           &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 330 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Questo volume, che raccoglie gli atti di un convegno internazionale tenuto a Bologna nel maggio del 2000, intende mettere a confronto, al di l� del gusto esotico e pittoresco dello &amp;quot;orientalismo&amp;quot; moderno, tradizioni, saperi, esperienze letterarie del Mediterraneo medievale. Riscoprire la ricchezza del Medioevo mediterraneo, che � insieme europeo e orientale significa anche misurarsi con il fatto che ogni grande cultura e civilt� nasce ai crocevia, ai punti d'incontro, nel segno dello scambio, della pluralit�, del consapevole e audace esperimento dell'altro da s�. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-5o_3zGZvr4g/TiaXC-fpaxI/AAAAAAAAJcI/9a1-wcHHg_w/image%25255B151%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="325" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Sendebar. Il libro degli inganni delle donne&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di anonimo           &lt;br /&gt;A cura di Taravacci P.            &lt;br /&gt;Ed., 2006 - 216 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Il Sendebar � affascinante testimone di un'eredit� novellistico-esemplare di probabile ascendenza indiana, giunta nella Spagna cristiano-musulmana lungo due rami, uno occidentale e uno orientale, cui il testo castigliano appartiene. In stretta relazione con la letteratura gnomica della Spagna del secolo XIII, e al tempo stesso intessuto di motivi tipici del folklore universale, il Sendebar documenta il gusto e insieme l'esigenza, assai vivi nell'aristocrazia spagnola dell'epoca, di autorappresentarsi e di delineare un proprio immaginario mediante antichi modelli narrativi di provenienza orientale rielaborati in testi che rivelano una sensibilit� narrativa e persino una vocazione romanzesca del tutto nuove. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-RRLbxJDytwk/TiaXD5WavfI/AAAAAAAAJcM/nIhEogyyGQU/image%25255B154%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="318" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Beowulf&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;A cura di Brunetti G.           &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 320 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Mostri notturni che aggrediscono e terrorizzano; re e popoli scandinavi del V-VI secolo con le loro storie di faide e le istituzioni e i riti e le forme poetiche delle loro bellicose societ�; un guerriero di eccezionale forza e saggezza di cui vengono raccontate le imprese terminali dell'apprendistato giovanile e della vecchiaia di re: questo � il Beowulf, poema antico inglese contenuto in un manoscritto del 1000 circa. Le sue vicende eroico-teratologiche si svolgono tra sale rilucenti, misteriosi specchi d'acqua, scogliere, tumuli preistorici; il suo racconto apre squarci di lunga portata nel passato e nel futuro, mentre nella seconda parte si modula in elegia sulla labilit� esistenziale e storica di individui, stirpi, nazioni. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Viaggio in tre mari&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Nikitin Afanasij           &lt;br /&gt;A cura di Saronne E. T.            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 200 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Il mercante di Tver' Afanasij Nikitin, recatosi in Oriente nel 1466 quasi come rappresentante della nuova Rus' di Ivan III, � costretto, in seguito ad alcune disavventure, a migrare per anni tra Persia, India e Arabia. Il suo Viaggio, pur non essendo in diretto rapporto con i grandi avvenimenti del XV secolo, � per molti aspetti un segno del mutamento in atto nella societ� russa del tempo. Ci� vale anche per il linguaggio di Nikitin, che nella sua struttura anticipa sensibilmente quello moderno; tra l'altro egli ricorre a un miscuglio di parlate orientali quando le sue notazioni sconfinano nel morboso o nel proibito. Il diario di quest'uomo semplice � anche uno spiraglio sulla sua coscienza, sul suo anelito religioso e sulle sue angosce di peccatore. Significativamente, il Viaggio termina con una preghiera, che riproduce in cirillico le parole del Corano. Nikitin non si limita a informare, ma racconta e rivela.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Il purgatorio di San Patrizio&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Maria di Francia           &lt;br /&gt;A cura di Lachin G.            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 352 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Il testo, qui pubblicato in una nuova edizione critica con traduzione a fronte e commento, � la prima ritrascrizione europea in lingua d'oil di un racconto proveniente dall'Inghilterra e narra la storia di un guerriero irlandese che sarebbe penetrato fisicamente nell'aldil�, in un luogo allora sconosciuto chiamato Purgatorium, uscendone incolume grazie alla sua fede. La vicenda, che secondo la leggenda sarebbe avvenuta nel 1170, appena dieci anni prima la comparsa di questo testo, fu una delle principali cause che contribuirono al radicarsi nell'Europa medievale dell'idea di un terzo luogo dell'aldil� oltre all'Inferno e al Paradiso, cio� il Purgatorio. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-wtOnFW7wQi0/TiaXFBuTUiI/AAAAAAAAJcQ/Na8ZlFat1Qs/image%25255B168%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="300" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Canzoni&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Ventadorn Bernart de           &lt;br /&gt;a cura di Mancini M,            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 170 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Le canzoni di Bernart de Ventadorn (XII sec.) sono una delle espressioni pi� alte della poesia trobadorica. Il suo universo, che � quello dell'amore cortese, si costruisce al di fuori delle convenzioni della religione e della morale, come in uno spazio magico. Dominato dagli spiriti, dalle forze della natura, dal fuoco della visione, ma anche da un ovidiano, teatrale, spiritoso disincanto. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-7tMe40M_HtM/TiaXGExQeuI/AAAAAAAAJcU/oWMI8Xs_h2Y/image%25255B176%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="333" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Audigier. Il cavaliere sul letamaio&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo           &lt;br /&gt;A cura di Lazzerini L.            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 210 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Audigier � il giovane protagonista di una chanson de geste che ebbe grande successo in epoca medievale. Le imprese dell'eroe sono raccontate in forma parodistica, con un rovesciamento comico dei motivi tradizionali del romanzo cavalleresco. Le imprese di Audigier sono travolte dal ridicolo ma sotto l'involucro grottesco ripugnante si rintracciano nel romanzo motivi mitologici e relitti di antiche credenze. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;&amp;nbsp;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La battaglia di Maldon. Eroi e traditori nell'Inghilterra vichinga&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Anonimo           &lt;br /&gt;A cura di Brunetti G.            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 192 pp.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;&amp;nbsp;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Titurel&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Wolfram von Eschenbach           &lt;br /&gt;A cura di Dallapiazza M.            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 120 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;L'inquietante frammento del Titurel (1215-l220 ca.), un insieme di 170 quartine ispirate al verso lungo del Nibelungenlied � l�ultima opera di Wolfram von Eschenbach. Si apre con la genealogia della famiglia del Graal, ma � soprattutto, nell�incontro di Sigune e Schionatulander e nella grande scena del &amp;quot;guinzaglio del bracco&amp;quot;, il racconto delle gioie e degli affanni dell�amore, della sua onnipotenza, anche fatale. Ma chi vorr� condannarlo' &amp;quot;L'amore � ovunque, tranne che all�inferno&amp;quot;. Ecco Schionatulander inseguire un misterioso bracco, che porta incastonata nel prezioso lunghissimo guinzaglio una storia d�amore. Lo spinge l�imperioso capriccio di Sigune, che ha iniziato a leggere la storia - solo se ritorner� con il guinzaglio, gli promette, sar� sua - e l�impresa gli coster� la vita. Nel narrare frantumato e iperbolico, come spinto dal ricordo, nella sintassi sconvolta Wolfram sembra muoversi ai confini della lingua, attraversando e lacerando gli stilemi del codice cortese. Su tutta la vicenda domina Sigune, nei suoi desideri e tremori, nel suo orgoglio di nobile dama, nelle sue incantevoli fantasie di fanciul1a: &amp;quot;L'amore che cos��' � un lui' Puoi descrivermi l�amore' � una lei' E se l�amore viene a me, posso fidarmi dell�amore' Posso custodirlo tra le bambole'... Sono capace di attirare l�amore'&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh3.ggpht.com/-mgH3OFcXhUM/TiaXHFhAcZI/AAAAAAAAJcY/JoVp2V2CHB8/image%25255B183%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="300" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Lais di Maria di Francia&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;A cura di Angeli G.           &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 410 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Nella seconda met� del XII secolo i Lais di Maria di Francia, insieme ai romanzi di Chr�tien de Troyes, consacrano in modo clamoroso la fortuna della materia di Bretagna, intrecciandoli strettamente con i rituali dell�amore cortese e con il misterro dell�avventura. Al cuore di questi racconti ci sono il meraviglioso e il segreto, l�origine e la deriva dei personaggi da e verso regioni sconosciute: Lanval, il melanconico cavaliere amato da una fata (ma la perder�, se riveler� il loro amore); Guilliadun, la bella principessa lontana che attraversa il mare, muore e resuscita grazie alla virt�m di un fiore; Yonec, nato dal magico incontro di una dama triste e malmaritata con un cavaliere - astore; Bisclavret, minacciato da un sortilegio che lo costringe periodicamente a metamorfosarsi in lupo; Guigemar, novello Narciso, che sale su una nave senza equipaggio per andare lontano, a conoscere l�amore Straordinari incontri, oggetti misteriosi, personaggi che scompaiono e riappaiono, soprattutto amori: difficili, impossibili, idillici, tragici. Per i fantastici intrecci, per lo stile personalissimo, che mescola realismo psicologico e sogno, conversazione mondana ed elegia, questi Lais sono considerati la pi� bella raccolta di novelle dell�Europa.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;          &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-WedcU5SfTU4/TiaXINXTOGI/AAAAAAAAJcc/_TKNJm2B0cU/image%25255B190%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="300" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Erec e Enide&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Chr�tien de Troyes           &lt;br /&gt;A cura di Noacco C.            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 470 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Un giovane e valoroso cavaliere della Tavola Rotonda Erec, sposa la bellisima Enide dopo aver vinto per lei il &amp;quot;torneo dello sparviero&amp;quot;. Ma i piaceri del letto coniugale gli fanno ben presto dimenticare i suoi doveri cavallereschi. Le accuse di recreantise, di mancanza ai propri impegni, che incominciano a circolare a corte giungono alle orecchie di Eneide, che una mattina, tra le lacrime, le rivela allo sposo biasimandolo per il suo comportamento: questi, punto sul vivo, decide allora di partire con lei &amp;quot;non sa dove, ma all�avventura&amp;quot;. Solo dopo una serie di peripezie quasi da romanzo di &amp;quot;cappa e spada&amp;quot; - duelli, imboscate nella foresta, fughe notturne, inattesi colpi di teatro - i due protagonisti porteranno a piena maturazione il loro rapporto amoroso e infine si riconcilieranno. Prima della loro incoronazione regale a Nantes, con cui si conclude il romanzo, la misteriosa avventura della Gioia della Corte- Erec, penetrato in un giardino chiuso da mura d�aria, vince un cavaliere condannato per magia a difendere la sua amica da chiunque le si avvicini - ne riassume simbolicamente il valore ultimo: l�amore non deve essere un piacere egoistico e asociale, ma un�esperienza aperta agli altri e alla societ�. Primo capolavoro di Chr�tien de Troyes, Erec e Enide inaugura il grande ciclo narrativo della Tavola Rotonda e, in un certo senso, il romanzo moderno: se ne presenta qui al lettore italiano la prima traduzione con testo originale e fronte e ampio commento.           &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Vers&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Guglielmo IX. &lt;/p&gt;          &lt;p&gt;A cura di Eusebi M.           &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 104 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;           &lt;br /&gt;Si pu� dire che con Guglielmo IX (1071-1126) - il pi� antico trovatore di cui siano pervenuti componimenti - si inaugura la storia della moderna poesia occidentale. E questa storia si apre nel segno della contraddizione e dell'enigma. Non soltanto perch il canzoniere di Guglielmo - definito da Rajna &amp;quot;trovatore bifronte&amp;quot; - intreccia ai primi esempi di canto cortese ( con i tempi, destinati a diventare classici, dell'obbedienza alla dama, della sofferenza che affina, del joi interiore) poesie francamente oscene o burlesche contenenti gustose racconti di prodezze o fallimenti sessuali. Ma soprattutto perch� il suo centro segreto � costituito da una folgorante canzone sul &amp;quot;punto nulla&amp;quot;. Farai un vers de dreit nien, che � insieme una giocosa parodia degli amori immaginari e, nel suo stesso funambolismo verbale, una vertiginosa riflessione sull'essenza ultima della poesia. Mallarm� non � lontano: Rien, cette �cume, vierge vers...&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;La rosa e l'usignolo&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di anonimo           &lt;br /&gt;A cura di Saccone C.            &lt;br /&gt;ed., 2003 - 205 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Gli amori della rosa e dell'usignuolo formano uno dei pi� celebri temi cantati da innumerevoli poeti persiani, turchi, arabi, indostani. Nell'usignuolo innamorato che piange, grida, supplica e si dispera di fronte all'altezzosit� e all'apparente indifferenza della rosa, � stato visto non solo un simbolo della sofferenza e dell'autopurificazione che ogni autentico amante deve sperimentare prima di attingere all'unione con l'amata, ma anche un paradigma profondo e affascinante dell'amore mistico dell'anima per Dio. Nel poema l'amore dell'ebbro usignuolo, che canta solo per la rosa, appare scandaloso agli altri uccelli che cantano invece per Dio e cos� essi lo trascinano in tribunale di fronte al profeta-giudice Salomone. Questi, per�, capisce che la via dell'amore non � lontana dalla via della profezia e, inaspettatamente, assolve l'usignuolo da ogni accusa restituendolo alla sua prediletta rosa. Amore mistico e amore profano si mescolano inestricabilmente nella pi� famosa e intrigante &amp;quot;favola teologica&amp;quot; del Medioevo persiano.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;&amp;nbsp;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;p&gt;L'amore di lontano           &lt;br /&gt;di Rudel Jaufr�            &lt;br /&gt;A cura di Chiarini G.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Ed., 2003 � 180 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Stendhal, Uhland, Heine, Browning, Swinburne, Carducci, Pasolini, Maalouf basterebbe questo parziale elenco di scrittori affascinati dalla biografia leggendaria di Jaufre Rudel per valutare la portata dell'invenzione poetica del trovatore vissuto nella prima met� del XII secolo: l'amor de lonh, l'amore di lontano, su cui � quasi esclusivamente intessuto il suo esiguo canzoniere e che ispira la trama esotica e favolosa della Vida scritta circa un secolo dopo la morte del poeta, ha la ricchezza del mito. Il concetto di amor de lonh trascende l'eventuale dato storico per rappresentare, come in un emblema, il carattere fantasmatico dell'amore, l'imprendibilit� della figura femminile. Scacco in qualche modo risarcito dalla mirabile densit� dell'immagine poetica: distanza d'amore e poesia si fondono nel segno di una malinconica e aristocratica rinuncia configurando quell'enigmatico &amp;quot;paradosso&amp;quot; colto da Leo Spitzer - interprete acutissimo di Jaufre Rudel e della linea trobadorica che ne deriva - di una passione oscillante fra realt� e irrealt�, passione in cui �la lontananza � consustanziale con il desiderio dell'unione�.&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh4.ggpht.com/-BWgawuXTaA0/TiaXJRP8B9I/AAAAAAAAJcg/4vfX0lTypBU/image%25255B203%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="335" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Poesie&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Marselha Folquet de           &lt;br /&gt;A cura di Squillacioti P.            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 250 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Quella di Folquet de Marselha, che godette di grande celebrit� e influenza nell'ultimo ventennio del XII secolo, � una poesia in cui il tema dell'amore cortese e del servizio alla domna, tipico di tanti trovatori, convive con il rifiuto della sottomissione ad Amore, ad un desiderio irrinunciabile ma irrealizzabile. Nelle canzoni d'amore, di crociata e d'altro tema del suo variegato canzoniere - qui riproposto integralmente - domina il gusto della retorica e dell'argomentazione dialettica, col supporto di una solida architettura sintattica. Lo stile di Folquet � stato apprezzato e imitato specialmente in Italia: da Giacomo da Lentini e da altri poeti della Scuola siciliana, e da Dante, che cita e utilizza una canzone, prima di fare del suo autore il protagonista del IX canto del Paradiso. Un privilegio che Folquet deve al fatto di essere entrato alla fine nell'ordine cistercense e di essere divenuto prima abate, poi vescovo di Tolosa negli anni e nei luoghi della cruenta repressione dei movimenti eretici albigesi.           &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh5.ggpht.com/-81PnFh3gePU/TiaXKbA9fzI/AAAAAAAAJck/vrVUx-NWlYY/image%25255B206%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="293" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Regine e cavalieri allo specchio. Gregorio, Nibelunghi, Parzival, Tristano&lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;di Auteri Laura           &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 130 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Intorno al 1200 vengono composti in lingua tedesca alcuni poemi (Nibelunghi, Parzival, Tristano) che sono considerati fra i grandi capolavori della letteratura mondiale. Orientati in apparenza a visioni della realt� assai diverse fra di loro, i testi trattano temi comuni quali il destino, la morte, la necessit� di elaborare il lutto e la sofferenza, e rimandano tutti a quella &amp;quot;riscoperta&amp;quot; della coscienza che � stata definita un'acquisizione epocale per la vita culturale europea del secolo XII. Composti al discrimine fra due et�, i poemi riflettono il contrasto fra la certezza che l'uomo non possa non commettere errori e la constatazione della sostanziale incapacit� degli uomini a far chiarezza su quanto avviene dentro di loro. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;      &lt;tr&gt;       &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;br /&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-T7i136SoF7U/TiaXLjsdqkI/AAAAAAAAJco/pix3MZUXH2c/image%25255B209%25255D.png?imgmax=800" width="200" height="296" /&gt;&lt;/td&gt;        &lt;td valign="top" width="499"&gt;         &lt;h2&gt;Il sogno del cavaliere. &lt;/h2&gt;          &lt;p&gt;Chr�tien de Troyes e la regalit�           &lt;br /&gt;di Fass� Andrea, Salvini Michela            &lt;br /&gt;Ed., 2003 - 240 pp.&lt;/p&gt;          &lt;p&gt;Chr�tien de Troyes � conosciuto come il creatore di Lancillotto, della leggenda del Graal e del ciclo bretone. I tre romanzi &amp;quot;Erec et Enide&amp;quot;, &amp;quot;Le chevalier au lion&amp;quot; e &amp;quot;Clig�s&amp;quot; sono invece noti quasi esclusivamente agli specialisti, che in genere vi leggono soltanto un'esaltazione dell'amore coniugale e una rappresentazione del conflitto fra amore e prodezza cavalleresca. Esaminati con attenzione invece si rivelano analoghi a sogni. Il meraviglioso non � fine a se stesso, ma mezzo di espressione dei conflitti, aspirazioni e pulsioni inconsce dei personaggi. Molto pi� di quanto non appaia, questi romanzi rispecchiano la condizione, i desideri e le angosce non soltanto della societ� feudale, ma dell'umanit� in generale. &lt;/p&gt;       &lt;/td&gt;     &lt;/tr&gt;   &lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-32384827530538524?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/32384827530538524/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=32384827530538524' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/32384827530538524'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/32384827530538524'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/07/volete-togliervi-la-curiosit-di-sapere.html' title='Volete togliervi la curiosit� di sapere come ragionavano i poeti nel Medioevo? Ecco qui una collana solo per voi!'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh6.ggpht.com/-Q9bkuYo2lCk/TiaWXNHbTsI/AAAAAAAAJZo/U8AKkhyaPo0/s72-c/image12.png?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-6151953622456601631</id><published>2011-07-15T16:07:00.000+02:00</published><updated>2011-07-15T16:16:34.733+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Personaggi del Medioevo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Maria di Francia'/><title type='text'>Il mistero ed i lais di Maria di Francia</title><content type='html'>&lt;h2&gt;Uomo o donna?&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Nel Medioevo una donna che sapesse leggere e scrivere era un caso raro e se poi questa donna componeva anche, per un’altra donna come Eleonora d’Aquitania, storie d’amore, di intrighi e cose di questo genere, allora era una cosa seria che la storia non avrebbe dimenticato per i secoli a venire. Dal momento che l’esatta identità di questa donna non è stata nota nei primi tempi dopo la sua morte, figuriamoci oggi e c’è chi osa addirittura ipotizzare che fosse un uomo, magari omosessuale, che si celasse dietro ad un nome di suo gradimento per pubblicare storie e racconti per riscattarsi da una società che ardiva dalla voglia di conoscere il misterioso autore di lais che Eleonora tanto amava. Altri hanno ipotizzato che l’autore dei lais fosse il vero e tanto ricercato amante di Eleonora, ma anche qui i ficcanaso vanno poco lontano nelle faccende private di Eleonora. Infine non manca chi sostiene che in realtà Maria di Francia altri non fosse che la primogenita delle due figlie di Eleonora avute da Luigi nel primo matrimonio e che lei abbandonò insieme all’ex marito per inseguire il sogno d’amore con Enrico II, più giovane di lei di undici anni e poco interessato ad una donna più vecchia che però, non dimentichiamolo, era molto ricca e soprattutto con il suo matrimonio avrebbe aggiunto al regno di Inghilterra, tutto il sud della Francia, lasciando così quel povero inetto di Luigi circondato dal mare e dal nemico. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Numerose sono state le ipotesi proposte sulla possibile identificazione storica dell'Autrice, in merito risulta notevole il saggio di Carla Rossi. Alcune delle possibili identità sono:&lt;/p&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;Marie di Meulan, ipotetica figlia di Garelan IV de Meulan, studioso e letterato, a cui è dedicata la Historia regum britannie, il quale però non risulta che avesse avuto una figlia di nome Marie. È esistita una badessa Marie di Meulan, ma sarebbe morta entro il 1000, mentre i Lais sono stati scritti fra il 1160 e il 1175. &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Marie d'Ostillie, badessa e secondo alcuni sorellastra di Enrico II, secondo altri figlia di un uomo di fiducia del re. Entrata in tenera età in convento, mentre la cultura dell'Autrice dei Lais mostra chiaramente la sua vicinanza all'ambiente di corte di Enrico II e alle querelles letterarie coeve. &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Marie di Blois, principessa d'Inghilterra, badessa del monastero di Romsey, ma in pessimi rapporti con Enrico II, quindi non si spiegherebbe, oltre la vicinanza culturale all'ambiente di corte, anche la dedica al &amp;quot;nobile re&amp;quot; presente nel prologo. &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Marie sorella di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury. Maria sarebbe diventata badessa del monastero di Barking, monastero che conservava la tomba della badessa sorella dell'arcivescovo. Questa ipotesi, formulata da Carla Rossi, è la più probabile perché innanzitutto è quella più compatibile con i dati anagrafici: la badessa non sarebbe entrata da piccola in convento, ma da vedova, secondo un uso molto diffuso all'epoca. In secondo luogo i testi di Maria di Francia sono stati più volte trasmessi da manoscritti tramandanti testi strettamente legati a Thomas Becket. &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Marie di Francia, secondo R. Baum, non è mai esistita e il suo nome è una pura invenzione letteraria che mette insieme un primo nome &amp;quot;Maria&amp;quot; che vuole indicare un'identità letteraria portatrice della cultura e dei valori cristiani all'indicazione &amp;quot;de France&amp;quot; che non deve essere interpretata in senso geografico, ma culturale: l'autore si richiama direttamente alla cultura e ai valori celebrati in quello che era allora il centro culturale più prestigioso: Ille de France. Tra gli studiosi che hanno fatto propria questa ipotesi, non è mancato chi ha veduto la raccolta di Lais come opera di diversi autori, cosa che stride notevolmente con la palese unità stilistica dell'opera. &lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="image" border="0" alt="image" src="http://lh6.ggpht.com/-N9FY1fhpQKY/TiBKEZngCyI/AAAAAAAAJWY/jzY1ZmO31CQ/image%25255B5%25255D.png?imgmax=800" width="585" height="324" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;Figura 1 – Le possibili identità di Maria di Francia&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L’ipotesi di Baum non sarebbe errata ed in tal caso avvalorerebbe l’ipotesi che si tratti di uno pseudonimo, ma ancora non rivelerebbe nulla del sesso e dell’identità dell’autore. Potrebbe, perché no, essere stata Eleonora stessa negli anni di prigionia a scrivere questi lais, in una lingua mista tra francese, latino ed inglese, pubblicandoli con uno pseudonimo perché se si fosse saputo che la Regina, la Grande Eleonora scriveva storie tanto ardite e fantasiose come quelle dei lais.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Secondo Carla Rossi, invece, si tratterebbe della sorella di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury. Maria sarebbe diventata badessa del monastero di Barking, monastero che conservava la tomba della badessa sorella dell'arcivescovo. Secondo alcuni è la più probabile delle ipotesi sull’identità storica di Maria di Francia perché innanzitutto è quella più compatibile con i dati anagrafici: la badessa non sarebbe entrata da piccola in convento, ma da vedova, secondo un uso molto diffuso all'epoca. In secondo luogo i testi di Maria di Francia sono stati più volte trasmessi da manoscritti tramandanti testi strettamente legati a Thomas Becket.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche questa versione però, stonerebbe con un episodio di cronaca nera che riguardò direttamente Enrico II e Thomas Becket. Lord Cancelliere del Regno d'Inghilterra dal 1154, Thomas Becket venne eletto arcivescovo di Canterbury e primate d'Inghilterra nel 1162: ostile ai propositi di Enrico II di ridimensionamento dei privilegi ecclesiastici, venne ucciso (forse per ordine del sovrano) nel 1170; nel 1173 venne proclamato santo e martire da papa Alessandro III.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Se Maria era la sorella di Thomas non avrebbe alcun senso l’elogio scritto al re nel prologo dei Lais, poiché anche se Enrico si era professato innocente, era comunque per l’opinione pubblica il mandante dell’assassinio di Thomas. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Data la mancanza di fonti sicure su questo personaggio, possiamo solo fare delle speculazioni sul suo sesso e sulla sua identità, probabilmente destinate a rimanere un mistero.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;I lais&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;brevi racconti in ottosillabi a rima baciata, dei quali il più corto è il Lai du Chèvrefeuille, che narra un episodio della leggenda di Tristano ed Isotta in 118 versi, e il più lungo è l'Eliaduc di 1184 versi. L'etimologia della parola &amp;quot;lai&amp;quot; (singolare di &amp;quot;lais&amp;quot;) è tuttora incerta. Una delle ipotesi più credibili è la derivazione dalla parola (ricostruita) celtica &amp;quot;laid&amp;quot; con il significato di &amp;quot;canto&amp;quot; da cui deriverebbe anche il tedesco &amp;quot;lied&amp;quot; (canto). Questa ipotesi etimologica è supportata dal fatto che i lais venivano cantati o recitati con l'accompagnamento di arpa o viola.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I lais di Maria di Francia presentano un prologo in forma poetica, cosa molto frequente durante il Medioevo, epoca in cui anche testi didattici, filosofici, precettistici venivano redatti in versi. Il metro usato per questi componimenti è l'ottosillabo che secondo Avalle deriverebbe dal dimetro giambico latino. Questi racconti in versi presentano ciascuno un piccolo prologo e un epilogo ed una struttura costante: un'introduzione, uno svolgimento, una conclusione. I luoghi citati a volte sono mitici altre volte reali.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le fonti dei suoi componimenti sono diverse: in alcuni lais si tratta di fonte orale, in altre di fonte scritta, altre volte la storia viene presentata semplicemente con l'accenno dell'Autrice: &amp;quot;Secondo il racconto che conosco&amp;quot;. Maria dichiara nel prologo di aver scritto i suoi testi derivandoli da leggende bretoni: in effetti uno solo è propriamente arturiano, il Lai de Lanval in cui compaiono eroi tipici del mondo arturiano, come Galvano e Ivano.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Tutti i suoi racconti narrano vicende d'amore, spesso adultero, che sono poi sistematicamente il motore dell' &amp;quot;aventure&amp;quot; che si svolge sullo sfondo del mondo reale, ma che vedono la presenza di elementi del meraviglioso, mescolando tematiche e tono cortesi, alla magia delle leggende celtiche, ad immagini e topoi evangelici a elementi tipicamente ovidiani.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Alcuni dei lais possono essere raggruppati secondo un tema dominante, per esempio: Yonec, Lanval e Bisclavret sono accomunati dalla presenza del paranormale, Milun e Fresne dalla tematica del rapporto genitori-figli, Deus amanz e Laustic dall'amore triste.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;I protagonisti non sono grandi eroi o famosi re, ma semplici cavalieri e semplici dame spesso in situazioni drammatiche che tendono a ripresentarsi in situazioni topiche come il caso della donna malmaritata, del marito vecchio e geloso, genitori che allontanano il figlio, luoghi magici riservati a iniziati.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Fonti&lt;/h2&gt;  &lt;ol&gt;   &lt;li&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eleonora_d%27Aquitania#Gli_anni_della_prigionia"&gt;Wikipedia. Eleonora d'Aquitania. Vers. ITA. s.d.&lt;/a&gt; &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Maria_di_Francia_%28poetessa%29"&gt;Maria di Francia. Vers. ITA. s.d.&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;i&gt;&lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Marie_de_France"&gt;Marie de France&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; Vers. ENG. s.d. . &lt;/li&gt; &lt;/ol&gt;  &lt;p&gt;Collegamenti per il testo in versione inglese&lt;/p&gt;  &lt;ol&gt;   &lt;li&gt;&lt;a href="http://www.gutenberg.org/files/11417/11417-h/11417-h.htm#CONTENTS"&gt;Lais of Marie of France&lt;/a&gt; – ENG. &lt;/li&gt; &lt;/ol&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-6151953622456601631?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/6151953622456601631/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=6151953622456601631' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/6151953622456601631'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/6151953622456601631'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/07/il-mistero-ed-i-lais-di-maria-di.html' title='Il mistero ed i lais di Maria di Francia'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh6.ggpht.com/-N9FY1fhpQKY/TiBKEZngCyI/AAAAAAAAJWY/jzY1ZmO31CQ/s72-c/image%25255B5%25255D.png?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-6033248263327236175</id><published>2011-05-31T15:04:00.001+02:00</published><updated>2011-05-31T15:04:33.934+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Avvisi agli utenti'/><title type='text'>Palio di Alberico 2011</title><content type='html'>&lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-right-width: 0px; margin: 0px auto; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; padding-top: 0px" title="Palio di Alberico" border="0" alt="Palio di Alberico" src="http://lh5.ggpht.com/-FuN5IOvORls/TeTnYZtvZPI/AAAAAAAAJUk/vUh8eIIRPDk/Palio%252520di%252520Alberico%25255B7%25255D.jpg?imgmax=800" width="500" height="552" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Come avevo preannunciato pochi giorni fa, sono stata ospite insieme a Marco, ad Alessio e alla Dott.ssa Raffaella Zama a Barbiano per fare da giuria, per la sfilata in costume storico. I costumi erano veramente tutti bellissimi, fatti con dedizione e passione, tanto che davvero sembrava che si fosse creato un varco temporale nel XIV secolo. Alla fine della giornata, all’unanimità la Giuria ha annunciato il suo verdetto prima della gara del tiro alla fune tra i rioni. La sfilata del Palio di Barbiano, ed. 2011 è stata vinta dal Rione Quercia con grandissima gioia di tutti, tenuti in suspense dal rullo di tamburi. Inoltre la Giuria ha pensato di annunciare i rioni vincenti per miglior costume di dama e per migliore cavaliere. Il Rione vincente per la miglior dama, in assoluto tra i Rioni è stato il Rione Quercia, la cui dama aveva un abito in damascato oro e blu scuro e un grazioso copricapo con velo. Il miglior cavaliere invece è stato quello del Rione Alberico. Prossimamente saranno pubblicate le fotografie del Palio, che è stato veramente bellissimo. Bellissimo anche il costume di Alberico e la coreografia della sera con i tiratori con le fiaccole.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si ringraziano ancora i membri della Giuria che hanno partecipato insieme a me, Marco e la Dott.ssa Raffaella Zama, Alessio per aver fatto le fotografie del Palio.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Si ringraziano infine gli organizzatori e Orizzonte3000, le mamme, le sarte e le nonne che hanno lavorato ai costumi con dedizione e pazienza si ringrazia anche per la gentilissima disponibilità ed ospitalità dimostrata verso la giuria. &lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6057707114310408106-6033248263327236175?l=vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/feeds/6033248263327236175/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6057707114310408106&amp;postID=6033248263327236175' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/6033248263327236175'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6057707114310408106/posts/default/6033248263327236175'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.com/2011/05/palio-di-alberico-2011.html' title='Palio di Alberico 2011'/><author><name>Chiara</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05718734832252644370</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-0BQQRkU84Oc/TZ4p9bfD6LI/AAAAAAAAJIk/tSelzOna6mk/s220/Miranda-L.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh5.ggpht.com/-FuN5IOvORls/TeTnYZtvZPI/AAAAAAAAJUk/vUh8eIIRPDk/s72-c/Palio%252520di%252520Alberico%25255B7%25255D.jpg?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6057707114310408106.post-5408779666198674351</id><published>2011-05-28T15:24:00.000+02:00</published><updated>2011-05-28T15:32:47.953+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Condottieri medievali'/><title type='text'>Alberico da Barbiano</title><content type='html'>&lt;h2&gt;Introduzione storica&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Innanzitutto è importante fare una premessa storica prima di parlare di questo personaggio. Siamo nel Basso Medioevo, a cavallo tra la seconda metà del XIV secolo e agli inizi di quello successivo, un periodo di tutta l’era medievale che fu caratterizzata da importanti cambiamenti non solo in Italia, ma anche in tutta l’Europa. Tra questi cambiamenti vi erano non solo quelli nel commercio, nella vita quotidiana e nella mentalità, ma anche nel modo di fare la guerra. Le guerre in nome di Dio erano finite, le crociate erano finite e i cristiani se n’erano tornati da quasi cento anni a casa con la coda tra le gambe, la guerra era ora condotta tra fazioni interne di uno stato o di un regno, spesso corrispondenti a famiglie o a comuni. I soldati che combattevano, agli inizi del Medioevo, erano uomini arruolati nel modo più disastrato, non pagati e destinati a morte certa, gli eserciti erano composti solo per una piccola parte da nobili. Questo modo di mettere su degli eserciti e mantenerli con tasse ed imposte a spese del popolo non durò che fino alla fine delle crociate, perché fino ad allora gli eserciti si componevano di gente semplice che non sapeva combattere e che al primo cenno di battaglia fuggiva per salvarsi la pelle. Raramente anche nella storia delle crociate si incontrano casi in cui i soldati, pur di tenerli uniti, venivano pagati a spese di un nobile e quindi di un privato, anche se la guerra aveva un bottino comune. Con la nascita dei comuni, la fine delle crociate e l’inizio delle guerre tra casati, tra comuni, o tra fazioni opposte di uno stesso luogo i soldati non erano più gente semplice, ma erano uomini pagati per combattere, erano mercenari. Nulla di nuovo, perché il soldato mercenario era una figura adottata anche prima del Medioevo, ma nel Medioevo questa figura assunse anche nuove caratteristiche perché non solo era arruolato e pagato per combattere per un privato, ma prestava servizio sempre a pagamento anche ad altri signori e fu così che nacque la figura del capitano di ventura, un termine non di origine medievale, ma di origine rinascimentale. Si tratta di un termine convenzionale che sta ad indicare il comandante di una compagnia privata di mercenari, dette per l'appunto &lt;i&gt;compagnie di ventura&lt;/i&gt;. Questo genere di comando sorge soprattutto nell'Italia settentrionale, ma non si tratta come già detto di un’invenzione italiana né medievale ed il motivo della loro concentrazione nel Nord sta solo a riflettere la condizione storica del Nord, ossia tantissime famiglie, casati e comuni continuamente in guerra tra loro; tuttavia anche il centro fece registrare fenomeni di questo genere, specie nel XIII secolo, ma non quanto nel nord. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La nascita e lo sviluppo delle compagnie di ventura diede la possibilità ai loro capitani di emergere e talvolta alcuni di loro lasciarono il loro nome e le loro gesta scritte sul grande libro della storia e tra questi vi era anche Alberico da Barbiano. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Alberico, un ragazzo tra tanti, ma diverso da tutti&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Nel Medioevo, la biografia dei vari personaggi di cui ci giungono informazioni era scritta spesso da simpatizzanti degli stessi personaggi o da simpatizzanti dei loro nemici, per cui le informazioni stesse sono da prendere con le pinze. Per altro è da aggiungere che quando si parla di figure militari, a partire dal XII secolo, gli scrittori tendono sempre ad usare un linguaggio che riporta all’ideale dell’onore e del cavaliere fedele tipiche dell’amor cortese. Le notizie che abbiamo di Alberico sono poche, tuttavia sufficienti a farne un quadro che ci racconta la sua storia e ci permette di capire non solo la sua vita e la sua mentalità, ma anche la società in cui viveva. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="clip_image002" border="0" alt="clip_image002" src="http://lh5.ggpht.com/-q7PuNl8sijk/TeD3pN38P5I/AAAAAAAAJUI/Qx03z6UNQ-o/clip_image002%25255B6%25255D.png?imgmax=800" width="404" height="400" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Figura 1 – Alberico da Barbiano&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Alberico nacque nel 1349 a Barbiano di Cotignola (RA) in una famiglia nobile, i &lt;b&gt;&lt;i&gt;Da Barbiano&lt;/i&gt;&lt;/b&gt; &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn1_7974" name="_ftnref1_7974"&gt;[1]&lt;/a&gt;, discendenti di una famiglia antica di origine carolingia &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn2_7974" name="_ftnref2_7974"&gt;[2]&lt;/a&gt;. Alberico nacque quindi in una famiglia tutto sommato ricca, nobile, con diversi territori. I Da Barbiano erano &lt;b&gt;&lt;i&gt;conti di Cunio &lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn3_7974" name="_ftnref3_7974"&gt;[3]&lt;/a&gt; e di altri territori vicini tra cui la stessa &lt;b&gt;&lt;i&gt;Barbiano &lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn4_7974" name="_ftnref4_7974"&gt;[4]&lt;/a&gt;. Tra gli altri titoli di Alberico, presumibilmente o ereditati o conquistati durante la sua carriera militare, si ricordano “Signore di:&lt;/p&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;Barbiano,&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Lugo,&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Zagonara,&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Castel Bolognese,&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Cotignola, &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Dozza, &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Tossignano,&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Granarolo,&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;&lt;a name="OLE_LINK1"&gt;Trani&lt;/a&gt;, &lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Giovinazzo&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="clip_image004" border="0" alt="clip_image004" src="http://lh6.ggpht.com/-kn8757T71VU/TeD3zAVVZuI/AAAAAAAAJUM/gEhyJra930A/clip_image004%25255B6%25255D.png?imgmax=800" width="904" height="558" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Figura 2 - Terre nel nord Italia, di cui era signore Alberico&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="clip_image006" border="0" alt="clip_image006" src="http://lh3.ggpht.com/-Popel3cshN0/TeD39f4ZeYI/AAAAAAAAJUQ/xK6QpKuxRHI/clip_image006%25255B7%25255D.png?imgmax=800" width="904" height="558" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Figura 3 - Terre nel sud, di cui era signore Alberico, sono state identificate con la bandierina azzurra per convenzione&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Tra gli altri titoli di Alberico si ricordano quello di Senatore dello Stato Pontificio (titolo ritirato per scomunica) e Gran Connestabile del Regno di Napoli. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Insomma, Alberico non aveva certo nulla da invidiare ai signori del suo tempo, per quanto riguarda titoli ed averi, ma il suo destino e la sua inclinazione personale certo non erano quelli del pantofolaio o del nobile di corte, ad Alberico piaceva la guerra, il suo spirito cavalleresco ed il senso dell’onore venivano prima di qualsiasi cosa, il chè però non deve far pensare che egli rinunciò ad avere moglie e figli, anche se è da presumere che il tempo che egli dedicò al focolare sia stato molto poco. Il suo temperamento e la sua inclinazione alla guerra ne hanno fatto un uomo famoso, ma non certo un stinco di santo, tanto che gli costarono la scomunica. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;“ &lt;i&gt;Mostrò sin da ragazzo un temperamento infaticabile, senza paura e pieno di amor di gloria&lt;/i&gt;&amp;quot; (come viene descritto dal card. Anglico de Grimoard &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn5_7974" name="_ftnref5_7974"&gt;[5]&lt;/a&gt; nel 1371) che lo portò ben presto a tralasciare gli studi per porsi al servizio di Giovanni Acuto &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn6_7974" name="_ftnref6_7974"&gt;[6]&lt;/a&gt;: narra infatti un aneddoto che esercitandosi col fratello Giovanni, egli venisse da esso sconfitto; ritiratosi giurò di lasciarsi morire di fame e non accettare più cibo, piuttosto che sopravvivere a tale disonore, riscattato in seguito da un successivo scontro. Questo aneddoto che sa tanto di &lt;i&gt;chanson de geste&lt;/i&gt; non è da mettere in dubbio, tanto più che per inseguire i suoi sogni di gloria e vittorie preferì abbandonare gli studi, cosa all’epoca non a disposizione di tutti. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Alberico soldato&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Della sua vita privata prima di diventare soldato, dei fratelli, dei genitori non si da quasi nulla. Dalle date però si deduce che Alberico era probabilmente già un soldato nel 1365, quando aveva appena 15 anni e non deve essere stato difficile per lui abbandonare la famiglia per intraprendere la via della guerra. Nel 1365 Alberico partecipò insieme ai Visconti per il dominio di Zagonara &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn7_7974" name="_ftnref7_7974"&gt;[7]&lt;/a&gt;, un piccolo centro abitato di meno di cinquecento abitanti nel comune di Lugo, sebbene una parte sia sotto il comune di Cotignola. Solo dieci anni dopo, nel 1375 seguì il condottiero inglese precedentemente nominato e qui si crea un’incongruenza con quanto scritto da Anglico, poiché secondo lui Alberico avrebbe lasciato tutto per seguire Giovanni Acuto, mentre secondo altre fonti lo avrebbe incontrato solo dieci anni dopo, nel 1375, quando aveva venticinque anni. Nel 1375 Alberico affiancò Giovanni Acuto nella guerra degli Otto Santi contro i fiorentini e un anno più tardi partecipò all'eccidio di Faenza. Nel 1377, dopo la distruzione di Cesena (avvenuta 1º febbraio), Barnabò Visconti lo prese a proprio servizio. L'anno seguente Alberico fondò la Compagnia di San Giorgio (1378), disgustato dalla troppa veemenza dei capitani stranieri. Fu la prima compagnia di ventura interamente composta da miliziani italiani, in un'epoca in cui nella penisola dominavano eserciti composti da soldati stranieri. Se Alberico fosse disgustato davvero o no dai soldati stranieri non è dato saperlo in assenza di scritti propri dello stesso, ma è più probabile che sia un’interpretazione dei suoi biografi anche perché in epoca medievale soprattutto, in guerra non si guardava in faccia nessuno e tantomeno si badava al galateo per cui cose come il furto, l’eccidio e lo stupro erano cose considerate normali per uomini pagati per uccidere e distruggere, al di là dell’onore e se i biografi hanno visto giusto nell’interpretare il comportamento di Alberico, ciò è da ricondurre esclusivamente al fatto che egli era nobile e uomo d’onore e che uccideva i nemici per la vittoria del suo signore, esattamente come la figura del cavaliere descritto dalle &lt;i&gt;chanson de geste&lt;/i&gt;. In merito a questa somiglianza non si voglia indurre dubbio sull’ispirazione possibile di Alberico a tali romanzi, avuta magari nel breve periodo di studi, tuttavia se anche questo fosse possibile egli deve aver trasdotto gli ideali cavallereschi in qualcosa di meno utopico e più reale per cui si uccideva in guerra, per onore e solo i nemici e per un fine comune e non per il semplice gusto di uccidere e massacrare che evidentemente egli doveva aver visto o dovevano aver visto i suoi biografi nei soldati non italici. Il fatto che Alberico avesse dedicato fin da fanciullo la sua vita alla guerra non è da intendere come un gusto per la morte ed il sangue, egli non era un sanguinario, ma un mercenario, in particolare un capo, un capitano e per giunta era anche nobile. Si cade così nuovamente nel discorso precedentemente fatto sulla sua figura paragonata e poi traslata del cavaliere della letteratura. L’epoca di Alberico è anche quella che segue la fine di alcuni ordini cavallereschi e monastico-cavallereschi e la nascita di altri, pur essendo una moda ormai finita, compagnie e ordini continuavano a sorgere e tramontare, prova ne è proprio la Compagnia di San Giorgio. Prima di quella fondata da Alberico, ne furono create due e la terza fu anche l’ultima ed è forse la più famosa. Militarono in questa celebre compagnia molti combattenti valorosi come Braccio da Montone &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn8_7974" name="_ftnref8_7974"&gt;[8]&lt;/a&gt;, Muzio Attendolo Sforza &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn9_7974" name="_ftnref9_7974"&gt;[9]&lt;/a&gt;, Ugolotto Biancardo, Jacopo dal Verme &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn10_7974" name="_ftnref10_7974"&gt;[10]&lt;/a&gt;, Facino Cane &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn11_7974" name="_ftnref11_7974"&gt;[11]&lt;/a&gt;, Ottobono Terzi&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn12_7974" name="_ftnref12_7974"&gt;[12]&lt;/a&gt; e Ceccolino da Michelotti.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In un'epoca nella quale soldati stranieri erano presenti in tutta la penisola, della Compagnia di San Giorgio potevano far parte solo ai combattenti italiani: i soldati giuravano infatti di &amp;quot;essere perpetui nemici degli stranieri e dei barbari&amp;quot;. Inoltre, sempre in questi anni, Alberico si preoccupò di innovare l’arte guerriera, modificando le coperture dei cavalli, fino a renderle delle vere e proprie coperte d’acciaio lunghe fino alle ginocchia; inoltre ideò nuove tecniche di carica, munendo il muso del destriero di uno spuntone che diventava micidiale nell’assalto; aggiunse anche all’elmo del cavaliere la ventaglia ed il collare per proteggerne il collo. Nel frattempo il nome di Alberico si era guadagnato una certa stima: nel 1385 liberò, assieme al fratello, la natìa Barbiano occupata dalle truppe di Giacomo Boccadiferro e dei bolognesi.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="clip_image008" border="0" alt="clip_image008" src="http://lh5.ggpht.com/-LAfAKCJDPso/TeD4CxKxIAI/AAAAAAAAJUU/hE_xRjXEOA8/clip_image008%25255B6%25255D.png?imgmax=800" width="357" height="488" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Figura 4 – Braccio da Montone&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="clip_image010" border="0" alt="clip_image010" src="http://lh4.ggpht.com/-opl8iVnYTiw/TeD4Kn6ZPCI/AAAAAAAAJUY/gDgWRKX1-gY/clip_image010%25255B6%25255D.png?imgmax=800" width="357" height="520" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Figura 5 – Muzio Attendolo Sforza&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="clip_image012" border="0" alt="clip_image012" src="http://lh5.ggpht.com/--JxcLugJepI/TeD4NTzHcSI/AAAAAAAAJUc/SOxcp6EK_t4/clip_image012%25255B5%25255D.png?imgmax=800" width="357" height="467" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Figura 6 – Facino Cane, ritratto anonimo&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;L'esercito di Alberico conobbe subito una grande fama, cosicché, quando le milizie mercenarie bretoni dell'Antipapa Clemente VII si misero in marcia verso Roma per metterlo a capo della chiesa, Papa Urbano VI e Caterina da Siena lo chiamarono a schierarsi in difesa di Roma. Scrisse nella sua lettera ad Alberico, Caterina:&lt;/p&gt;  &lt;blockquote&gt;   &lt;p align="justify"&gt;Al nome di Gesù Crocefisso e Maria dolce. Confortatevi, confortatevi in Cristo, dolce Gesù, tenendo dinanzi a voi il sangue sparso con tanto fuoco di amore, stante nel campo col gonfalone della santissima Croce. Pensate che il sangue di questi gloriosissimi martiri sempre guida al cospetto di Dio, chiedendo sopra di voi l'aiutorio suo. Pensate che questa terra [Roma] è il giardino di Cristo benedetto ed il principio della nostra fede e però ciascuno, per se medesimo, ci debbe essere inanimato&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;  &lt;p&gt;(Niccolò Tommaseo, lettera di Santa Caterina n. 219)&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;La battaglia di Marino tra Alberico e le milizie bretoni avvenne a 12 miglia a nord di Roma il 30 aprile 1379. Al termine della battaglia, Alberico, vittorioso, entrò trionfante in Roma. Il Papa, che della vittoria aveva reso grazie a Dio recandosi incontro al vincitore a piedi nudi, lo fece Cavaliere di Cristo e gli conferì solennemente un grande stendardo bianco attraversato da una croce rossa con il motto &amp;quot;&lt;b&gt;LI-IT-AB-EXT&lt;/b&gt;&amp;quot; (L'Italia liberata dai Barbari). Venne inoltre nominato senatore dello Stato della Chiesa. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Al servizio dei Visconti&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Sconfitti i bretoni, Alberico si schierò nuovamente con Carlo III di Napoli (1380) , al quale era stato sottratto il legittimo trono dalla regina Giovanna, schieratasi dalla parte dei bretoni per paura di essere deposta. Nello stesso anno sconfisse presso Bari Luigi I d'Angiò, intenzionato anche lui a deporre Papa Urbano VI. Per riconoscenza Carlo III lo nominò Maximus Conestabilis regni Siciliae. Alberico iniziò poi il suo servizio sotto le fila del Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, il quale lo aveva liberato da una prigionia ad Ascoli (24 aprile 1392). Assieme al fratello Giovanni, Alberico entrò a Firenze nel 1397; subito dopo sbaragliò le truppe del duca Francesco Gonzaga presso Mantova. Giovanni fu però fatto prigioniero e fu impiccato in piazza a Bologna nel 1399, per crimini di razzia e strage. Appresa la notizia della morte del fratello, Alberico, iniziò la battaglia contro il faentino Astorre Manfredi e Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, responsabili del crimine. Bologna e Faenza caddero una dopo l'altra nelle mani di Alberico, ma Faenza fu poi ceduta per denaro al card. Baldassarre Cossa, legato pontificio di Bologna, il quale divenne ben presto il suo acerrimo nemico. Conclusisi gli scontri con i faentini e con i bolognesi, Alberico ricevette la chiamata d'aiuto dal re di Napoli Ladislao I, il quale vedeva il suo regno minacciato nuovamente dai francesi, guidati, questa volta, da Luigi II d'Angiò, il quale venne sconfitto dopo ripetute battaglie. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Non passò molto tempo che Alberico ricevette la notizia di una nuova rivolta, questa volta in patria: Il figlio Manfredo, signore di Lugo aveva mosso guerra contro il figlio ribelle Lodovico &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn13_7974" name="_ftnref13_7974"&gt;[13]&lt;/a&gt;, signore di Zagonara schierato assieme al card. Cossa. Alberico non arrivò mai nella sua Romagna; morì di nefrite nel Castello della Pieve, presso Perugia il 26 aprile 1409 a 60 anni. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Tanta guerra e poco amore…&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Come abbiamo già detto, la vita di Alberico fu dedicata in gran parte al campo di battaglia più che al focolare, il chè influisce molto su quello che si sa di lui nel privato, come padre e come marito. Della sua vita privata si sa che ha avuto due matrimoni, ma della prima moglie non si sa nulla mentre la seconda fu una Da Polenta, Beatrice da Polenta, figlia di Guido da Polenta &lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftn14_7974" name="_ftnref14_7974"&gt;[14]&lt;/a&gt; (sposata nel 1380) dalla quale ebbe i due figli, Lodovico e Manfredo, e una figlia, Giovanna. Nel 1431 la famiglia, con a capo Alberico II (figlio di Lodovico) fu cacciata da Lugo e lasciò la Romagna per trasferirsi in Lombardia, divenendo feudataria di Belgioioso. Nel 1514 Carlo da Barbiano abbinò il nome del borgo al proprio cognome e sotto la dicitura “Barbiano-Belgioioso” nel 1566, la famiglia fu iscritta nel patriziato milanese, oltre che insignita del titolo di “Grandi di Spagna”. &lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Il ricordo di Alberico&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;Ogni anno, in suo ricordo, dal 1994 si svolge nella sua patria, Barbiano, il Palio di Alberico nel quale, dopo una sfilata in stile medievale, i quattro rioni del borgo si sfidano per vincere l'ambito trofeo rappresentato dalla riproduzione del suo elmo e dello stendardo conferito dal Papa. Dedicata a lui è anche la piazza del paese.&lt;/p&gt;  &lt;h2&gt;Fonti&lt;/h2&gt;  &lt;ul&gt;   &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Alberico da Barbiano&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Alberico_da_Barbiano&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Anglico de Grimoard&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Anglico_de_Grimoard&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Barbiano di Cotignola&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Barbiano_di_Cotignola&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Braccio da Montone&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Braccio_da_Montone&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Capitano di Ventura&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Capitano_di_ventura&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Cognome&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Cognome&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Compagnia di San Giorgio&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Compagnia_di_San_Giorgio&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Cunio, castello&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Cunio&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Dal Verme&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Dal_Verme&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Facino Cane&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Facino_Cane&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Giovanni acuto&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Acuto&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Guido da Polenta&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Guido_da_Polenta&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;John Hawkwood&lt;/i&gt;, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/John_Hawkwood&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Lodovico da Barbiano&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Lodovico_da_Barbiano&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Muzio Attendolo Sforza&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Muzio_Attendolo_Sforza&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Ottobono Terzi&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Ottobono_Terzi&lt;/li&gt;    &lt;li&gt;Wikipedia. (s.d.). &lt;i&gt;Zagonara&lt;/i&gt;, ITA. Tratto da &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zagonara"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Zagonara&lt;/a&gt;&lt;/li&gt; &lt;/ul&gt;  &lt;h2&gt;Note   &lt;hr align="left" size="1" width="33%" /&gt;&lt;/h2&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref1_7974" name="_ftn1_7974"&gt;[1]&lt;/a&gt; Nel Medioevo non esistevano i cognomi, il cognome era spesso composto dalla preposizione più il luogo di provenienza o di nascita. L'uso del cognome come identificativo di una famiglia si fa risalire all'antica Roma. Infatti, se nei tempi arcaici veniva usato un solo nome, già negli ultimi secoli della Repubblica romana le persone libere adottavano tre nomi (&lt;i&gt;tria nomina&lt;/i&gt;):&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;· &lt;i&gt;praenomen&lt;/i&gt; (che distingueva l'individuo ed era paragonabile al nome proprio di persona contemporaneo),&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;· &lt;i&gt;nomen&lt;/i&gt; (che denotava la gens di appartenenza, paragonabile all'odierno cognome)&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;· &lt;i&gt;cognomen&lt;/i&gt; (che era un soprannome dato all'individuo o ai membri del ramo di una famiglia).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Verso il V secolo la distinzione fra &lt;i&gt;nomen&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;cognomen&lt;/i&gt; si fece sempre più sfumata e divenne comune l'uso di un nome unico (detto &lt;i&gt;supernomen&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;signum&lt;/i&gt;), con le caratteristiche di non essere ereditato e di avere un significato immediatamente comprensibile (ad esempio il nome imperiale Augustus che significa &amp;quot;consacrato dagli auguri&amp;quot; o &amp;quot;favorito da buoni auspici&amp;quot;).&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Dopo la caduta dell'Impero romano, ogni persona veniva identificata dal solo nome personale, di cui venivano usati vezzeggiativi in ambito familiare. Tali nomi si riferivano, anche, alle caratteristiche della persona, alla provenienza o alla paternità. L'avvento della religione cristiana e le ripetute invasioni barbariche facilitarono la diffusione di nuovi nomi che si aggiunsero a quelli già in uso. A seguito della grande crescita demografica avvenuta in Europa tra il X secolo e l'XI secolo, divenne sempre più complicato distinguere un individuo da un altro usando il solo nome personale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Tra le principali difficoltà nell'individuare correttamente una persona e registrarla, dev'essere considerata la condizione, tipica dell'epoca medievale, di chi fuggiva dallo status di servo rurale per vivere in città: ci si registrava nelle corporazioni municipali fornendo il nome e la provenienza (Montanaro, Dal Bosco, ecc.) oppure un pregio o difetto fisico (Gobbo, Rosso, Mancino, ecc.) oppure un mestiere (Sella, Ferraro, Marangon, ecc.) oppure l'indicazione del padre e della madre (es. Petrus Leonis equivaleva a Pietro figlio di Leone, che in seguito divenne Pierleone o Pier di Leone) e, dopo un anno solare, il feudatario perdeva il diritto di riportare il fuggitivo nel feudo di provenienza.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref2_7974" name="_ftn2_7974"&gt;[2]&lt;/a&gt; Dal momento che con Carlo Magno anche l’Italia del Nord era passata in buona parte ai carolingi, dopo la vergognosa sconfitta dei Longobardi, non è difficile credere che nel nord si fossero stanziate anche famiglie importanti del regno di Carlo e la cui discendenza sia continuata così tanto, fino al basso Medioevo. Tuttavia, in assenza di fonti e di alberi genealogici è difficile stabilire la cosa con assoluta certezza. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref3_7974" name="_ftn3_7974"&gt;[3]&lt;/a&gt; Il Castello di Cunio è un castello fondato attorno al VIII secolo sulle rive del fiume Senio a 3-4 km a est di Barbiano di Cotignola. Le prime notizie su di esso ci giungono all'incirca dall'anno 1000, anche se il nome di chi l'ha costruito è tuttora ignoto (probabilmente un antico signore imolese). Fu raso al suolo dapprima nel 1147 e poi nel 1257, ma fu sempre ricostruito. I ghibellini di Faenza e Bologna lo distrussero definitivamente nell'anno 1296. Al giorno d'oggi del castello non vi è più traccia. I conti di Cunio si trasferirono poi a Barbiano, dove resistettero fino al 1409, anno di distruzione del castello barbianese. Proprio a Barbiano è dedicata loro una via adiacente alla piazza. I conti di Cunio sono citati nella Divina Commedia, nel Canto XIV del Purgatorio, nella cornice degli invidiosi. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref4_7974" name="_ftn4_7974"&gt;[4]&lt;/a&gt; Il toponimo deriva da una pieve risalente all'Alto Medioevo, Sancti Stephani in Barbiano: alcuni storici fanno risalire il nome &amp;quot;Barbiano&amp;quot; alla &amp;quot;&lt;i&gt;gens Balbia&lt;/i&gt;&amp;quot;, nota famiglia romana che abitò nella zona. Le prime notizie certe sulla pieve risalgono in data 8 luglio 993, ma, secondo un documento del 826, la pieve barbianese sarebbe stata donata da Eugenio II, Sommo Pontefice e signore dell'esarcato di Ravenna, a Everardo, figlio di Desiderio, ultimo re Longobardo, su consiglio di Ludovico il Pio, ultimogenito di Carlo Magno. Con questa donazione, Everardo ricevette anche il titolo di Conte di Cunio (località situata 3–4 km ad est di Barbiano ed oggi non più esistente) e di Lugo. La pieve, allora, aveva una certa importanza territoriale poiché da essa dipendeva anche la pieve di Lugo, oggi capoluogo del comprensorio. Il medioevo di Barbiano è legato indissolubilmente alla figura di Alberico da Barbiano e alla famiglia dei Conti di Cunio, i da Barbiano, i quali resero il piccolo borgo un castello fortificato che in breve tempo divenne il più importante della zona e preda di numerose famiglie potenti dell'epoca; un primo castello era stato costruito nell'860 da Rainero I, nipote di Everardo, quando questi ne era divenuto signore. Il castello fu poi abbattuto, dopo vani tentativi, solo il 16 maggio 1409, ad un mese dalla morte del capitano di ventura Alberico da Barbiano, dalle truppe di Lodovico da Barbiano, suo ribelle figlio, schierato assieme alle truppe del card. Baldassarre Cossa. Per tutto il XV sec. il controllo della zona fu degli Sforza, mentre dal 1500 in poi il territorio passò sotto il dominio estense, per rimanerci fino al 1598, anno nel quale ritornò allo Stato Pontificio. Il territorio, come tutta la Romagna, fece parte dello Stato della Chiesa fino all'Unità d'Italia. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref5_7974" name="_ftn5_7974"&gt;[5]&lt;/a&gt; Anglico de Grimoard, ricordato anche come Anglic de Grimoard (Grizac oggi Le Pont-de-Montvert, 1320 – Avignone, 14 aprile 1388), è stato un cardinale francese. […] Fratello di Papa Urbano V, è stato Vicario generale della Arcidiocesi di Avignone, cardinale con il titolo di San Pietro in Vincoli, decano del collegio dei cardinali dal 1373 al 1388. Al momento di passare le consegne al suo successore, nel 1371 consegnò un censimento accurato con vaste informazioni circa le città e le popolazioni dei territori settentrionali dello Stato Pontificio. Firmò una &lt;i&gt;Descriptio civitatis Bononiensis eiusque comitatus&lt;/i&gt;, ed una &lt;i&gt;Descriptio provinciæ Romandiolæ&lt;/i&gt; (che reca la data del 9 ottobre 1371); in quest'ultima fu censito, con rispetto ad ogni comitatus, civitas, castrum, villa, ecc., il territorio romagnolo fino al confine col Ducato di Ferrara. Tale mole di descrizioni ed annotazioni resta per gli storici una delle più grandi e complete fonti di informazioni raccolte nel Basso Medioevo in Italia. Per ottenere ancora informazioni così dettagliate su usi e costumi nelle città italiane, gli storici dovranno aspettare il censimento voluto da Napoleone agli inizi del XIX secolo. Non è certo se Anglico abbia conosciuto realmente Alberico o se lo abbia descritto sulla base della fama del personaggio stesso, ma se la prima ipotesi fosse vera è probabile che ciò sia avvenuto nel contesto del censimento del 1371. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref6_7974" name="_ftn6_7974"&gt;[6]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;John Hawkwood&lt;/i&gt;, italianizzato in Giovanni Acuto (Sible, 1320 ca. – Firenze, 1394), è stato un condottiero e cavaliere medievale inglese. Il nome italiano gli fu attribuito da Niccolò Machiavelli, che riprese la versione francese «Jean de l'&lt;a name="OLE_LINK3"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a name="OLE_LINK2"&gt;Aiguille&lt;/a&gt;» (Giovanni dell'Ago, in riferimento al termine francese che dall’inglese significa anche ago della bilancia). La traduzione reale del nome del personaggio dall’inglese però è sbagliata poiché in inglese “&lt;i&gt;Hawk&lt;/i&gt;” significa “&lt;i&gt;falco, sparviero”&lt;/i&gt; mentre “&lt;i&gt;wood&lt;/i&gt;” significa “legno” e la traduzione letteraria sarebbe Giovanni Falco di legno, una traduzione completamente diversa da Giovanni Acuto. Chissà che vocabolario ha usato Macchiavelli, ma sì sa che erano anche altri tempi. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;a href="file:///D:/Articoli per sito - file/#_ftnref7_7974" name="_ftn7_7974"&gt;[7]&lt;/a&gt; Zagonara viene ricordata soprattutto per la battaglia combattuta il 28 luglio 1424 fra le truppe della Repubblica di Firenze e le milizie milanesi di Filippo Maria Visconti. La battaglia è &amp;quot;ricostruibile attraverso quattro, essenziali ed importantissime testimonianze: quella dell’ambasciatore fiorentino Rinaldo degli Albizzi, quella del cronista forlivese Giovanni Merlini, conosciuto anche come Giovanni di Mastro Pedrino Depintore, quella del celebre Biondo Flavio e quella del cronista milanese Andrea Biglia. Un certo numero di famosi condottieri italiani del XV secolo
