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Erec ed Enide - I Parte

Introduzione

Chrétien De Troyes ha avuto la fortuna peculiare di diventare il più conosciuto dei poeti francesi medievali, specie per gli studiosi di storia e letteratura medievale, e se non avesse scritto opere come quella del Graal, probabilmente sarebbe rimasto sconosciuto sia ai suoi contemporanei sia a noi, oggi. La conoscenza delle opere di Chrétien è stata resa possibile nei circoli accademici, dalle edizioni critiche nei confronti dei suoi romanzi intraprese, nel corso degli ultimi trent’anni, dal professor Wendelin Foerster di Bonn. Allo stesso tempo, la mancanza di familiarità con il lavoro di Chrétien è dovuto alla quasi totale assenza di traduzioni dei suoi romanzi nelle lingue moderne, motivo per il quale alcune sue opere sono del tutto andate perdute.
L'uomo che, per quanto ne sappiamo, in primo luogo racconta le avventure dei cavalieri di Artù, Galvano. Ivano, Erec, Lancillotto e Percival, è stato dimenticato e le sue opere le conosciamo fondamentalmente non tanto perché sappiamo che le ha scritte Chretien, ma per mezzo delle trasformazioni che hanno subito le sue opere nei secoli successivi la sua morte. In un certo senso, gli scrittori che gli succedettero furono i suoi eredi e la nostra sola speranza di tramandare ai posteri le sue storie, specie quella del Santo Graal, la dobbiamo a personaggi come Wolfram von Eschenbach, Thomas Malory, Lord Tennyson, e Richard Wagner, i quali, oltre che suoi eredi sono anche suoi debitori. Il presente testo è nato dal desiderio di mettere questi romanzi di avventura in una versione in prosa, basata direttamente sulla più antica forma in cui tali racconti esistono. […]
Chrétien de Troyes, scrisse in Champagne durante l’ultimo terzo del XII secolo. Della sua vita non conosciamo né l'inizio né la fine, ma sappiamo che tra il 1160 e il 1172 visse, forse come araldo d'armi a Troyes, dove viveva presso la corte della sua patrona, la contessa Marie de Champagne, figlia di Eleonora d’Aquitania. […]
Il Professore Foerster, basando la sua osservazione sulle migliori fonti in nostro possesso per quanto riguarda la letteratura medievale, ha definito “ Erec e Enide” , il più antico romanzo arturiano esistente. […]
Sono completamente assenti documenti della tradizione popolare risalenti a prima della conquista normanna (1066), e probabilmente, prima, Artù ed i suoi cavalieri erano una leggenda celtica tramandata a partire da Nennio; nel modo in cui li vediamo nei primi romanzi francesi, hanno poco in comune con i loro prototipi celtici […]. Certamente le leggende celtiche su Artù furono, insieme ad altre fonti come quelle di Nennio e Geoffrey di Monmouth, una buona base di partenza per Chretien per creare i suoi ideali di cavalleria. Alla base dell’ideale cavalleresco creato da Chretien vi erano la religione ed una nuova mentalità e la letteratura fu un veicolo per diffondere alle classi sociali media e nobile tali ideali. Anche per questo motivo, è difficile determinare spesso se è la letteratura la base di un comportamento sociale o il contrario, ovvero se un determinato comportamento può stare alla base di un’opera letteraria, in particolare, per quanto riguarda il Medioevo, di un ideale.
A causa di evidenti incongruenze tra la realtà storica e l'ideale presente in letteratura, derivanti dallo studio delle cronache o annales medievali, è difficile non solo stabilire se è nato prima l’ideale o il comportamento, ma perfino capire se tra essi ci sia un possibile legame o se sia tutto costruito irrazionalmente dagli scrittori dell’epoca al fine di raccontare favole e non fatti storici. Ci sono inoltre delle eccezioni che contraddicono quanto detto ed ipotizzato sino ad ora, ovvero, da alcune cronache emergerebbe che per la cavalleria alcuni peccati come l’adulterio erano considerati alla pari di un’onta di disonore e così Lancillotto in molte cronache è da un lato il cavaliere migliore e da un altro il peggiore poiché il suo peccato e il suo disonore consistono nell’amore segreto ed adultero nei confronti di Ginevra, la moglie del suo re. A causa dei suoi peccati di lussuria, Lancillotto, nelle opere di continuazione di Le count du Graal di Chretien, pur essendo il miglior cavaliere per le gesta cavalleresche non è poi così puro da aver diritto ad accedere al segreto mistico del Santo Graal.
Sia in Erec ed Enide sia nelle altre opere, Chretien non fa diretto riferimento né cita le possibili opere a cui si è ispirato o su cui si è basato, e così gli studiosi di storia si ritrovano a dover fare ipotesi e speculazioni circa il materiale di partenza usato dal poeta medievale. Se Chretien, come molti sostengono, si basò su opere precedentemente scritte, ciò significa che il materiale da lui usato era evidentemente a portata di mano e se ne appropriò, senza capire molto del suo spirito primitivo, ma apprezzandolo comunque ed usandolo come fonte di ispirazione per creare dal nulla, inventare una società ideale; società tanto sognata ma irrealizzabile nel suo tempo. […]

Le basi di Chretièn

Un poeta medievale francese del XII secolo aveva tre categorie di racconti tra cui scegliere e ai quali ispirarsi:
  • leggende legati alla storia della Francia (“ matière de France” ),
  • le leggende connesse con Artù e gli altri eroi celtici (“ matière de Bretagne” ),
  • materiale quale cronache e mitologia classica (greca e romana)
Ovviamente le opere a disposizione erano o in latino o in greco, difficilmente erano reperibili in lingua volgare e questo è uno dei principali motivi per cui molte opere oggi sono andate perdute. Tra gli autori classici a cui Chretien si ispirò vi fu Ovidio con opere quali la “ Metamorfosi” , la “ Ars Amatoria” , e forse il “ Remedia Amoris” . Chretien non fu il solo, anche altri come Maria di Francia si sarebbero ispirati ad Ovidio, tuttavia le opere e le leggende di impronta e tradizione celtica erano più belle e piacevano di più non solo a Chretien, ma forse alla sua società, al suo pubblico. Probabilmente, il gusto per il celtico e il misterioso da parte del pubblico di Chretien, fu il motivo che lo spinse ad usare buona parte di quel tipo di materiale piuttosto che quello classico. I personaggi e le ambientazioni delle opere di Chretien sono gli stessi che in epoca romana e subito dopo la caduta dell’Impero erano state dei celti e delle popolazioni britanniche per quanto riguarda la Britannia celtica.


Figura 1 – Schema della possibile mescolanza di elementi classici e celtici, usati da Chretien per la stesura e la realizzazione delle sue opere.

Poiché come detto, le leggende e le tradizioni celtiche dovevano essere care al pubblico di Chretien più di quelle classiche, ovviamente la scelta per l’inizio della creazione delle sue opere furono Artù e i suoi cavalieri.
[…]

Lo stile di Chretien: l’evoluzione e l’utopia

Ora prendiamo in considerazione i difetti che un lettore moderno non tarderà a rilevare nello stile di Chrétien. Per la maggior, i suoi difetti più evidenti sono anche quelli comuni a tutta la letteratura narrativa medievale. Tali difetti riguardano soprattutto la descrizione del tempo libero della classe sociale a cui Chretien più si rivolgeva: i passatempi di questa classe di lettori erano giostre, caccia, e fare l'amore; da qui la tendenza a trattare soprattutto questi argomenti nelle sue opere. Chretien non è il solo scrittore medievale a trattare argomenti erotici nei suoi romanzi, altri come Renaut de Beaujeu ne Il bel cavaliere sconosciuto tendono a trattare argomenti della sfera sessuale. Nell’opera di Renaut de Beaujeu, il cavaliere si innamora follemente di una donna, che poi si rivela essere una fata, che a sua volta lo ama ma non esita a punirlo per la sua villania e lui per la disperazione di questo amore si impegna a riconquistarla e i due passano molto tempo dedicandosi appunto a fare l’amore, attività per cui nel Medioevo avevano sicuramente tempo e voglia!
Anche giostre e caccia vengono descritte dettagliatamente sia da Chretien sia dagli altri poeti contemporanei come Renaut de Beaujeu e questo sempre perché si trattava di argomenti graditi al loro pubblico. […]
La tendenza di alcuni critici è stata quello di minimizzare l'originalità del poeta francese, sottolineando analogie sorprendenti nelle favole classica e celtica. […] Inoltre, gli studiosi hanno rivolto la loro attenzione anche ad altri paralleli con i miti gallesi e irlandesi, dove personaggi e oggetti fatati sono più comuni che non nelle opere classiche dove il magico ed il divino sono la stessa cosa, mentre nelle saghe celtiche (di cui fanno parte anche la mitologia gallese ed irlandese come rami) magico e divino tendono ad essere distinti, fatti apparire diversi anche se tra loro molto simili. […]
Il Professore Foerster, si oppose alla cosiddetta teoria anglo-normanna che presuppone l'esistenza della di una serie perduta di romanzi anglo-normanni scritti in lingua volgare, usate come base da Chrétien de Troyes per molte sue opere; sostenendo l'originalità del poeta francese.
Il lettore moderno come il lettore del XII secolo convengono sulla domanda riguardante le fonti dell’autore: cioè se quello che ha scritto deriva da opere precedenti o se l’ha inventato lui stesso di sana pianta. […]
L’originalità di Chrétien, fondamentalmente, consiste nel suo ritratto della società dell'aristocrazia francese nel XII secolo. Per quanto ne sappiamo è stato il primo a usare la lingua volgare per scrivere opere rivolte ad uomini e donne che si erano formati alla lettura con il latino e che vivevano in conformità con le regole della cortesia. Certamente gli argomenti trattati da questi romanzi di Chretien, non sembrano affatto conformi invece a quella che era la morale dettata dalla Chiesa di allora. Sembra infatti che nel Medioevo il matrimonio e la castità all’interno dello stesso fossero tenuti in alta considerazione dalla Chiesa; non solo, per quanto riguarda i tornei, essi non erano proibiti ma la morte in torneo era penalizzata con la sepoltura in terra sconsacrata. Quanto, infine, all’amore libero, beh, non si può certo dire che la Chiesa del Medioevo vi fosse favorevole, ma siccome era difficile anche per il prete di campagna controllare ogni singolo letto di un piccolo gregge, si cercava di tenere la moralità sulla retta via con sermoni e prediche al popolo, per quanto fosse possibile. La perfezione del cavaliere così come la vede Chretien e gli altri autori medievali, hanno delle caratteristiche, come detto poco fa, incompatibili con la morale cristiana. Il materiale arturiano, come viene usato da Chretien e contemporanei, è fondamentalmente immorale se giudicato secondo gli standard della morale cristiana. […]
L'amore appassionato di Tristano per Isotta, quello di Lancillotto per Ginevra, quello di Cliges per la Fenice, affascinavano la società tradizionale cristiana del XII secolo e del XX secolo. […].
Gli studiosi hanno cercato di determinare una cronologia delle opere del poeta, e questo è importante al fine di formulare delle teorie sull’evoluzione sia dell’autore sia delle opere e del loro contenuto, come lo stesso ideale cavalleresco sia nato e mutato nel corso degli anni di lavoro di Chretien fino a diventare un dogma. Secondo Foerster la cronologia delle opere di Chretien, così come è stata fatta, dopo la sua morte e nei secoli successivi, rispecchierebbe l’evoluzione delle sue stesse idee fino al culmine, rappresentato dal Graal e dalla sua ricerca.


Figura 2 – Schema dell’evoluzione delle idee di Chretien che portarono al dogma

Le idee di Chretien e non solo, evolvendo, portano alla nascita di un dogma [1], il dogma del cavaliere perfetto, perfetto per Dio prima di tutto e poi per la società, ma si tratta di un dogma filosofico, un’utopia che non è realizzabile nella società reale né del XII secolo né tantomeno in quella attuale. Il dogma di Chretien inoltre presenta delle notevoli contraddizioni in sé stesso, perché come detto prima, prevede taluni comportamenti che la Chiesa di allora non poteva tollerare.
Se Erec ed Enide è la prima opera in assoluto scritta da Chretien, come sostenne Foerster, allora Chretien iniziò il suo percorso e quello del suo cavaliere sostenendo che questi è un uomo che si divide tra l’amore per una donna e quello per il suo “ dovere” e quindi gesta cavalleresche e ricerche, lo stesso dilemma che divideva l’anima di Lancillotto: diviso tra l’amore per una donna (Ginevra, che oltretutto era la moglie di Artù) e quello per il suo Re e il suo “ dovere” di cavaliere.


Figura 3 – La trasformazione della lotta tra amore carnale e i doveri del cavaliere a lotta tra l’amore per Dio e l’amore per ciò che è terreno.

Il fatto che Chretièn abbia scritto Erec ed Enide usando lo sfondo del mondo arturiano, non è casuale perché come detto, è difficile credere che le sue opere siano nate dal nulla, pur essendo originale nella stesura del racconto, Chretien deve per forza essersi servito di materiale a portata di mano che trattasse di Artù e dei suoi cavalieri. Tale base non è casuale nemmeno per l’ideale che egli voleva cominciare a creare, al modello di cavaliere perfetto. […]
Anche se le opere sopravvissute di Chretien non sono molte, permettono tuttavia di capire come fosse stata trasformata nei romanzi la reale società feudale e come si sperava di farla rinascere: il cavaliere medievale della realtà storica era essenzialmente un vassallo del suo signore con obblighi nei suoi confronti, obblighi di natura morale, economica e militare soprattutto; nei romanzi questo legame di vassallaggio viene cambiato e il ruolo del signore viene trasferito prima alla moglie dello stesso (amor cortese) e poi a Dio. Nei romanzi medievali, la scala gerarchica che da Dio va al Re e poi dal Re va al vassallo viene sconvolta, il potere divino dei Re rimane in vigore solo nella realtà storica, mentre poeti e scrittori sognano una nuova società feudale che però era impossibile da realizzare nella realtà!


Figura 4 – Evoluzione della scala sociale nella realtà ed evoluzione nelle piramidi di destra e quella in basso, nell’ideale cortese e poi in quello cavalleresco secondo Chretien. La donna del Re viene vista prima come una possibile scorciatoia per entrare nelle grazie del Re e comunque in quanto amante del cavaliere passa al secondo posto tra Dio ed il vassallo/cavaliere; nell’ultima piramide il cavaliere è tra Dio ed il re, dovendo scegliere chi servire. Si tratta di un avvicinamento a Dio da parte dell’uomo di una società appartenente ad un mondo morente e che aveva bisogno di nuovi stimoli. Forse è anche da questi ideali che potrebbero essere nati i primissimi ordini monastico-cavallereschi. […]

Il romanzo di Erec ed Enide

Il romanzo, come lo proponiamo noi deriva dalla traduzione in lingua italiana, della versione inglese in prosa. Il romanzo originale era probabilmente scritto in versi. La traduzione dell’Erec et Enide in prosa è quasi letterale e ci si è serviti del testo per studenti “ Erec ed Enide” edita da A. Mondadori e tradotta a cura di G. Agrati e M.L. Magini per la compensazione delle parti che nella versione inglese, per via dell’uso di termini dell’inglese medievale oggi perduti e in disuso, rischiavano di restare senza traduzione.

Parte I

(Vv. 1-26.)

Il proverbio popolare dice che molti tendono a disprezzare una cosa che invece vale molto di più di quanto si sia supposto. Perciò sarebbe un bene, se l’uomo imparasse ad usare maggiormente il suo intelletto nel giudicare. Chi trascura questa raccomandazione può probabilmente finire per ignorare qualcosa che invece gli potrebbe procurare grande piacere. Così Chrétien de Troyes sostiene che ci si debba sempre adoperare e sforzarsi per imparare sia a parlare bene sia ad essere educati, ed egli lo vuole dimostrare per mezzo di una storia di avventura, un argomento piacevole in cui dimostra che non è saggio colui che non fa uso liberale del suo sapere di cui Dio gli ha fatto grazia. La storia parla di Erec figlio di Lac, storia che quanti vivono dell’arte del narrare alla presenza di Re e di conti sono usi frammentare e corrompere. E ora io inizierò il racconto che sarà ricordato finché durerà la cristianità. Questo è vanto di Chrétien.

(Vv. 27-66)

Il giorno di Pasqua in primavera, Re Artù teneva corte nella sua città di Cardigan [2]. Non s’è mai stato vista una così ricca corte; v’era un uomo, per molti un buon cavaliere, ardito, audace e coraggioso, e v’erano anche ricche dame, dolci e belle figlie dei re. Ma prima che la corte fosse congedata, il Re disse ai suoi cavalieri che voleva cacciare il Cervo Bianco [3], per osservare degnamente l'antica usanza. Il nobile [4] Gawain[5] sentito questo era molto dispiaciuto e andato da Re gli disse:
« Sire, non si ricaverà né grazia né nulla di buono da questa caccia. Noi tutti sappiamo da tempo come funziona questa usanza del Cervo Bianco: chiunque ucciderà il Cervo Bianco deve baciare la più bella fanciulla della corte, qualunque cosa accada. Ma da questo ci possono venire grandi mali, perché ci sono qui ben 500 fanciulle di nobile nascita, gentili e prudenti figlie di re, e non c'è nessuna di loro per la quale un cavaliere non sarebbe pronto a lottare, anche a costo di sbagliare se colei che è la sua signora è la più bella e più dolce di tutte.
Il Re risponde « Questo lo so bene, eppure non desisto per questo motivo, e la parola di un Re non dovrebbe mai essere contraddetta. Domani mattina andremo tutti allegramente a cacciare il Cervo Bianco nella foresta e questa caccia sarà un’avventura molto piacevole! »


Figura 5 – La caccia al Cervo, miniatura del XV secolo.

(Vv. 67-114).

E così la caccia viene organizzato per la mattina successiva, all'alba. L’indomani, non appena è giorno, il Re si alza e si veste e indossa una corta tunica per la sua cavalcata nella foresta. Egli comanda ai cavalieri di svegliarsi, prepararsi e di tenere pronti i cavalli. Una volta montati tutti a cavallo se ne vanno, con archi e frecce. Dopo di loro la Regina monta il suo cavallo, prendendo una damigella con lei. La damigella era la figlia di un Re e salì su di palafreno bianco [6]. Dopo di loro fa seguito rapidamente un cavaliere, di nome Erec, che apparteneva alla Tavola Rotonda, e aveva grande fama presso la corte. Tra tutti i cavalieri che c'erano, lui ha ricevuto tali elogi ed era così bello che in nessuna parte del mondo avrebbero trovato un altro cavaliere come lui. Era molto leale, coraggioso, e cortese, anche se non aveva ancora venticinque anni di età. Non c'è mai stato un uomo della sua età che fosse già stato fatto cavaliere. E cosa ancora dovrei dire delle sue virtù?
In sella al suo destriero, Erec indossava un mantello foderato di ermellino [7], e una tunica di seta preziosamente rabescata che era stata tessuta a Costantinopoli [8]. e le brache, di broccato di seta, erano molto ben fatte e ben tagliate. Saldo sulle staffe, aveva speroni d’oro e non portava altre armi che la spada. Mentre galoppava lungo la strada si avvicinò alla Regina, e disse:
« Signora, se vi piace, io volentieri vi accompagnerò lungo questa strada, essendo venuto per nessun altro scopo che stare in vostra compagnia ».
E la Regina lo ringrazia: « Bell’amico, sappiate per certo che la vostra compagnia mi è molto gradita e che non potrei averne di migliore ».


Figura 6 – Fotografia di un ermellino, da notare lo straordinario pelo morbido di colore bianco. L’ermellino è un animale tutt’oggi ricercato per la sua pelliccia.

(Vv. 115-124).

Poi cavalcano spediti e si inoltrano nella foresta.
Quelli che li hanno preceduti hanno già levato il cervo: gli uni suonano il corno, gli altri gridano. Soffiava un po’ di vento, i cavalieri inseguivano i cani, i cani correvano in avanti inseguendo il cervo, e abbaiavano. E prima di loro tutti vi era il Re in sella ad un cavallo spagnolo [9].

Figura 7 – A sinistra fotografia di un primo piano della specie Andaluso e a destra un dipinto seicentesco dell’andaluso. Da ammirare l’eleganza e la bellezza di questo cavallo che fin dal Medioevo affascina i cuori romantici e quelli dei poeti e scrittori.

(Vv. 125-154)

Nel bosco, la Regina Ginevra tende l’orecchio al latrare dei cani. Accanto a lei sono la damigella bella e cortese ed Erec. Quelli che avevano continuato a cacciare il cervo erano così lontani da loro che, a meno che ascoltassero con attenzione per catturare il suono del corno o l’abbaiare dei cani, non poterono più sentire i nitriti dei cavalli, le grida dei cacciatori o i latrati dei cani. Così tutti e tre tirarono le redini e si recarono in una radura accanto alla strada. Vi si trovavano da breve tempo, quando vedono giungere su un destriero un cavaliere interamente armato, con lo scudo al collo e la lancia stretta nel pugno. La Regina lo scorse da lontano e vide che a destra, accanto a lui vi era una fanciulla di nobile portamento, e prima di loro, su un vecchio cavallo, vi era un nano [10] che recava in mano un flagello annodato. Quando la Regina Ginevra ha visto il cavaliere avvenente e grazioso, ha desiderato sapere chi fossero lui e la sua damigella. Così disse con la sua damigella di andare rapidamente a parlare con lui.

(Vv. 155-274).

« Damigella », dice la Regina, « vai là e proponi al cavaliere di venire a me e portare la sua damigella con lui” . La ragazza allora si dirette verso il cavaliere. Ma il nano fellone[11] le andò incontro tirando tenendo in mano il suo flagello e gridando:
« Damigella, fermatevi!» le grida «Che venite a cercare qui? Più avanti non avete nulla da fare.»
« Nano », dice lei, « lasciami passare, desidero parlare con quel cavaliere laggiù. È la Regina che mi manda qui.». Il nano, che però era maleducato e meschino, si mise in mezzo alla strada. e disse: « Vo non avete affari qui! Andatevene! Non avete il diritto di parlare con un così nobile cavaliere ». La giovane avanza e cerca di superarlo con la forza, tenendo in considerazione il fatto che il nano doveva essere anche debole, nel vederlo anche così piccolo. Allora il nano alzò la frusta, quando la vide venire verso di lui e volle colpirla in faccia. Lei ha alzato il braccio per proteggersi, ma lui alzò di nuovo la mano e la colpì sulla mano nuda non protetta: ha dato il suo colpo sul dorso della mano che è diventato tutto nero e blu. Quando la fanciulla capisce che non poteva fare nient’altro, a dispetto di se stessa, deve necessariamente ritornare. Così piangendo si voltò indietro. Le lacrime agli occhi che scendevano sulle guance.
Quando la Regina vede la sua damigella ferita, ne è gravemente addolorata e arrabbiata e non sa cosa fare.
« Ah, Erec, bell’amico! Mi dà pena che quel nano abbia ferita in tal modo la mia damigella. È ben villano il cavaliere che permise che un simile aborto [12] colpisse una creatura tanto bella! Caro amico Erec, andate a dirgli che venga senza indugio: voglio conoscere lui e la sua amica ». Erec si dirige là, dando di sprone al suo destriero, e cavalca dritto verso il cavaliere. Il nano fellone lo vede arrivare e gli va incontro.
« Signore, » dice, « un passo indietro! Non so che affari avete qui, ma vi consiglio di ritirarvi.»
« Vattene », dice Erec, « nano fellone! Tu sei vile e fastidioso. Lasciami passare.»
« No».
« Così ti ordino»
« No».
Erec spinge il nano da parte. Il nano non aveva uguali per cattiveria: gli ha dato un grande colpo con la sua frusta a destra sul collo, in modo che il collo Erec e il viso sono segnati con il colpo del flagello, da cima a fondo appaiono le linee che le corregge hanno lasciato su di lui. Sapeva bene che non poteva avere la soddisfazione di colpire il nano, poiché vide che il cavaliere era armato, arrogante, e malvagio, e temeva che presto l’avrebbe ucciso, avrebbe dovuto colpire il nano in sua presenza. Temerarietà non è coraggio. Così Erec ha agito saggiamente e si è ritirato senza ulteriori indugi.
« Mia signora », dice, « ora le cose stanno peggio, perché il nano fellone mi ha così ferito che ha segnato la mia faccia, ma io non ho il coraggio di colpire o toccare lui. E nessuno dovrebbe rimproverarmi se lo facessi, perché mi ha colpito ed ero completamente disarmato, e mi ha diffidato il cavaliere armato, ed essendo un tipo brutto e violento temo che presto mi ucciderà per il suo orgoglio. Ma questo io vi prometto: che se posso, io vendicherò la mia disgrazia, o essa aumenterà. Ma le mie armi sono troppo lontane perché io me ne avvalga in questo momento del bisogno, a Cardigan le ho lasciate questa mattina quando sono venuto via. E se torno al castello per prenderle, forse non ritroverò mai il cavaliere. Quindi devo seguirlo ora, lontano o vicino, fino a trovare alcune armi in prestito. Se trovo qualcuno che mi presterà le sue armi, il cavaliere mi troverà rapidamente pronto per la battaglia. E si può essere sicuri che noi due lotteremo fino alla sconfitta, mia o sua. E se possibile, sarò di ritorno entro il terzo giorno, quando mi vedrete di nuovo a casa siate gioiosa o triste. Signora, non posso più ritardare, perché devo seguire il cavaliere. Vado. A Dio, io vi affido. »
E la Regina allo stesso modo più di cinquecento volte lo raccomanda a Dio, affinché Egli possa difenderlo dal male.

(Vv. 275-310).

Erec lascia la Regina e non cessa di seguire il cavaliere. La Regina resta nel bosco, dove ora il Re era venuto con il Cervo. Lo stesso Re ha superato gli altri nel sfidare la morte. Così hanno ucciso e preso il Cervo Bianco, e tutti tornarono portando il Cervo, fino a quando non giunsero di nuovo a Cardigan. Dopo cena, quando i cavalieri erano tutti di buon umore per la caccia, nella sala, il Re, come al solito, poiché aveva preso il cervo, ha detto che avrebbe concesso il bacio, per osservare l'usanza del Cervo. In tutto il salone si alzano le voci: ognuno vota e giura al suo vicino che non deve porgere il bacio senza prima sfidare qualcuno con lancia o spada. Ognuno vuole sostenere che la sua signora è la più bella in sala. La loro conversazione non faceva presagire nulla di buono, e quando il nobile Gawain udì ciò, dovete sapere che non era di suo gradimento. Così si è rivolto al Re:
«Sire, » dice, « i tuoi cavalieri qui sono molto eccitati, e tutti loro parlano di questo bacio Dicono che non sarà mai concesso senza disturbi e una lotta »
E il Re saggio gli rispose: « Galvano nipote caro [13], dammi un consiglio ora, risparmiando il mio onore e la mia dignità, facciamo un consiglio per evitare contese e disturbi.”

(Vv. 311-341.)

Al Consiglio venne una gran parte dei migliori cavalieri della corte. Re Yder [14] è arrivato, fu il primo ad essere convocato, dopo di lui il Re Cadoalant [15], che era molto saggio e coraggioso. Kay e Girflet [16], e il Re Amauguin [17] era lì, e un gran numero di altri cavalieri erano lì con loro. La discussione era in corso quando la Regina arrivò e disse loro dell'avventura che aveva avuto nella foresta, del cavaliere armato che vide, e del piccolo nano maligno che aveva colpito la sua damigella sulla mano nuda con la frusta, e che ha colpito Erec sul viso, ma che Erec seguì il cavaliere per ottenere vendetta, o aumentare la sua vergogna, e come egli ha detto che, se possibile, sarebbe tornato entro il terzo giorno. « Sire », dice la Regina al re, « ascoltatemi un attimo. Se questi cavalieri approvano ciò che dico, rimandate questo bacio fino al terzo giorno, quando Erec tornerà ». Non c'è nessuno che non sia d'accordo con lei, e lo stesso Re approva le sue parole.

(Vv. 342-392).

Erec segue costantemente il cavaliere che era armato e il nano che lo aveva colpito fino alla loro entrata in una città in buona posizione, forte e bella. Entrano direttamente attraverso il cancello. All'interno della città vi fu grande gioia di cavalieri e dame. Alcuni erano per le strade e alimentavano i loro sparvieri e falchi, altri stavano dando una boccata d'aria al loro tercels [18], (6) e giovani falchi gialli, altri giocavano a dadi o altro gioco d'azzardo, alcuni a scacchi, e alcuni a backgammon [19]. Gli stallieri erano davanti alle stalle a dedicarsi alla cura dei cavalli. Le signore si stanno facendo belle nei loro boudoir. Appena tutti vedono il cavaliere venire, lo hanno riconosciuto con il suo nano e la damigella, escono tre per tre per incontrarlo. Tutti salutavano il signore ma ignoravano Erec, perché non lo conoscevano. Erec segue da vicino il cavaliere attraverso la città, fino a quando lo vide scendere da cavallo. Poi, molto contento, andò un po’ più avanti finché non vide seduto su alcuni scalini il Vavasor [20], un uomo avanti negli anni. Era un uomo avvenente, con capelli ricci bianchi, disinvolto, gentile, e franco. Era seduto tutto solo, che sembrava essere immerso nei suoi pensieri. Erec lo credette un uomo onesto che avrebbe potuto dargli alloggio. Quando attraversò il cancello del cortile, il valvassore gli corse incontro, e lo salutò cortesemente prima che Erec avesse avuto il tempo di dire una parola.
« Gentile signore », dice lui, « siate il benvenuto. Se vi degnerete di presentarvi, questa è casa mia, ed è a vostra disposizione ».
Erec risponde: « Grazie, per nessun altro scopo sono venuto, ho bisogno di un alloggio per questa notte! ».

(Vv. 393-410)

Erec smonta da cavallo, e il valvassore in persona lo prende e lo conduce per le redini, facendo all’ospite lieta accoglienza. Chiama poi la moglie e la bella figlia che attendevano a non so quale lavoro in un laboratorio. La dama compare accompagnata dalla figlia, che indossava un’ampia camicia di tessuto fine, bianco e pieghettato; sopra vi aveva passato nient'altro che una tunica, anch’essa bianca e tanto logora che era bucata ai gomiti. Ma se l'aspetto esteriore della veste era povero, essa racchiudeva un corpo molto bello.
La fanciulla era infatti meravigliosamente avvenente: la Natura, sua artefice, aveva posto ogni impegno nella propria opera, e si era stupita per prima più di cinquecento volte di come avesse potuto, in una sola occasione, formare una creatura sì bella; ché dopo, per quanto si fosse adoprata, non era più riuscita in alcun modo a riprodurre tale esemplare. E di lei, Natura è testimone: mai nel mondo intero fu vista creatura tanto bella [21].

(Vv. 411-458).

Devo dirvi, ed è la verità, che i capelli dorati e splendenti di Isotta la Bionda non erano nulla al confronto dei suoi; la fronte e il viso erano più chiari e bianchi del fiore del giglio; la carnagione meravigliosamente esaltata da un fresco colore vermiglio di cui Natura le aveva fatto dono per dar risalto allo splendore del viso. Gli occhi diffondevano tanta luce da sembrare due stelle; mai Dio seppe meglio disegnare un naso, una bocca, degli occhi. Come potrei descrivere la sua bellezza? Invero, ella era nata per essere contemplata, ché in lei ci si poteva rimirare come in uno specchio.
Era dunque uscita dal laboratorio e, alla vista di quel cavaliere che non aveva mai incontrato prima, si era fermata un poco discosta: non lo conosceva, e perciò arrossì per il pudore. Da parte sua, Erec fu grandemente ammirato da così grande bellezza [22]. Erec, da parte sua, è estasiato nel vedere tanta bellezza in lei, e il valvassore le disse:
« Cara figlia bella, prendi questo cavallo e conducilo alla stalla insieme ai miei cavalli. Guarda che non manchino di nulla, toglili la sella e le briglie, dagli avena [23] e il fieno, prenditi cura di lui, che egli rimanga in buone condizioni. »

(Vv. 459-546)

La ragazza prende il cavallo, slaccia le cinghie e toglie briglie e sella. Ora il cavallo è in buone mani, perché si prende cura di lui eccellentemente. Getta una corda sopra la sua testa, gliela infila sopra spettinandolo. Poi lo lega alla mangiatoia e mette un sacco di fieno fresco dolce e avena per lui. Allora tornò da suo padre, che le disse:
« Cara figlia bella, prendi ora questo signore per la mano e fagli vedere, con ogni onore e conducilo al piano di sopra. ».
La fanciulla non si fa attendere, nel suo comportamento non c'era mancanza di cortesia, e lo condusse dal piano di sopra per mano. La signora li aveva preceduti e si era diretta a preparare la casa. Aveva dei cuscini ricamati che mette sugli scranni, dove tutti si sarebbero seduti: Erec con il suo ospite [24] accanto a lui, e dall’altra parte la fanciulla. Dietro di loro, il fuoco brucia vivacemente. Il Vavasor aveva un solo servo, e non domestica per il lavoro da camera o cucina. Questo uomo era impegnato in cucina a preparare la carne e il pollame per la cena. Un cuoco sapiente era, che sapeva come preparare pasti in acqua bollente e gli uccelli allo spiedo. Quando ebbe il pasto preparato [25] in conformità con gli ordini che gli erano stati dati, li portava l'acqua per il lavaggio in due bacini. La tavola fu presto preparata di cui la tovaglia, il pane e il vino e si sedettero a cena. Avevano tutto ciò di cui c’era il bisogno. Quando ebbero finito, e quando la tavola è stata sparecchiata e pulita, Erec così si rivolse al suo ospite, il padrone di casa:
« Dimmi, mio leale ospite », ha chiesto, « perché tua figlia, che è così virtuosa, bella e intelligente, è così mal vestita? ».
« Leale amico », ha risposto il valvassore, « questi sono i nobili del contado, tutti, giovani e vecchi, sono giunti per una festa che si terrà in questa città domani. Perciò le case sono così piene ed in festa. Quando tutti si saranno riuniti, ci sarà un grande clamore domani, e in presenza di tutte le persone sarà posto su di un trespolo [26] d'argento uno sparviero di cinque o sei mute [27] - il meglio che si possa immaginare. Chi vuole ottenere il falco deve avere un'amante che è leale, prudente e cortese. E se c'è un cavaliere così audace da voler difendere il valore e il nome della più bella ai suoi occhi, lui per la sua amante deve farsi avanti e sollevare il falco dal pesce persico, se nessuno osa interporsi. Questa è l'usanza che stanno osservando, e per questo ogni anno si riuniscono qui [28]».
Allora Erec parla e gli chiede: « Leale ospite, se non ti spiace, ma dimmi, se sai, vi è un certo cavaliere in armi vestito di azzurro e oro, che passava di qui non molto tempo fa, e aveva accanto a sé un damigella di corte, preceduta su un mulo da soma da un nano».
Allora risponde l'ospite: « Questo cavaliere colui che vincerà il falco senza alcuna opposizione da parte gli altri cavalieri, ma non credo che qualcuno si vorrà opporre, anche questa volta non ci saranno colpi o ferite, come già da due egli ha vinto senza essere contraddetto, e se vince anche quest'anno, avrà vinto il falco e quello diverrà suo e potrà tenerlo senza altre sfide » Rapidamente Erec risponde: « Non mi piace quel cavaliere, parola mia, se avessi un’arma lo sfiderò per il falco. Ospite leale, ti prego, come per un dono dal cielo, di consigliarmi come posso procurarmi armi vecchie o nuove, povere o ricche, non importa ».
E lui risponde a Erec generosamente: « Sarebbe un peccato farvi preoccupazione su questo punto! Ho armi buone che sarò lieto di prestarvi. In casa ho un usbergo con triplo tessuto [29], che è stato selezionato tra cinquecento. E ho alcune schiniere [30] preziose, lucide, belle e leggere. L’elmo è luminoso e bello, e lo scudo forte e nuovo. Cavallo, spada, lancia e tutto quello che ti servirà, ovviamente, così che nessuno può dire nulla »
« Grazie gentile, leale ospite! Ma vorrei usare la mia spada ed il mio cavallo che ho portato con me, perché io non mi sentirei sicuro ad andare in sfida senza di essi[31]. Se mi presti il resto, io lo riterrò un grande favore. Ma c'è un’altra cosa che ti vorrei chiedere, per la quale farò ritorno solo se Dio fa' che io vinca la battaglia con onore. »
E l’altro francamente gli risponde: « Chiedi con fiducia tutto quello che vuoi, qualunque cosa sia, nulla del mio vi farò mancare.»
Allora Erec dice che vuole reclamare lo sparviero per la figlia dell’ospite, ché di certo al torneo non vi sarà una fanciulla bella nemmeno la centesima parte di lei: se la condurrà con sé, potrà affermare e dimostrare in verità e a buon diritto che il premio le spetta. Poi aggiunge: «Signore, tu non sai chi hai accolto qui come invitato, e nemmeno conosci il mio patrimonio e la mia parentela. Io sono il figlio di un Re ricco e potente: mio padre è il Re Lac, e i Bretoni mi chiamano Erec. Io appartengo alla corte di Re Artù, e sono stato con lui, per quasi tre anni. Non so se altri famigliari di mio padre o miei hanno mai raggiunto questa terra. Ma io vi prometto e voto che se mi presti le tue armi e tua figlia fino a domani, quando mi batterò per il falco, la porterò al mio paese, se Dio mi concederà la vittoria [32], e le darò una corona da indossare, e lei sarà Regina di tre città »
« Ah, mio buon signore! Siete davvero Erec, il figlio di Lac?»
« È la verità, lo sono » si disse.
Allora l’ospite è molto felice e ha dice: « Abbiamo infatti sentito parlare di te in questo paese. Ora penso ancora meglio di te, perché sei molto valoroso e coraggioso. Nulla ora avrai rifiutato da me. Su richiesta ti do la mia bella figlia.» poi prendendola per la mano, dice [33]: « Ecco, io la dono a voi ». Erec l'accolse con gioia, e ora ha tutto ciò che desidera. Ora sono tutti contenti: il padre è molto felice, e la madre piange di gioia. La fanciulla è tranquilla, ma era molto felice e contenta perché era stata fidanzata a lui, che era valoroso e cortese: e sapeva che un giorno lui sarebbe stato re, e lei avrebbe ricevuto l’onore di divenire la sua Regina.

(Vv. 691-746).

Si erano coricati tardi quella notte. Sono stati preparati i letti con lenzuola bianche e soffici cuscini, e quando le conversazione erano finite andarono tutti a letto felici. Erec però ha dormito poco quella notte, e il mattino successivo, alle prime luci dell'alba, lui e il suo ospite si alzarono presto. Entrambi vanno a pregare in chiesa, ad ascoltare il canto e la Messa, senza dimenticare di fare un'offerta. Quando è finita la Messa si inginocchiano davanti all'altare e poi tornano a casa. Erec era ansioso per la battaglia, così chiede le armi che gli vengono subito date. La fanciulla mise i lacci sulle schiniere di ferro e li irrobustì con un laccio di pelle di cervo.
Aiutò Erec a indossa l’usbergo di maglia robusta, e lacci sul suo ventail [34]. Lui allora mette l’elmo scintillante sulla testa, e ora è armato dalla testa ai piedi. Al suo fianco si fissa la sua spada, e poi ordina di farsi portare il cavallo ed il suo ordine viene eseguito. Montò in sella con un balzo dal suolo. La giovane poi porta lo scudo e la lancia forte: lei gli porge lo scudo, e lui lo prende e lo appende al collo con la cinghia. Lei pone la lancia in mano, e quando lui l’ha presa dall’estremità, ha così detto al gentile valvassore: « Gentile signore », disse lui, «se non ti dispiace, fai preparare tua figlia, perché voglio accompagnarla alla sparviero come nostro accordo ». Il Vavasor allora senza indugio aveva sellato un palafreno baio [35]. Non può essere detto nulla della bardatura a causa della povertà estrema da cui è stato colpito il valvassore. Sella e briglie sono state messe e la fanciulla vi è montata sopra senza aspettare di essere sollecitata, indossa abiti leggeri. Erec non indugia più, così si avvia con la figlia del suo ospite al suo fianco, seguito dal signore e la sua signora.

(Vv. 747-862)

Cavalca Erec eretto con lancia e con l'avvenente fanciulla al suo fianco. Tutte le persone, grandi e piccini, li guardano con occhi meravigliati mentre passano per le strade. E così si domandano l'un l'altro:
« Chi è quel cavaliere? Egli deve essere valoroso e coraggioso, infatti, ha accanto a sé questa bella fanciulla. I suoi sforzi saranno ben ripagati nel provare che questa donzella è la più bella del reame »
Un uomo ad un altro dice: « In verità, lei viene per accompagnarlo nella prova dello sparviero ».
Alcuni elogiano la fanciulla, mentre molti dicevano: « Dio! Chi può essere questo cavaliere, con la bella fanciulla al suo fianco?», «Non so», «Nemmeno io». Così parlò ciascuno. « Il suo elmo è lucente e lo si vede bene, e l'usbergo, e lo scudo, e la sua spada d'acciaio affilato [36]. Si commentino anche il suo destriero e ha l'appoggio di un valoroso vassallo, ben formato nelle armi, agli arti e al piede ». Mentre tutti così commentano verso il gruppo, essi dalla loro hanno da parte non han fatto alcun nel giungere dove è la sfida dello sparviero, e da un lato hanno atteso il cavaliere. Ed ora eccolo! Lo vedono venire, assistito dal suo nano e dalla sua donzella. Aveva sentito dire che un cavaliere era giunto per ottenere lo sparviero, ma non credeva che ci potesse essere nel mondo un cavaliere tanto audace da osar lottare con lui. Avrebbe subito la sconfitta e sarebbe stato umiliato. Tutte le persone che lo conoscevano bene, lo accolgono e lo scortano in una folla rumorosa: cavalieri, scudieri, dame, damigelle e si affrettano a corrergli dietro. Conducendoli tutti il ​​cavaliere cavalca con orgoglio, in avanti, con la sua donzella e il suo nano al suo fianco, e si fa strada rapidamente verso lo sparviero. Vi era una gran calca di gente, rozza e volgare che era impossibile raggiungere e toccare il falco o di andare anche vicino ad esso. Poi il signore arrivò sulla scena, e ha minacciato la popolazione con una frusta che teneva in mano. La folla si ritrasse, e il cavaliere avanzando disse tranquillamente alla sua donna:
« Signora, questo uccello, che è così perfettamente mutato e così bello, dovrebbe essere vostra proprietà, perché siete meravigliosa, leale e piena di bellezza. Vostro deve essere e così finché avrò vita. Andate in avanti, mia cara, e sollevare il falco ». La giovane stava per tendere il braccio verso il falco quando Erec si affrettò a sfidare il cavaliere, senza ascoltare l’altrui arroganza.
«Damigella,» grida, « ritiratevi! Vi rallegrerete con un altro uccello, ché a questo non avete diritto. Anche se potrà causare molestia ad alcuno, questo sparviero non sarà mai vostro: lo reclama una damigella superiore a voi, assai più bella e cortese.».
L’altro cavaliere è molto adirato; ma Erec non lo degna di considerazione, affretta il suo passo e invita la propria fanciulla a farsi in avanti. « Mia cara, » grida « Bella, avanzatevi e prendete l'uccello dalla pertica: è giusto che sia vostro. Damigella, venite innanzi. Se alcuno osa farsi avanti, mi faccio vanto di sostenere che, come la luna non è pari al sole, a voi non è pari nessuna per bellezza, per merito, per nobiltà e onore ».
L'altro non può ascoltare oltre, quando sente Erec provocarlo tanto liberamente. «Cosa!», egli grida: « Chi sei tu che osi far disputa con me per il falco? ».
Erec rispose coraggiosamente: « Sono un cavaliere di un altro paese, e venni a conquistare lo sparviero. A dispetto di chiunque, giustizia vuole che l’abbia questa damigella ».
«Via!» grida l'altro, « Tuo non è, né mai sarà. La pazzia ti ha portato qui. Se tu vuoi avere il falco, dovrai pagarmelo caro»
« Pagarvelo, signore, e come?»
« Tu dovrai combattere con me, se non ti vuoi ritirare ».
« Sei un pazzo!», grida Erec, « per me queste sono minacce vane. Mi basta poco per farti paura»
«Allora io ti sfido qui e ora. La battaglia è inevitabile.»
Erec risponde: « Dio mi aiuti ora, perché non ho voglia di ritirarmi»
Ora si sentirà rumore di spade e di battaglia.

(Vv. 863-1080)

Il luogo è di grandi dimensioni, con le persone riunite intorno ai due duellanti. Traggono le une dalle altre nello spazio di un ettaro, poi guidano i loro cavalli insieme, raggiungono per l'altro con la punta delle loro lance, e si colpiscono l'un l'altro così forte che gli scudi sono forati e rotti; le lance si scontrano e crack; perfidino le selle vengono colpite. Essi perdono l’equilibrio, si staccano dalle staffe, ed entrambi cadono a terra, e i cavalli scappano attraverso il campo. Anche se si sono duramente colpiti con le lance, stanno rapidamente in piedi ancora una volta, ed estraggono le loro spade dai foderi. Con grande fierezza si attaccano a vicenda, e le spade cozzano l’una contro l’altra, si colpiscono anche sulla testa e gli elmi vengono piegati. Fiero è lo scontro delle spade, e cade una pioggia di colpi al collo e sulle spalle. Per questo motivo non è una sfida semplice: rompono tutto quello che toccano, tagliando gli scudi e infrangendo gli usberghi. Le spade sono rosse di sangue cremisi. La battaglia dura a lungo, ma combattono in modo voluttuoso, e diventano stanchi e svogliati. Entrambe le damigelle sono in lacrime, e ogni cavaliere vede la sua signora piangere e alzare le mani a Dio e pregare che Egli può dare gli onori della battaglia a colui che si sforza per lei. «Signore!», disse il cavaliere a Erec, « fermiamoci e riposiamo un po’, perché siamo troppo deboli e troppo duri sono questi colpi. Dobbiamo affrontarci meglio. Ora si avvicina la sera. È vergognoso e molto anche, che questa battaglia abbia a durare così a lungo. Vedete laggiù la vostra fanciulla che piange per voi e prega Dio? Dolcemente lei prega per voi, così come anche la mia per me. Sicuramente dobbiamo fare del nostro meglio con le nostre lame di acciaio per il bene della nostra donna».
Erec risponde: «Tu hai parlato bene».
Poi prendono un po’ di riposo, Erec guarda verso la sua donna come lei prega dolcemente per lui. Mentre era seduto a guardare su di lei, sentì una grande forza dentro di lui. Il suo amore e la bellezza lo hanno ispirato ad avere grande coraggio. Ricorda allora la Regina, a cui ha dato la sua parola che avrebbe vendicato l'insulto a lei fatto, o lo renderebbe ancora più grande.
« Ah, miserabile », dice lui, « perché devo aspettare? Non ho ancora preso la vendetta per il torto che questo cavaliere permise quando il suo nano mi ha colpito nel bosco!».
La sua rabbia è tornata dentro di lui e così egli chiama il cavaliere: « Signore! », disse lui, « vi invito a combattere di nuovo, già troppo tempo abbiamo riposato e vorrei ora rinnovare la nostra lotta».
E l’altro risponde: « Questo non è un problema per me.»
Al che tornano a colpirsi a vicenda. Erano entrambi cavalieri esperti. Al suo primo affondo il cavaliere avrebbe ferito Erec, se l’altro non avesse abilmente parato. Anche così, lo colpì così duramente nello scudo accanto alla tempia, che ha colpito un pezzo del suo casco. Esce allora un pezzo della sua cuffia bianca [37], la spada scende, fende lo scudo attraverso la fibbia e taglia più di una spanna sul suo usbergo. Erec deve essere stato così stordito da non aver sentito l'acciaio freddo penetrare la carne sulla coscia. Che Dio lo protegga ora! Se il colpo non fosse stato parato, si sarebbe tagliato a metà il suo corpo. Erec non è costernato [38] e lo ripaga di quanto gli è stato fatto, attaccandolo con coraggio, lo colpisce sulla spalla in modo così violento, gli assesta un colpo che lo scudo non può resistere, né l'usbergo serve ad evitare alla spada di penetrare fino all'osso. Nasce un fiotto di sangue cremisi che cola fino alla vita. Entrambi i cavalieri sono combattenti duri: si lotta anche con fierezza, poiché non si può ottenere dall'altro un solo piede di terreno. I loro usberghi sono così strappati e il loro scudi così rovinati, che in realtà non possono più servire da protezione. Così sono totalmente esposti alla loro lotta. Ognuno perde sangue, ed entrambi si indeboliscono. Il cavaliere colpisce Erec ed Erec colpisce lui. Erec gli assesta un colpo tremendo sull’elmo che lo stordisce. Poi lo torna a colpire più e più volte, dandogli tre colpi in rapida successione, che interamente dividere il casco e taglia la cuffia sotto di esso. La spada raggiunge anche il cranio e taglia un osso della testa, ma senza penetrare nel cervello [39]. Inciampa e traballa, e mentre barcolla, Erec lo spinge oltre, in modo che cade sul suo lato destro. Erec lo afferra e lo trascina con la forza e gli slaccia le cinghie dell’elmo, in modo che la sua testa e il viso sono completamente scoperti. Quando Erec pensa all'insulto fattogli dal nano nel bosco, gli ribolle il sangue nelle vene e gli avrebbe tagliato la testa, se l’altro non avesse pianto per la misericordia. «Ah, signore», dice, « Voi mi avete sconfitto. Misericordia vi chiedo, non uccidetemi, dopo avermi sconfitto prendetemi come vostro prigioniero. Non avrete lode o la gloria se mi ucciderete o colpirete di più. Sarebbe fare una grande cattiveria! Prendete qui la mia spada: è vostra e ve la cedo! »
Erec, però, non la vuole, ma dice in risposta: « Io sono a un passo dall’ucciderti e vorrei tanto farlo »
« Ah! Cavaliere gentile, misericordia! Per quale crimine, anzi, per quale errore voi mi odiate con odio mortale? Non vi ho mai visto prima di oggi, e mai sono stato tentato a fare a voi alcuna vergogna o torto».
Erec risponde: « Invece lo hai fatto! »
«Ah, signore, ditemi quando! Io non vi ho visto, che io ricordi, e se vi ho fatto del male, mi rimetto alla vostra misericordia ».
Poi Erec dichiara: « Signore, io sono colui che era ieri nella foresta con la Regina Ginevra, quando tu hai permesso a quel diavolo di razza nana di colpire la damigella della mia signora. È vergognoso colpire una donna! E quando venni io per parlarti, lui non si risparmiò di colpire anche me, dandomi del cavaliere comune. Tu fosti colpevole di un’insolenza troppo grande quando hai visto un tale oltraggio e hai avuto compiacenza, permettendo ad un simile mostro giovinastro di colpire la fanciulla e il sottoscritto, è un crimine per il quale ti si può ben odiare, perché hai commesso una colpa grave. Tu oggi ti costituirai mio prigioniero, e senza indugio, andrai direttamente dalla mia signora a Cardigan. La raggiugerai questa stessa notte, perché non è più lontano di sette leghe [40] da qui, credo. Tu ti rimetterai nelle sue mani e così la tua damigella, e il tuo nano, e farete come la mia Regina vuole. Le dirai che ti io mando e che tornerò domani, come promesso, portando con me una fanciulla così bella e saggia e fine che in tutto il mondo non vi sono pari. Le parlerai sinceramente. E ora vorrei sapere il tuo nome»
Allora bisogna dire che a dispetto di se stesso rispose: « Sire, il mio nome è Yder, figlio di Nut. Questa mattina non avevo pensato che ogni singolo uomo con la forza delle armi poteva sconfiggermi. Ora ho scoperto per esperienza che esiste un uomo che è meglio di me. Voi siete un cavaliere molto valoroso, e mi impegno con fede, qui e ora che me ne andrò senza indugio e mi metterò nelle mani della Regina. Ma ditemi, senza riserve, il vostro nome. Che devo dire di chi mi manda? Perché io sono pronto per partire! »
E lui risponde: « Il mio nome ti dirò senza riserve: è Erec. Va, e dille che sono io che ti ho mandato a lei ».
« Ora vado, e vi prometto che metterò il mio nano, la mia damigella, e me stresso a sua disposizione, e darò le notizie di voi e della vostra donzella ».
Poi Erec ricevette il suo giuramento e tutti erano presenti all’accordo. Alcuni erano felici e alcuni no; alcuni erano dispiaciuti. La gioia maggiore era per il bene della fanciulla con il vestito bianco, la figlia del Vavasor, povera ma dal cuore gentile e aperto. Ma la sua fanciulla e quelli che avevano temuto per lui erano dispiaciuti per Yder [41].

(Vv. 1081-1170).

Yder, costretto a eseguire la sua promessa, non ha voluto rimanere più a lungo, ha montato il suo destriero. Ma perché dovrei fare una lunga storia? Prese con sè il suo nano e la sua damigella, attraversarono i boschi e la pianura, proseguendo dritto fino a quando non giunsero a Cardigan. Nel pergolato [42] fuori della grande sala, Gawain e Kay il siniscalco e un gran numero di altri signori si raccolsero ivi. Il siniscalco fu il primo a notare il cavaliere che si avvicina, e disse al mio signore Gawain: « Sire, riconosco quel vassallo laggiù! Sì, è colui del quale la Regina ha parlato ieri, lui le ha fatto un insulto. Se non mi sbaglio, erano tre i colpevoli, il cavaliere, il nano e la fanciulla ».
« È così», dice il mio signore Galvano, « sono sicuramente una fanciulla e un nano che vengono dritti verso di noi con il cavaliere. Lo stesso cavaliere armato di tutto punto, ma il suo scudo non è intatto. Se la Regina lo vedesse, lei lo saprebbe certo riconoscere. Vai, siniscalco, vai a chiamare la Regina, ora! »
Così è andato subito e la trovò in uno degli appartamenti.
« Mia signora », dice, « ti ricordi il nano che ieri ha ferito la tua damigella? »
« Sì, me lo ricordo proprio bene. Siniscalco, avete notizie di lui? Perché lo hai detto?»
« Signora, perché ho visto un cavaliere errante armato venire su di un cavallo grigio, e se i miei occhi non mi hanno ingannato, ho visto una fanciulla con lui. E mi sembra che con lui viene anche il nano, che detiene ancora il flagello da cui Erec ha ricevuto la sferzata »
Allora la Regina alzò in fretta e ha detto: « Andiamo in fretta, siniscalco, per vedere se è il cavaliere. Se è lui, si può essere sicuri che io te lo dirò, non appena lo vedo »
E Kay ha detto: « Io lo condurrò a voi. Venite nel pergolato dove si sono riuniti i vostri cavalieri. Era da lì che lo vidi arrivare, e il mio signore Sir Gawain vi aspetta lì. Mia signora, affrettiamoci là, abbiamo troppo a lungo ritardato ».
Allora la Regina si affrettò, e giungendo alle finestre ha preso da parte il mio signore Gawain, e subito riconobbe il cavaliere.
« Ah! miei signori » piange, « è lui! Egli ha rischiato un grande pericolo. È stato in una battaglia. Non so se Erec ha vendicato il suo dolore, o se questo cavaliere ha sconfitto Erec. Ma c'è più di una ammaccatura sul suo scudo, e il suo usbergo è coperto di sangue, in modo che sia piuttosto rosso che bianco »
« In verità, mia signora », disse il mio signore Galvano, « Sono sicuro che avete ragione. Il suo usbergo è coperto di sangue, e segni di colpi, mostrando chiaramente che è stato in una lotta. Possiamo facilmente vedere che la battaglia è stata ardua. Ora potremo sentire da lui notizie che ci daranno gioia o malinconia: se Erec lo manda a voi qui come prigioniero a vostra discrezione, o se viene con orgoglio in cuore a vantarsi davanti a noi con arroganza che ha sconfitto o ucciso Erec . Penso che non possa portare altra notizia »
La Regina dice: « Io sono della stessa opinione » E tutti gli altri dicono: « Può anche essere così ».

(Vv. 1171-1243).

Yder Nel frattempo entra per la porta del castello, portando loro notizie. Sono venuti tutti giù dal pergolato, e gli vanno incontro. Yder si avvicinò alla terrazza reale e non scese da cavallo. Gawain prese la fanciulla e l'aiutò a scendere dal suo palafreno, il nano, da parte sua, smontò da solo. C'erano più di 100 cavalieri in piedi, e quando i tre nuovi arrivati ​​erano tutti smontati sono stati condotti in presenza del re. Appena Yder vide la Regina, si inchinò e la salutò, poi il Re e i suoi cavalieri, e disse: « Signora, io sono stato mandato qui come prigioniero da un signore, un cavaliere valoroso e nobile, il cui volto ieri il mio nano ferito con la sua frusta annodata; mi ha superato nelle armi e mi ha sconfitto Signora, vi porto il nano che si sottometterà alla vostra discrezione. Metto me stesso, la mia damigella, e il mio nano nelle vostre mani e soggetti alla vostra volontà »
La Regina mantiene la pace e accetta le scuse, ma gli chiede notizie di Erec:.
« Dimmi», dice, « se lo sa, per favore, quando arriverà Erec? »
« Domani, signora, e con lui una damigella che porterà, la più bello di tutte quelle che io abbia mai conosciuto. »
Quando ebbe consegnato il suo messaggio, la Regina, che era gentile e sensibile, gli ha detto cortesemente: « Amico, poiché ti sei sottomesso alla mia misericordia, la tua punizione deve essere meno dura, perché non ho voglia di procurarti ulteriore danno. Ma dimmi ora, con l’aiuto di Dio, qual è il tuo nome? »
E lui risponde: « Signora, il mio nome è Yder, figlio di Nut » E sapevano che aveva detto il vero, poi la Regina si alzò e prima di andare via al Re disse: « Sire, hai sentito? Hai fatto bene ad aspettare per Erec, il valoroso cavaliere. Ti ho dato un buon consiglio ieri, quando ho suggerito di aspettare il suo ritorno. Questo dimostra che è saggio accettare consigli»
Il Re risponde: « Questa non è una menzogna, è piuttosto vero che chi non consiglio è uno sciocco. Fortunatamente abbiamo seguito il tuo consiglio di ieri. Ma se ti interessa avere il mio di consigli, rilascia questo cavaliere dalla sua sofferenza, a condizione che acconsenta a vivere d'ora in poi insieme alla mia famiglia a corte, e se non acconsente, non lo rilasciare e puniscilo!»
Quando il Re ebbe così parlato, la Regina subito rilasciò il cavaliere, ma a questa condizione, che egli doveva rimanere in futuro a corte e lui certo non aveva bisogno di essere sollecitato, ha dato il suo consenso a rimanere. Adesso era parte della corte e della casa a cui prima non apparteneva. Arrivarono allora degli scudieri per liberarlo delle sue armi.

(Vv. 1244-1319.)

Ora dobbiamo tornare a Erec, che abbiamo lasciato sul campo dove la battaglia ha avuto luogo. Anche Tristano, quando uccise il feroce Morholt sull’Isola di San Sansone [43], risvegliò un tale giubileo e hanno festeggiato allo stesso modo Erec.
Figura 8 – Immagine suggestiva delle Isole Scilly, luogo del duello tra Tristano e Morholt
Grandi e piccoli, magri e grassi - rendono omaggio e lo lodano. Non c'è un cavaliere come lui e gridano:
« Signore, questo cavaliere non ha sotto il Cielo suoi simili! ».
Lo seguono al suo alloggio, lodandolo molto. Vi è anche un nobile che lo raggiunge e lo abbraccia e allora disse:. « Se vi piacesse, dovreste a buon diritto prendere alloggio nella mia dimora, poiché siete figlio di re Lac. Io vi considero mio signore e, se accettaste la mia ospitalità, mi rendereste grande omaggio. Bel cavaliere, vi prego di avere la bontà di rimanere presso di me»
Erec risponde: « Con piacere, questi è il mio ospite che mi ha fatto molto onore a darmi sua figlia. Che dire, signore! Non è un regalo giusto e prezioso?»
« Sì, sire » risponde il conte: « il dono, in verità, è bello e buono. La damigella è assai avvenente e assennata, e di nobilissimo lignaggio. Il mio cuore è invero molto lieto che voi vi degnate di prendere la mia nipote: sappiate infatti che sua madre è mia sorella. E ora vi prego ancora di venire ad alloggiare da me »
Ma Erec rispose:
« Lasciate stare: non lo farò in alcun modo.»
Allora il conte si accorse che era inutile insistere ulteriormente, e disse: « Sire, come vi piace! Ora non parliamone più, ma io e i miei cavalieri saremo tutti con voi questa sera per allietarvi e tenervi compagnia».
Erec sentito lo ringraziò e tornò alla dimora del suo ospite, con la benedizione del re. Tutti si sono riuniti a festeggiare la vittoria di Erec ed il valvassore era contento di cuore. Erec appena arrivato, venne aiutato da una ventina di scudieri che rimossero le sue armi e lo liberarono. Chiunque era presente in quella casa potrebbe avere assistito a quella scena felice. Erec è andato a sedere; poi tutti gli altri, per sedersi su divani, i cuscini, e le panchine. Accanto Erec è il valvassore e si sedette, e così anche la fanciulla con il viso radioso, che stava dando da mangiare ogni tanto al falco sul suo polso e conquistato con grande onore e gioia, e lei era molto contenta sia per l'uccello e per il suo signore. Lei non avrebbe potuto essere più felice, e ha mostrato chiaramente, senza fare mistero della sua gioia. Tutti potuto vedere come era felice, e in tutta la casa vi fu grande gioia per la felicità della nuova fanciulla che amavano.

(Vv. 1320-1352)

Erec allora andò dal valvassore: «Leale ospite, leale amico, mio fiero signore! Mi hai fatto grande onore, e riccamente devi essere ricompensato. Domani porterò la tua figlia con me alla corte del Re, dove la prenderò come mia moglie. E se resterò qui ancora, mi manderanno a cercare per tempo dalle terre di mio padre che sono lontane da qui! Vi darò due città, molto splendide, ricche e bella! Tu sarai il signore di Roadan [44], che è stata costruito al tempo di Adamo, e un’altra città vicina, che non è meno preziosa. Le persone la chiamano Montrevel [45], e mio padre non possiede città migliore. E prima che il terzo giorno passi, vi manderò un sacco di oro e argento, di pellicce e grigio pezzato, e preziose stoffe di seta con cui adornare te e tua moglie, cara signora. Per domani all'alba voglio portare tua figlia a corte. Vorrei che la mia signora, la Regina, la vestisse del suo miglior vestito di raso e di panno scarlatto».

Figura 9 – Erec ed Enide di Rowland Wheelwright

(Vv. 1353-1478)

C'era una ragazza vicina, molto onorevole, prudente e virtuosa. Era seduta su una panchina accanto alla fanciulla con il vestito bianco, ed era sua cugina. Quando sentì che Erec era destinato a prendere sua cugina in moglie, ed era però anche molto povera, e voleva andare a corte della Regina, ha parlato a suo padre. « Sire, » dice lei, « sarebbe una vergogna per voi più che per chiunque altro, se questo cavaliere deve prendere in moglie una donna tanto povera ».
E il conte le rispose: « Vi prego, mia dolce nipote, fatele dono dell’abito che vi pare migliore tra quanti ne possedete». Ma Erec ha ascoltato la conversazione, e disse: « In nessun modo, mio ​​signore, le farò avere altro vestito se non sarà prima la Regina stessa a riceverla e vestirla come si deve. ».
Quando la fanciulla udì questo, lei rispose: « Ah, bel signore! Poiché intendete portare via mia cugina così vestita, in tunica bianca e camicia, allora io le voglio fare un altro dono! Giacché non volete che ella accetti uno dei miei abiti, vi dirò che ho tre buoni palafreni, migliori di quanti ne ebbe mai un re o un conte: uno sauro [46], uno pomellato [47], il terzo balzano[48]; e, invero, fra cento non ve n’è uno migliore del pomellato. Gli uccelli che volano per l’aria non sono più veloci di lui; mai un uomo lo vide imbizzarrito, e può essere montato anche da un bambino. Esso è quindi tale da convenire a una damigella: non è né ombroso né restio, non morde, non ferisce, non si adombra. Chiunque ne cercasse uno migliore non saprebbe valutarne il pregio. Colui che lo monta non ha di che dolersi, e anzi procede più tranquillo e a proprio agio che se si trovasse su una nave.»
« Mia dolce amica» dice allora Erec «non rifiuterò certo questo dono, se ella lo accetta. Anzi, mi piace, e non voglio che lo ricusi ».
Subito la damigella chiama uno dei sergenti al suo servizio e gli dice:
« Bell’amico, andate a sellare il mio palafreno pomellato e conducetelo qui.»
Il sergente fa quanto gli è stato ordinato: mette la sella e il morso al palafreno, e si adopra a bardarlo meglio che può; poi lo monta e lo conduce dalla sua signora. Alla vista di quel cavallo bello e nobile, Erec lo loda non poco, poi ordina a un sergente che vada a legarlo nella stalla accanto al proprio destriero. Dopo di che, tutti si separano e quella sera di festa giunge al termine.
Il conte torna nella propria dimora e lascia Erec dal valvassore. Gli dice che al mattino, quando sarà il momento della partenza, gli farà da scorta. Poi tutti dormirono per il resto della notte.
Al mattino, all’alba chiara, Erec si dispone a partire. Ordina che siano sellati i cavalli e sveglia la bella amica, che si veste e si prepara. Si alzano anche il valvassore e la moglie, e non vi è cavaliere o dama che non si affretti ad accompagnare Erec e la damigella. Tutti sono montati, e anche il conte è salito in arcioni. Erec cavalca accanto a lui, e al fianco ha la sua bella amica, che non ha dimenticato lo sparviero, e si trastulla con esso, l'unico bene che rechi con sé. Tutti nel corteo fanno mostra di grande allegria.
Quando giunge il momento di separarsi, il nobile conte vorrebbe mandare con Erec una parte delle proprie genti perché gli faccia onore, ma Erec risponde che non porterà alcuno, e che non desidera altra compagnia che quella dell’amica. Poi aggiunge: «Vi raccomando a Dio.» Li hanno scortati per un gran tratto di cammino; ora il conte bacia Erec e la nipote, poi li affida alla misericordia del Signore. Anche il padre e la madre baciano a lungo la figlia, ma non riescono a trattenere le lacrime; piange la madre, piangono la damigella e il padre.
Tali sono l'amore e la natura umana, e tale è l'affetto tra genitori e figli. Piangevano dal dolore, la tenerezza e l'amore che avevano per la loro bambina, eppure sapevano benissimo che la loro figlia sposandosi avrebbe loro fatto molto onore. Sono lacrime di amore e di compassione, quando si separarono dalla loro figlia, non avevano altro motivo per piangere. Sapevano bene che alla fine avrebbero ricevuto grandi onori dal suo matrimonio. Così per ogni addio fu versata una lacrima, e raccomandandosi ancora una volta a Dio, si divisero senza più indugi.

(Vv. 1.479-1.690)

Erec era molto ansioso di raggiungere la corte reale. Nella sua avventura ha ottenuto grandi soddisfazioni, e ora aveva una fanciulla accanto, bella, discreta, cortese e disinvolta. Non riusciva a guardarla abbastanza: perchè più la guarda, più lei gli piace. Come può fare a darle un bacio? Lui è felice di andare al suo fianco, e insiste nel guardarla. A lungo guarda i suoi capelli biondi, gli occhi ridenti, e la fronte radiante, il naso, il viso e la bocca, per i quali la gioia riempie il cuore. Lui guarda lei fino alla vita, il suo mento e il collo di neve, il seno e il fianchi, le braccia e le mani. E non meno la donzella guarda il vassallo con occhio limpido e il cuore leale, come se fossero in competizione. Non avrebbero cessato di osservarsi e spiarsi, amarsi con gli occhi ed il cuore. Una combinazione perfetta. Ed erano così simili in termini di qualità, modi e costumi, che nessuno desidera dire la verità se avrebbe dovuto scegliere il meglio di loro, né il più giusto, né il più discreto. I sentimenti erano molto simili. Così ognuno ruba l’altrui cuore. E così hanno cavalcato a lungo fino a che manca poco allo scoccare di mezzogiorno e si avvicinavano al castello di Cardigan, dove erano entrambi attesi. Alcune delle prime nobili della corte era salita a guardare dalle finestre in alto e vedere se riuscivano a vederli. La Regina Ginevra corse, e persino il Re è venuto con Kay e Perceval del Galles [49], e con loro c’era anche il mio signore Gawain e Tor, il figlio di Re Ares; Lucan il coppiere era lì, e c’erano anche molti altri cavalieri valorosi. Infine, scorsero Erec venuto in compagnia con la sua futura sposa. Tutti lo conoscevano abbastanza bene da quanto si poteva vederlo. La Regina è molto contenta, anzi tutta la corte è felice della sua venuta, perché tutti lo amano tanto. Appena fu giunto davanti al salone d'ingresso, il Re e la Regina scendono ad incontrarlo, tutti lo salutano in nome di Dio [50]. Accolgono Erec e la sua sposa, lodando e benedicendo la sua grande bellezza. E lo stesso Re la prese e la sollevò dal suo palafreno. Il Re ha fatto onore alla fanciulla prendendole la mano e la condusse fino alla sala grande di pietra. Dopo di loro salirono anche Erec e la Regina mano nella mano [51], e disse
« Vi conduco, signora, la mia damigella e la mia amica. È vestita poveramente come fu data a me, perché volli portarla da voi in tale stato. Ella è figlia di un povero valvassore, e la povertà avvilisce più di un uomo; ma suo padre è generoso e cortese, pur disponendo di ben modesti averi. La madre è dama di alto lignaggio, sorella di un nobile conte. La bellezza e la nobiltà di questa damigella sono tali che non ho bisogno di trovare giustificazione per le mie nozze con lei. A causa della sua povertà, la sua tunica bianca si è tanto logorata che le maniche ne sono lise ai gomiti. Pure, se avessi voluto, ella non avrebbe mancato di begli abiti, poiché una damigella sua cugina le voleva donare delle vesti di seta foderate di pellicce di ermellino, di vaio o grigie. Ma io non volli in alcun modo che indossasse un altro abito prima che voi l’aveste incontrata. Mia dolce signora, ora pensateci voi, poiché vedete bene che ha grande bisogno di una bella veste che le si addica ».
E la Regina risponde a sua volta: « Avete ragione, è giusto che lei debba avere uno dei miei abiti, e le darò uno dei più belli e nuovi ».
La Regina poi in tutta fretta la portò via nella sua stanza privata, e diede ordine di portare rapidamente la tunica fresca e il mantello verde-viola, ricamato con piccole croci, che aveva fatto fare per sé stessa. Il mantello era rivestito di ermellino bianco, e così anche la tunica alle maniche. Al polsi e sul collo v’era oro battuto, e ovunque vi erano anche pietre preziose di diversi colori, indaco e verde, blu e marrone scuro. Era una tunica molto ricca ma, di certo, il mantello valeva più di qualunque cosa io conosca.
Poiché sia la tunica sia il mantello erano nuovissimi, a quest’ultimo non erano stati ancora apposti i lacci; fine e di ottima qualità, aveva al collo due zibellini e le fibbie erano fatte con un’oncia d’oro: da una parte vi era un giacinto, dall’altra un rubino più splendente di un carbonchio. La fodera era di ermellino bianco, il più bello e il più prezioso che mai si vide o si trovò, e la porpora era ben lavorata a crocette di ogni colore: violette e vermiglie, turchine, bianche e verdi, indaco e gialle.
La regina ha chiesto che l’allacciatura sia fatta con cinque braccia di filo di seta lavorato in oro, e gliene viene portato di ottima fattura. Ella lo fa subito attaccare al mantello e ne dà incarico a un uomo che era buon maestro in quel lavoro.
Quando il mantello non mostra più altra pecca, la generosa e nobile dama abbraccia la fanciulla dalla tunica bianca e le rivolge parole cortesi.
« Damigella » le dice « vi ordino di mutare la vostra tunica con questa, che vale più di cento marchi d’argento, e di passarvi sopra il mantello, poiché voglio onorarvene subito. Un’altra volta il mio dono sarà di maggior pregio »
La fanciulla non è in grado di rifiutare il dono, prende i vestiti e ringrazia per questo. Poi due fanciulle l'hanno portata in una stanza a parte, dove si tolse la tonaca bianca senza valore. Ora indossa la tunica, e si cinge, strettamente in vita una cintura d'oro, e poi mette il mantello. Ora non sembrava più la stessa, perché il suo vestito è così ben fatto che la fa apparire più bella che mai. Le due ancelle le intrecciano un filo d'oro tra i capelli d'oro: ma le trecce sono più splendenti del filo d'oro stesso. Le ancelle, inoltre, hanno tessuto una corona di fiori di tanti colori diversi e gliela posano sulla testa. Allora la fanciulla uscì dalla stanza e andò alla presenza della Regina. La Regina fu felice di quanto era stato fatto e le piaceva la fanciulla, che aveva modi gentili ed era molto bella. Si presero per mano e andarono alla presenza del re. E quando il Re le vide, si alzò per incontrarle. Quando entrarono nella sala grande, c'erano così tanti cavalieri che mi è difficile ricordarli tutti per il loro nome. Ma posso dirvi i nomi di alcuni tra i migliori dei cavalieri che appartenevano alla Tavola Rotonda e che erano i migliori al mondo.

(Vv. 1691-1750.)

Primo tra tutti i cavalieri, deve essere nominato Gawain, poi viene il secondo che è Erec figlio di Lac, e Lancillotto del Lago. Gornemant di Gohort [52] era quarto e il quinto è Coward il Bello. Il sesto è il cattivo Brave, settimo Meliant di Liz [53], ottavo Mauduit il Saggio, e nono la Dodinel il Selvaggio. Decimo era Gandelu. Gli altri li citerò senza ordine, poiché il loro numero non mi importa. Eslit era lì con Briien, e Yvain [54] figlio di Urien. Vi è anche Yvain di Loenel, così come Yvain l’Adultero [55]. Vi era anche Garravain di Estrangot. Vi era anche il Cavaliere con il Corno campione dell'Anello d'Oro. E v’era anche Tristano seduto accanto a Bliobleheris, e accanto a lui v’era Brun di Piciez insieme a suo fratello Gru il Tetro. V’era anche l’armaiolo di corte. Era presenta anche Karadues dalle Braccia-corte cavaliere di buon animo, e Caveron di Robendic, e il figlio del Re Quenedic e di Youth del Quintareus e Yder del Monte Doloroso [56]. Gaheriet e Kay di Estraus, Amauguin e Gales il Calvo, Grano, Gornevain e Carabes, Tor il figlio del Re Aras, Girflet il figlio di Do, e Taulas, un giovane di grande merito, Loholt il figlio di Re Artù [57], e Sagremor l'Impetuoso, che non dovrebbe essere dimenticato, né Bedoiier il Maestro del Cavallo, che è stato abile nel gioco degli scacchi e tric-trac [58], né Bravain, né Re Lot, né Galegantin del Galles, né Gronosis, che era figlio di Kay il siniscalco, né Labigodes il cortese, né il Conte Cadorcaniois. né Letron di Prepelesant, i cui modi erano eccellenti, né Breon figlio di Canodan, né il conte di Honolan, detto il Biondo.

(Vv. 1751-1844)

Quando la fanciulla si accorse che tutti i cavalieri schierati la stavano osservando, chinò il capo imbarazzata, ed il suo viso arrossì tutto fino al cremisi. Quando il Re si accorse che era imbarazzata, le andò incontro. La prese dolcemente per mano, e la fece sedere alla sua destra e alla sua sinistra sedeva la Regina, parlando in tal modo al re.
« Sire, a mio parere, chi può vincere una bella signora con le armi in un altro paese ha diritto di essere ricevuto in una corte reale. Abbiamo agito bene aspettando Erec. Ora potete dare il bacio alla più bella della corte e credo che nessuno avrebbe da ridire con voi se baciaste questa fanciulla, che è la più bella di tutte le donzelle qui, o addirittura in tutto il mondo»
Il Re risponde « Questo è vero e se non ci sono ostacoli, mi si conceda l'onore del Bacio del Cervo Bianco » poi ha aggiunto ai cavalieri «Miei signori, cosa ne dite? Qual è la vostra opinione? Nel corpo, nel volto, e in qualunque cosa una fanciulla come questa è un incontro tra Cielo e Terra, benedetto dalla Natura. Io dico che è opportuno che sai lei a ricevere l'onore del Cervo. E voi, signori miei, cosa ne pensate a riguardo? Si può fare qualche obiezione? Se uno vuole protestare, che parli ora. Io sono il re, e devo mantenere la mia parola e non devo permettere qualsiasi bassezza, falsità o arroganza. Devo mantenere la verità e la giustizia. È compito di un Re fedele sostenere la legge, la verità, la fede, e la giustizia. Non vorrei mai commettere un atto sleale o sbagliato. Non è opportuno che uno si lamenti di me. Anche voi, senza dubbio provate rammarico di vedermi introdurre altri costumi e leggi diverse da quelle di mio padre [59]. Ora ditemi cosa ne pensate! Che nessuno sia lento a parlare, se questa fanciulla non è la più bella della mia casa e non deve di diritto ricevere il bacio del Cervo Bianco che qualcuno lo dica! »
Allora tutti rispondono «Sire, per il Signore e la sua Croce! Il bacio si deve dare e con ragione, perché è la più bella. In questa fanciulla vi è più bellezza che nella luce del sole »
Quando il Re sente che questo è gradito a tutti, non tarda a dare il bacio, ma si gira verso di lei e l'abbraccia. La fanciulla era sensibile e permise che il Re la, sarebbe stato scortese rifiutare.
Qui finisce la prima parte della mia storia.

Fanno seguito alla fine della prima parte alcuni versi che fungono da spiegazione e nota dell’autore, scritti da Chretien. Riguarda gli eventi che dividono la prima dalla seconda parte, quasi un epilogo della prima parte dove si narra degli eventi successivi alla vestizione di Enide che, notiamolo, non viene mai nominata con il nome, ma solo come fanciulla, signora o donzella. Il nome viene fatto per prima volta solo nella seconda parte della storia, quando viene celebrato il matrimonio.


Fonti bibliografiche

  • Treccani, E. (s.d.). Pomellato. Tratto da http://www.treccani.it/vocabolario/pomellato/
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  • Wikisource. (s.d.). Erec and Enide - Introductiona, ENG. Tratto da http://en.wikisource.org/wiki/Erec_and_Enide/Introduction
  • Wikisource. (s.d.). Erec and Enide - Part I, ENG. Tratto da http://en.wikisource.org/wiki/Erec_and_Enide/Part_I

Curiosità su luoghi e personaggi

Note


[1] Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affermata come tale. Principio teorico di un istituto giuridico, del quale costituisce il sostrato fondamentale.
[2] È una cittadina della costa sud-occidentale del Galles, affacciata sulla baia omonima (Cardigan Bay) ed appartenente, dal punto di vista amministrativo, alla contea di Ceredigion (un tempo: Cardiganshire). È situata lungo l'estuario dal fiume Teifi (da cui il nome in gallese: Aberteifi). Le prime notizie certe del castello di Cardigan risalgono alla fine del XI secolo (1093) e sembra che fosse stato fatto costruire da Roger de Montgomery, un barone inglese. L’intera area del castello si sarebbe estesa fino a circa 1 miglio dall’attuale posizione del sito. Nel XII secolo, nel 1176 sembra che fosse diventato la sede di una specie di raduno per intellettuali, poeti e letterati. Erec ed Enide fu composto da Chretien poco prima di questo raduno e ciò suggerisce che Chretien non vi fosse andato nel 1176, ma prima del 1170 (anno di composizione del poema). La città insieme al castello sarebbero rimasti vittima di due se non tre precisati attacchi. Dopo il primo attacco la prima ricostruzione fu a carico del conquistatore Gilbert Fitz Richard in un periodo compreso tra gli ultimi anni del XI secolo ed il 1136 quando il castello sarebbe passato in eredità al figlio di Gilbert. Nello stesso anno, per, un nemico, tale Owain Gwynedd guidò una battaglia contro il governo normanno nella città di Cardigan (Battaglia di Crug Mawr). La città fu presa e bruciata, ed anche una parte del castello sebbene fosse stato valorosamente difeso dai Normanni comandati da Robert fitz Martin e per questo motivo una buona parte è ancora visibile, almeno quella precedente al 1136. Il castello più tardi fu riconquistato dai Normanni al seguito di Roger conte di Hertford. Nel 1166 però il castello cambiò nuovamente padrone e fu conquistato da Rhys ap Gruffydd che lo ricostruì in pietra nel 1171. Nel 1176 si tenne il raduno di cui sopra e questo suggerisce che nonostante il continuo e violento cambiamento di proprietari e partiti, il luogo di Cardigan godesse di una certa ricchezza, specie per quanto riguarda i materiali di costruzione, oltretutto si trovava in posizione strategica nonostante non fosse su di una montagna, ma in pianura, probabilmente doveva essere un punto di accesso per il controllo del Galles del Sud e del mare che dava sull’Atlantico e poteva essere invaso sulle coste sia dagli Irlandesi da ovest sia dai sassoni e dai francesi a sud. Alla morte di Rhys nel 1197, i suoi figli, Maelgwn e Gruffydd, ricevettero il castello in eredità entrambi, ma ne nacque una contesa che vide alleato Gruffydd ai Normanni a scapito del fratello. Nel 1204, sotto il regno di Re Giovanni Senzaterra il castello passava nella mani del Re e da esso come feudo a William Marshall. Vittima nuovamente di successivi attacchi e conquiste, perdite e riconquiste fino al 1244 quando uno degli ultimi proprietari ricostruiù le mura esterne del castello a difesa aggiuntiva, parte che oggi si vede solo dal lato del fiume. Distrutto nuovamente durante la Guerra Civile inglese del XVIII secolo il castello venne usato successivamente come prigione. Finita la Seconda Guerra Mondiale il castello ormai era una rovina e solo nel 2003 è stato comprato da un concilio locale e vi hanno costruito una parte moderna, mantenendo e restaurando le mura medievali ancora intatte, destinandola a ristorante.
[3] Il Cervo Bianco esiste veramente, si tratta di una rara specie di cervo di colore bianco, colore dovuto ad un carattere genetico di tipo recessivo, studiato già negli anni 2000 in USA, dove il Cervo Bianco oggi è considerata una specie protetta. Il cervo bianco è una specie originaria del continente euroasiatico e data la sua peculiare colorazione in epoche antiche potrebbe essere stato considerato un animale sacro, in particolare nella società celtica dove era associato con Cernunnos, il Dio della terra e degli animali. Se Chretien de Troyes si fosse ispirato a fonti arturiane precedenti, queste potrebbero essere di impronta celtica e quindi pagana, le quali vedevano nella rarità della colorazione del manto una spiegazione magico-divina. L’analisi delle fonti storiche e di quelle zoologiche suggerisce però che si potrebbe anche trattare del normalissimo cervo (Cervidae gen.) che nel Medioevo rappresentava un simbolo e confrontando oggi il significato del cervo tra la cultura celtica e quella cristiana si notano non pochi paradossi storici e culturali. Da un lato rappresentava l’animale più bello e importante, il dio celtico della terra, un dio pagano e successivamente divenne anche proprietà e preda esclusiva dei capi e poi dei Re (nel XIII secolo, sotto Giovanni Senzaterra la caccia al cervo clandestina era punita con la morte); ma anche il simbolo di Dio poiché nel II secolo (mille anni prima) Sant’Eustachio si sarebbe convertito dopo aver visto una croce sul palco di un cervo che stava cacciando. Se la mentalità collettiva medievale credeva al diritto divino dei re, allora la caccia al cervo altro non sarebbe che una specie di autorizzazione da Dio al Re a dare la caccia agli dei pagani, trasformati nel Medioevo nei nostri demoni.
[4] In alcune tradizioni compare il titolo “monsignore” che non è il titolo ecclesiastico, ma una italianizzazione del termine francese “messere” o “monsieur” che si potrebbe anche tradurre come aggettivo “il nobile” seguito dal nome proprio.
[5] Galvano, nipote di Artù secondo alcune leggende tardomedievali, mentre le prime fonti suggeriscono che fosse con Artù primo cugino, figlio di Morgause e Lot delle Orcadi (Scozia), Morgause sarebbe stata sorella di Viviana la Dama del Lago e di Igraine, madre di Artù.
[6] Cavallo da sella, non da battaglia, dei cavalieri medievali; più genericam., cavallo nobile, da viaggio o da parata.
[7] Mustela erminea, La sua caratteristica principale è quella di cambiare il colore della pelliccia di stagione in stagione. In estate, è bruno rossastro nella parte superiore del corpo e bianco nella parte inferiore, con sfumature giallastre. La punta della coda è nera. In inverno la pelliccia diventa totalmente bianca, tranne la punta della coda che rimane nera. La sua pelliccia è stata molto ricercata, soprattutto nella variante bianca, per l'industria della pellicceria, scatenando una vera e propria caccia, che ha causato una grande riduzione della popolazione. Ha una ampia diffusione in tutto l'emisfero settentrionale, dal Nord America all'Europa all'Asia, estendendosi dalla zona temperata sino alla regione artica. L’ermellino vive soprattutto nei boschi, ma è molto adattabile e si può trovare anche nelle brughiere, nelle praterie e lungo le siepi. Si tratta di un animale carnivoro, si ciba di piccoli roditori e di uova di alcuni uccelli.
[8] Nei romanzi d’amore cortese e nelle gesta cavalleresche la descrizione degli indumenti e dei costumi era considerata importante per aumentare la regalità e l’aspetto dei personaggi e degli ambienti.
[9] La ricerca della razza equina reale a cui Crethien si potrebbe essere ispirato non ha dato risultati certi e sicuri. Il cavallo montato da Re Artù potrebbe essere un andaluso, un cavallo bianco-grigiastro. molto elegante e nobile, utilizzato anche per migliorare le altre razze di cavallo. Proviene dalla penisola iberica, dalla regione Andalusia. Inoltre ha passi che solo lui sa eseguire, come il passo spagnolo. Gli spagnoli considerano di grande pregio la coda che sfiora il terreno, e la criniera molto lunga, per questo se ne ha grande cura. Tutte le sere i crini vengono spazzolati, e , per evitare che quelli della criniera si arruffino, vengono intrecciati in una treccia morbida e lente. La storia dell'andaluso, o pre, è molto antica. Esso discende da cavalli arabi e berberi portati nel 711 in Spagna, e incrociati poi con giumente indigene. A Cordoba il primo allevamento di questi magnifici cavalli fu istituito da Alzamoe, un musulmano. Il risultato della selezione di berberi, cavalli teutonici e indigeni spagnoli fu un cavallo più agile ed elegante dei cavalli teutonici, più alto dei berberi e degli arabi e molto simile all'andaluso antico. Gli spagnoli combattevano con i mori sul dorso di cavalli pesanti e ricoperti di corazze e lo scontro con gli agili arabi e i veloci berberi era disastroso. Così si cominciò a selezionare cavalli che dovevano essere forti, veloci, coraggiosi, agili, fieri e resistenti. A partire dalla Reconquista (XI secolo), i Re spagnoli cominciarono a consigliare agli allevatori di creare cavalli che facessero parte della "cavalleria leggera". Così, in pochissimi anni il cavallo che non veniva ancora chiamato ufficialmente andaluso diventò il più ricercato in tutta l'Europa. La fortuna dell'andaluso, però, divenne solida soltanto quando i monaci certosini iniziarono una selezione più concreta e accurata, che determinò così i caratteri della razza che oggi conosciamo. L’andaluso ha due varianti: il certosino, razza più rustica e meno diffusa al di fuori della Spagna, e la pura razza spagnola, più diffusa e nobile ed elegante. Progenitore dell’Andaluso è il cavallo anglo-arabo-spagnolo e infine, l’ultima razza che potrebbe essere stata di ispirazione a Chretien è l’Hispano.
[10] Il nano, in questo caso, non deve essere confuso con la persona colpita dal difetto del nanismo. Nel Medioevo ovviamente, come anche nelle epoche precedenti, i nani erano considerati creature quasi magiche e questo perché la loro natura ed il loro aspetto si ricollegava alla mitologia norrena. I nani in alcune mitologie sono esseri simili all'uomo ma di piccola taglia. Secondo alcune tradizioni hanno poteri magici, secondo altre no. Sono generalmente caratterizzati dalla predilezione per i luoghi sotterranei e per l'oro. I nani sono grandi minatori, si dice che la loro birra sia la più buona del mondo, un nano ubriaco infatti diventa molto pericoloso per chi gli sta vicino (soprattutto se sta combattendo in una guerra). Nell'antico Egitto era venerato Bes, spirito protettore contro ogni male rappresentato come un paffuto nano deforme che fa smorfie e mostra la lingua. Bes non apparteneva ad una precisa razza come i nani delle mitologie nordiche, spesso paragonabili a elfi o folletti, ma come tutte le divinità egizie era un essere unico nel suo genere. La stirpe dei nani (dvergar in norreno) si formò sotto terra, dove presero vita come vermi nella carne morta del gigante Ymir, nel suo sangue diventato acqua e nelle sue ossa diventate pietra. Odino ed i suoi fratelli Víli e Vé, riuniti in un consiglio, diedero a queste creature un aspetto antropomorfo e l'intelligenza. I nani allora andarono ad abitare nella terra e nel fango, nonché nella pietra e fra le rocce. I nani presero dimora nella terra molle e nel fango, tra le pietre e le rocce. Móðsognir era il più famoso tra loro, e un altro aveva nome Durinn. Temevano la luce del sole che poteva trasformarli nuovamente nella pietra da cui erano nati. La loro dimora era il reame sotterraneo di Nidavellir, uno dei nove mondi legato, secondo la Cosmologia della mitologia norrena, al Frassino del Mondo Yggdrasill. Erano generalmente considerati egoisti, avidi e astuti. Erano abili fabbri e forgiatori ed i creatori della maggior parte degli artefatti degli dèi, sia Æsir che Vanir. Tra le loro creazioni più famose ci sono la lancia Gungnir e l'anello d'oro Draupnir di Odino, il martello Mjöllnir di Thor, i capelli d'oro di Sif, il collare Brísingamen di Freyja ed anche la nave Skíðblaðnir di Freyr. I nani fabbricarono anche certi tipi di elmetti detti huliðshjálmr (elmetti nascondenti), o a volte un mantello, che potevano rendere chi li indossava invisibile. Potevano essere divinità minori, similmente agli elfi (della luce), il che può suggerire il motivo per cui acquisirono il nome di elfi neri o scuri (vedi anche: "elfi rispetto a nani"). I nani Norðri, Suðri, Austri e Vestri sostengono i quattro punti cardinali. Nýi e Niði governano rispettivamente la luna crescente e calante. Per quanto riguarda il nanismo, è un'anomalia che causa un insufficiente sviluppo corporeo. La forma più comune è determinata dall'acondroplasia. Il nanismo può essere presente fin dalla nascita (Nanismo primordiale) o manifestarsi nella pubertà. Le cause sono anomalie genetiche, disfunzioni endocrine, alterazioni metaboliche, ecc. Il nanismo può essere armonico o disarmonico, a seconda delle proporzioni del corpo.
[11] Nel mondo feudale, il delitto di tradimento della fede giurata, che comportava la rottura del contratto feudale e la conseguente perdita del feudo. Poiché il contratto feudale creava vincoli reciproci di fedeltà tra il vassallo e il signore con la costituzione del rapporto di vassallaggio, il delitto di f. poteva essere commesso tanto dal vassallo verso il signore come dal signore verso il vassallo. Il termine sopravvive nelle legislazioni dei paesi di lingua anglosassone (ingl. felony) per indicare genericam. i delitti più gravi puniti con la confisca dei beni e la perdita totale della proprietà. Dal lat. mediev. fello -onis, forse di origine germ significa traditore, ribelle, persona perfida, sleale.
[12] Nel Medioevo il nanismo era visto come una vera e propria disgrazia, spesso i bambini che ne nascevano affetti venivano uccisi alla nascita. Il termine “aborto” può essere inteso come la traduzione del termine latino abortus -us, der. di aboriri «perire». Nel gergo medievale poteva avere anche significato di offesa nei confronti di qualcuno non ritenuto intelligente o normale o poco sviluppato, e inoltre era un termine per indicare qualcuno o qualcosa non portato a compimento. Oggi le cause della malattia sono scientificamente note, anche se in continuo studio e l’uso del gergo volgare in senso offensivo nei confronti di un individuo equivale ad una offesa, un’ingiuria che va contro i diritti e la dignità della persona ed è una calunnia penalmente perseguita.
[13] Nell’utilizzare il personaggio di Galvano, Chretièen deve aver fatto riferimento a fonti recenti che lo vedono come il nipote e non come il cugino.
[14] Edern ap Nudd o Yder, è un guerriero della corte di Artù all'inizio della tradizione arturiana. È il figlio di Nuddfratello e fratello di Gwyn, Creiddylad e Owain ap Nudd. Il suo equivalente in latino nell’Historia Regum Britanniae è Hiderus fils Nu e nel francese antico Roman de Brut e Erec e Enide egli appare come il cavaliere Yder fils Nu (t).
[15] Un alleato molto coraggioso e saggio di Artù. Era presente alla incoronazione di Erec, andando con altri tre per scortare Enide alla sala.
[16] È un Cavaliere della Tavola Rotonda nella leggenda arturiana. Egli è chiamato il figlio di Do o Don, ed è cugino di Sir Lucan e Sir Bedivere. Griflet prima appare come scudiero e poi come uno dei Re alleati di Artù. Quando è nominato cavaliere diventa uno dei prima cavalieri della Tavola Rotonda. È uno dei principali consiglieri di Artù durante tutta la sua vita, e secondo nel ciclo Lancelot-Graal. Era uno dei pochi sopravvissuti battaglia di Camlann, ed è il cavaliere cui Artù, morente, chiese di restituire Excalibur alla Dama del Lago. In Malory, Le Morte d'Arthur, tuttavia, Griflet è uno dei cavalieri uccisi difendendo l'esecuzione Ginevra, quando la Regina è salvata da Lancillotto, Malory cambia il finale rendendo Bedivere il cavaliere che getta Excalibur nel lago. Griflet è l'eroe del suo romanzo proprio, Jaufré, il romanzo unico superstite arturiano scritto in provenzale.
[17] Amalvinus, Amauvin o Amauguin fu il conte di Bordeaux alla fine del IX secolo e l'inizio del decimo. Lui è registrato solo in due occasioni nella storia. Al Consiglio di Bourges nel mese di agosto 887, è apparso come conte di Bordeaux insieme a Guglielmo I d'Alvernia, Odo di Tolosa, Sancho III di Guascogna, e Frotaire Arcivescovo di Bordeaux. E 'stato chiaramente uno dei personaggi principali in Aquitania al momento. Era un amico di Alfonso III delle Asturie, rex Hispaniae, che lo chiama "duca" in una lettera ai canonici di San Martino di Tours. Essendoci di mezzo l’Aquitania ed essendo Eleonora d’Aquitania la madre di Marie di Champagne, protettrice di Chretien, non ci sarebbe da stupirci se tra tanti personaggi fantastici ci avesse infilato qualche importante personaggio storico, importante per l’Aquitania, il feudo che Eleonora teneva in pugno insieme a Riccardo e che fu motivo di numerose liti con il secondo marito, Enrico II.
[18] È una specie di falco, di cui il maschio è un terzo più piccolo della femmina.
[19] Il backgammon è un gioco da tavolo per due giocatori. Ciascun giocatore possiede 15 pedine che muove lungo 24 triangoli (punti) secondo il lancio di due dadi. Lo scopo del gioco è riuscire per primi a rimuovere tutte le proprie pedine dalla tavola, cercando nel contempo di bloccare l'avversario e di evitare le sue azioni di disturbo. L’origine del backgammon viene comunemente fatta risalire a circa 5000 anni fa al Gioco reale di Ur ritrovato nella tomba di un Re sumero durante gli scavi nell'antica città mesopotamica di Ur, nell'attuale Iraq. Una rinascita del gioco in Europa si ebbe durante le Crociate, quando i soldati conobbero la versione del tawla dagli Arabi (takht-e nard, o semplicemente Nard, in persiano).
[20] Un "Vavasor" (da "vassallorum vassus") è stato un basso livello di vassallo, ma un uomo libero. Del vavasors si parla nei romanzi francesi antichi; di carattere onorevole, anche se non di alto lignaggio. Il termine è spesso tradotto come valvassore, nel sistema politico e sociale feudale, il vassallo del vassallo del re, cioè del conte. Più tardi i valvassori furono chiamati capitani, e poi conti (e allora il vassallo del re prese il titolo di duca o marchese). Entrarono in questa categoria anche coloro che, senza essere titolari di alcun ufficio, avevano ottenuto sulle proprie terre privilegi di immunità (esenzione dalla giurisdizione del conte): donde il titolo, che pure assunsero, di liberi. Noi useremo la traduzione del nostro libro-guida, cioè valvassore.
[21] Questo pezzo non è era facile da tradurre dall’inglese trattandosi di una versione inglese, quella che abbiamo tradotto, in un inglese antico. Per questo motivo la ripetizione può stonare. Il pezzo è dunque tratto dal nostro libro-guida.
[22] I numerosi riferimenti alla storia del Re Mark, Tristano, e Isotta esistenti nei poemi di Chretien supportano la teoria che egli non ha inventato la sua storia di sana pianta, ma appunto ha avuto dei riferimenti precedenti. I richiami all’opera altomedievale di Tristano ed Isotta, viene usata da Chretien per dare maggior valore alle sue dichiarazioni, nella descrizione della fanciulla.
[23] Questo riferimento è importante ai fini di inquadrare anche la cultura alimentare del Medioevo, i cereali erano consumati molto sia dagli animali sia dall’uomo, poiché erano le colture più diffuse e forse anche le più importanti per il sostentamento della popolazione.
[24] In realtà, si tende a fare confusione con il termine ospite che non è colui che viene invitato, ma colui che fa l’invito e da ospitalità. Per definizione stessa, l’ospite è la persona che ospita, che accoglie cioè nella propria casa altre persone (siano queste amici, conoscenti, oppure forestieri, estranei) offrendo loro alloggio e vitto, o anche soltanto per una visita, per una festa, per un ricevimento e sim.
[25] Spesso, nei romanzi medievali la struttura della frase pone il verbo alla fine e non subito dopo il soggetto. Si tratta di uno stile usato da molti, anche Maria di Francia nei suoi lais.
[26] Arnese formato di un piano o altro supporto, sostenuto da tre (o anche quattro) piedi, usato soprattutto come sostegno di tavole (per mensa o letti improvvisati), di ponti da muratore, di vasi o altri oggetti domestici, di mobili da accomodare, come dimora abituale del pappagallo o di altro uccello domestico, oppure come sgabello.
[27] Il termine muta può avere due significati in questo caso e sono entrambi possibili, muta significa essenzialmente “cambio” e può riferirsi sia al cambio delle persone che si occupano dello sparviero sia alla muta, ossia il cambio di penne dello sparviero stesso. È difficile stabilire quale possibile riferimento abbia la frase del Vavaor.
[28] Si tratta di una specie di gara o torneo dove i cavalieri per una donna non si sfidano a cavallo con lancia in resta, ma si confrontano per l’abilità nell’affrontare un falco, nel tentativo di domarlo, togliendolo dalla sua posizione.
[29] Indumento protettivo del corpo, in uso nel medioevo per la difesa personale del guerriero: consisteva in una veste di maglia di ferro, a forma di lunga camicia, aperta talora sul davanti a metà coscia, variamente lavorata («a grani d’orzo», «a maglia piatta», «a scaglie», ecc.), talvolta completata da calzoni, pure di maglia, e munita di cappuccio e di maniche (che, nel tipo più tardo, si continuano in manopole); era diffuso in Occidente, caratterizzando l’abbigliamento del cavaliere prima dell’avvento dell’armatura di piastra, o corazza.
[30] Elemento dell’armatura dell’età classica e medievale che proteggeva la parte anteriore delle gambe.
[31] Si nota il sentimento di affetto che un cavaliere medievale ha per le sue armi, quasi che spada e cavallo siano più importanti di tutto il resto e che siano fondamentali per il combattimento e la vittoria.
[32] Si tendeva a credere, nel Medioevo, che le guerre e le battaglie e così anche la vittoria nelle sfide e nei tornei fosse decisa da Dio secondo equità e lealtà, verità e giustizia.
[33] Si tratta di un gesto che ancora oggi nei Paesi anglosassoni come l’Inghilterra ha un valore anche giuridico. Il padre che da la mano della sposa, davanti al vescovo, allo sposo e si tratta di una procedura del matrimonio secondo il diritto canonico della Chiesa Anglicana. In un certo senso il matrimonio è ancora visto presso queste società, specie nell’aristocrazia, come un passaggio di diritti per mezzo della persona. Anche se il matrimonio è il frutto di una decisione libera (se non proprio libera per i signori, caldamente consigliata dalle famiglie dei due sposi) rimane sempre un passaggio sotto il tetto del marito. Care donne, che dirvi, tante sognano un matrimonio da favola, poche ce la fanno e nessuna è felice, forse è meglio sposarsi da poveri e campare cent’anni felici, reduci dalle battaglie della vita, ma pur sempre più forti di qualsiasi coppia con teste coronate con diamanti e rubini.
[34] Parte della visiera di un elmo chiuso in cui il combattente riusciva a respirare.
[35] Baio, dal lat. Badius è un tipo di mantello del cavallo (e anche dei bovini) in cui i peli hanno colorazione generale rossastra, con diverse gradazioni di tinta (i crini e le parti inferiori degli arti sono neri): b. chiaro, b. scuro; cavallo baio. Anche s. m., per indicare il cavallo di mantello baio. B. falbo, varietà di baio, con peli giallo carico tendenti al rossiccio; b. lupino, varietà con pelame giallo e nero.
[36] Il riferimento alla spada in acciaio è importante perché rende anche un’idea della modalità e del materiale con cui venivano realizzate le armi, specie quelle da taglio come le spade. Nel ciclo arturiano, la spada di Artù, ad esempio, si chiama Excalibur, ma si tratta di una trasformazione del termine ex caliburn, cioè fatta dai Calibi, una popolazione balcanica, specializzata nella lavorazione dell’acciaio. Così, se il mito di Re Artù avesse un fondo di verità storica, la sua spada sarebbe certamente un capo a suo favore.
[37] Lo studio dell’abbigliamento dei cavalieri ha suggerito che per motivi di sicurezza essi sotto il camaglio, indossassero una cuffia in tessuto, ovattata, in modo da attutire i colpi al capo il più possibile. Da quanto emerge dalla descrizione del combattimento i cavalieri indossano un’armatura quasi completa come avveniva per i tornei.
[38] Profondamente avvilito, abbattuto, afflitto; privo della capacità di reagire a una situazione critica (anche con la prep. per)
[39] Il taglio è sicuramente un taglio mortale se inserito in un vero contesto storico e difficilmente con le conosce dell’epoca era possibile sopravvivere. Il capo è riccamente irrorato di vasi sanguigni, anche se piccoli un comunissimo taglio alla testa da caduta, come accade ai bambini piccoli, provoca un sanguinamento molto intenso e maggiore di quello che ci si aspetta. Un taglio come quello assestato in questa dettagliatissima descrizione del duello, da Erec al suo avversario non fornisce solo informazioni su quelle che erano in realtà le possibilità di vita in duello (se si moriva si veniva sepolti in terra sconsacrata, la Chiesa vietava infatti i duelli ed i tornei, ma non potendo di fatto fare nulla oltre alle minacce aveva inasprito il diritto canonico con queste leggi molto severe), ma anche sulla q qualità delle armature usate in duello. Pensate che spesso dei baroni all’ultimo gradino della scala sociale, pur di fare del figlio un cavaliere con armatura e cavallo si riducevano alla miseria, ovviamente il rapporto qualità e prezzo era molto diverso da quello di oggi. Una buona armatura era acquistabile in vero solo da pochissimi e questi pochissimi erano quelli che potevano permettersi di caricare le selle dei loro cavalli appesantendole di una borsa ricca di denaro. La borsa pesante era vanto di pochi, anche tra i nobili. In torneo dunque si cercava di portare il meglio al miglior prezzo, anche se il pezzo che valeva di più era di fatti non la spada o l’elmo, l’armatura o la maglia, ma il cavallo, un vero capitale se adatto ad un torneo.
[40] La Lega è stata una unità di lunghezza a lungo diffusa in Europa ed in America latina, originatasi nella Roma antica. Oggi non è più un'unità ufficiale in nessuna nazione, ma viene sporadicamente usata in parallelo a quelle ufficiali, particolarmente in ambito rurale. La lega era un'unità di lunghezza, variante da luogo a luogo, ed esprimeva originariamente, la distanza che una persona, o un cavallo, poteva percorrere al passo in un'ora di tempo (a seconda dei luoghi una grandezza variabile tra i 4 e i 6 chilometri). La lega era usata a Roma antica, dove era definita come 3 miglia. Nella Roma antica, era definita come 1,5 miglia romane (7.500 piedi romani, 2,2225 km, 1.4 km.), originata dalla "leuga Gallica (leuca Gallica)", la lega di Gallia.
[41] In questo momento viene messa in evidenza una virtù che diverrà fondamentale con la nascita della classe della cavalleria, ed è la misericordia. Se un cavaliere viene sconfitto, ma è stato valente e coraggioso e si è battuto con coraggio, anche i suoi avversari lo rimpiangono e partecipano alla sua tristezza, se così possiamo dire. Così fanno tutti coloro che hanno fatto il tifo per Erec ma che comunque stimavano anche il suo avversario, che è anche, non dimentichiamolo, il suo offensore.
[42] Impalcatura a sostegno di viti o d’altre piante rampicanti, costituita da due file di montanti verticali, uniti nelle loro estremità superiori da elementi orizzontali ad altezza dal suolo tale da consentire il passaggio delle persone al disotto di essi; è uno dei modi più diffusi per l’allevamento di piante rampicanti, ma può essere, in forme varie, elemento decorativo di giardini, terrazze, ecc. ant. e region. Balcone, loggetta, poggiolo.
[43] Tristano ha ucciso Morhot, lo zio di Isotta, quando venne a rivendicare l’omaggio per Re Mark. Il combattimento ha avuto luogo su un'isola, senza nome nel testo originale, ma in seguito identificato con Isola S. Sansone, una delle isole Scilly. formano un arcipelago di isole situate a 45 chilometri dalla punta più sud-occidentale della costa dell’Inghilterra (chiamata Land's End). Amministrativamente sono un'autorità unitaria della contea di Cornovaglia.Spesso sono messe in relazione con le isole Cassiteridi della tradizione geografica dell'antichità.
[44] Il nostro libro guida propone che si potrebbe trattare di Rudlan, nel Galles del Nord, il nome però anche sulle cartine compare scritto in gallese, cioè Rhuddlan, ho trovato la città aiutandomi con un programma di ricerca satellitare. È un paesino oggi nel Galles del Nord, Si tratta di un castello di sasso a pianta quadrata con torri angolari di forma circolare, altomedievale sicuramente come prima costruzione. Del castello originale oggi si vedono solo delle rovine. Il posto è molto suggestivo e per chi ama viaggiare nei luoghi medievali della storia, è una meta che merita. Da Cardigan a Rhuddlan ci sono 134 miglia trovandosi ai due capi estremi dello stato del Galles.
[45] È il nome di alcuni comuni francesi, due presenti nella regione del Rodano e quindi anche la prima città che ha un nome che richiama quello del fiume potrebbe essere stata reale e aver cambiato nome o essere distrutta; una terza città con il nome di Montrevel è nella regione della Franca Contea. Abbiamo messo le città trovate su internet, secondo le loro coordinate, sulla mappa di Google Earth e abbiamo notato che sono città tra loto molto vicine, difficile quindi, dire quale città di queste tre possa essere stando tutte nel raggio di 100 km da un possibile punto centrale. Sempre su Internet abbiamo cercato se ognuna di queste tre città avessero qualche importante fatto passato alla storia, ma non abbiamo trovato nemmeno questo tranne che per la regione dell’Ain, protagonista della Rivoluzione Francese, potrebbe quindi darsi che si tratti di una città della Valle del Rodano, importante durante il Medioevo, visitata da Chretien durante i suoi viaggi, distante dalle altre tre città 260 km (43 leghe circa e circa 43 giorni di viaggio!). Inoltre la regione del Rodano oggi non confina con quella della Champagne, anche se ciò non significa che nel Medioevo non fossero nella stessa regione le tre città e Troyes!
[46] Il sauro è un mantello equino di colore marrone rossastro o zenzero. Esso può variare dal marrone chiaro o giallo sabbia ai colori più scuri. La coda e la criniera sono dello stesso colore del mantello.
[47] Detto del mantello del cavallo (e del cavallo stesso), grigio oppure bianco con macchie rotondeggianti, più chiare o più scure dello sfondo.
[48] Si dice balzano un cavallo che presenta delle macchie bianche (chiamate appunto balzane) sugli arti a partire dallo zoccolo. Esistono quindi cavalli balzani "da uno", "da due", "da tre" o "da quattro", a seconda del numero di arti balzani che presentano. Pur non essendoci alcun collegamento, la tradizione popolare assegna al numero degli arti balzani caratteristiche legate alla bontà e alle qualità del cavallo stesso, con diverse varianti in Italia, il numero tre dice il popolo è cavallo di Re.
[49] Questo passo è molto importante, e solo perché cita Percival di cui non viene detto nulla, solo che è gallese. Percival è ricordato fin dalle prime fonti come colui che difese, in assenza di un fedifrago Lancillotto, l’onore di Ginevra, davanti all’accusa di adulterio ad opera di uno dei cavalieri della Tavola Rotonda.
[50] Anche se questo saluto sembra senza senso, non lo è. Deve trattarsi di un modo di fare e di pensare dell’epoca, nelle grandi corti.
[51] Il “mano nella mano” non è da intendersi come oggi, ovvero come fanno i moroso, la mano ed il braccio dell’uomo erano tesi in alto a portare quella della donna.
[52] Gornemant fu mentore di Percival nella leggenda arturiana. Egli è menzionato in un paio di romanzi, ma ha un ruolo significativo nel Perceval di Chrétien de Troyes, dove istruisce il giovane eroe ai modi della cavalleria. Gornemant istruisce il ragazzo anche ai modi cortesi e gli insegnerà che non è bene fare troppe domande onde evitare di dare cattive impressioni e apparire come individui superflui, consiglio che Percival mal comprende e mal applicherà non porgendo la domanda fatale che fornirebbe la risposta del mistero del Graal, nel Palazzo del Re Pescatore.
[53] Personaggio arturiano che deriva dalla Cornovaglia
[54] Yvain è un cavaliere della Tavola Rotonda e il figlio del Re Urien del Galles nella leggenda arturiana. Lo storico Owain mab Urien, su cui il personaggio letterario si basa, era il Re di Rheged in Gran Bretagna durante il V sec d.C. Yvain o Ywain è stato uno dei primi personaggi associati a Re Artù, essendo menzionati anche da Goffredo di Monmouth nella sua Historia Regum Britanniae. È stato anche uno dei più popolari protagonisti nei romanzi di Chrétien de Troyes, nell’opera Yvain, il Cavaliere del Leone. Egli risulta quale figlio di Urien praticamente in tutta la letteratura in cui appare: altri personaggi della leggenda arturiana hanno perso la loro base storica, come per esempio Sir Kay, fratello adottivo di Artù.
[55] La presenza di tre personaggi con lo stesso nome non deve confondere il lettore, non si tratta di tre gemelli, ma di tre personaggi appunto con lo stesso nome e non solo. Non si tratta di una banale coincidenza perché ognuno rappresenta un aspetto del maschio medievale e lo dicono gli stessi soprannomi, il nobile è il figlio di Urien, il secondo è quello coraggioso ed il terzo è l’infedele.
[56] Anche facendo una ricerca su internet utilizzando il nome inglese, non è venuto fuori nulla e anche qui rimane il forte dubbio se si tratti di un luogo reale o fantastico.
[57] È la prima menzione di Chrétien di questo figlio di Artù, il cui ruolo è assolutamente insignificante nei romanzi arturiani e inoltre è la prima volta che questo figlio compare nella leggenda arturiana. Le fonti concordano tutte infatti sulla versione secondo cui Artù ebbe un solo figlio, Mordred, avuto dalla sorella-amante Morgana in circostanze mai del tutto chiarite e spesso discordanti tra loro nelle diverse versioni dei romanzi arturiani, secondo alcuni infatti tale incesto fu doloso da parte di Morgana, mentre secondo la versione celtica fu una cosa colposa da parte di entrambi, infatti i due sarebbero stati separati da bambini e ricongiunti da adulti in una cerimonia iniziatica celtica. Quale che sia la versione più credibile, non ha importanza perché Mordred fu e rimane il solo figlio di Artù, non avendo avuto questi altri figli dalla Regina che si ritiene fosse sterile.
[58] Equivalente del Backgammon
[59] Si tratta probabilmente di un riferimento non causale che fa Chretien nei confronti del personaggio di Artù, in molte versioni l’ascesa al trono di Artù quale figlio legittimo di Uther provocò una serie di reazioni non del tutto positive. Le versioni più antiche e legate al mondo ed alle tradizioni celtiche lasciano intendere che l’ascesa al trono di Artù prevedesse di unire la Britannia celtica e quella cristiana, facendo combattere le diverse tribù sotto la bandiera del Drago che era quello di Uther, cosa che i cristiani mal vedevano associando al drago un significato negativo, quello del diavolo. Artù si trovò di fatto tra due fuochi, se si tratta di un personaggio con basi storiche e quindi reali e tale divario stava nelle due parti della Britannia che bisognava tenere unite a tutti i costi per evitare di spaccare di nuovo il regno indebolendolo difronte alle orde dei Sassoni. Se avesse voluto che l’esercito marciasse sotto di lui avrebbe dovuto scegliere se marciare sotto l’una o l’altra delle bandiere in campo, in ogni caso la scelta dell’uno avrebbe stabilito la perdita dell’appoggio dell’altro, così Artù dovette cercare un compromesso che previde dei cambiamenti e che comunque creò dei malcontenti.

1 commento:

  1. Erec ed Enide, avendo molti dialoghi, è ottimo anche per la creazione di tragedie teatrali in costume.

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